SIGNORA JNGER, ELINA.

JNGER. (ad Elina sulla porta a sinistra) Resta!

ELINA. (ritorna).

JNGER. Elina, figlia mia, ho da dir qualche cosa a te sola.

ELINA. Vi ascolto.

JNGER. Tu hai una cattiva opinione di tua madre.

ELINA. Credo quello, che la vostra condotta mi forza con mio dolore a

credere.

JNGER. Ah! tu rispondi come ti suggerisce il tuo pensare cattivo.

ELINA. E chi mi ha resa così? Da quando era bambina io vi consideravo

come una donna grande e di gran cuore, come una di quelle, di cui

parlano le leggende e le vecchie storie. Mi pareva che Dio stesso

avesse impresso il suo segno sopra la vostra fronte, per sorreggere i

paurosi e gli indecisi. Nelle sale dei signori, i cavalieri lodavano il

vostro valore ed il popolo stesso vi chiamava la speranza e la forza

del paese. E tutti pensavano che voi avreste ridato alla Norvegia il

benessere e la felicità. Tutti pensavano che per voi sarebbero risorti

come a nuova vita. Finora è ancora notte però ed io non so se risorgerà

mai un giorno con voi.

JNGER. Le tue sono parole velenose. Qualcuno ti ha riferito ciò; la

folla ignorante mormora di cose, di cui essa non può giudicare.

ELINA. La voce del popolo è quella della verità; lo diceste voi, quando

la vostra voce risuonava nei canti e nei discorsi.

JNGER. Può essere. Ed anche se avessi risoluto di starmene inoperosa,

invece di agire.... credi tu che tale posizione non sia per me anche

troppo pesante perchè tu la debba rendere ancora dippiù?

ELINA. Credete che la vita mi pesa come a voi; io era felice quando

vi credevo. Adesso per poter vivere, devo mostrarmi orgogliosa. Oh! io

sarei ben fiera, se voi foste rimasta quella che eravate prima.

JNGER. Che importa a te ch’io non lo sia? Da chi hai saputo, che tua

madre non agisce secondo i suoi doveri?

ELINA. (prorompendo) Oh! se io lo facessi!

JNGER. Taci; tu non hai il diritto di domandar conto delle azioni di

tua madre. Io con una sola parola potrei... ma è meglio che tu non

sappia, tu devi aspettare gli avvenimenti; può accadere che...

ELINA. (vuol andare) Buona notte, madre.

JNGER. (esitante) No, resta con me; ho ancora qualche cosa da

aggiungere. Avvicinati; tu devi udirmi Elina! (si siede presso il

tavolo, alla finestra di destra).

ELINA. Vi ascolto.

JNGER. Per quanto tu sii di carattere chiuso, e non abbii detto mai

nulla, so di sicuro che tu hai desiderato più di una volta di andar via

da qui. Tu sei troppo sola qui.

ELINA. E ciò vi meraviglia, madre?

JNGER. Dipende da te, perchè siano in avvenire cambiate le cose.

ELINA. Come?

JNGER. Ascoltami, questa notte aspetto un ospite.

ELINA. (avvicinandosele) Un ospite?

JNGER. Un ospite che deve rimanere straniero e sconosciuto. Nessuno

deve sapere nè da dove viene, nè dove va.

ELINA. (le cade in ginocchio davanti, prendendole le mani con un grido

di gioia) Madre mia, madre mia! Perdonatemi se potete, i miei torti

contro di voi!

JNGER. Che intendi dire? Elina, io non ti capisco.

ELINA. Dunque tutti si sono sbagliati! Voi siete ancora fedele!

JNGER. Ma via, alzati e parla.

ELINA. Ebbene, credete che io non sappia chi sia l’ospite aspettato?

JNGER. Tu lo sai? Ebbene?

ELINA. Credete voi che le porte di Östrot siano tanto grosse da non

lasciar passare un lamento? Credete voi che io non sappia che qualche

avanzo di nobile famiglia vada errando qui intorno senza pane e senza

tetto, come un esiliato, nel mentre che i Danesi dispongono delle case

dei suoi padri?

JNGER. Ebbene? Prosegui.

ELINA. So benissimo che alcuni ben nati cavalieri sono cacciati, come

lupi nella foresta. Essi non hanno casa e nemmeno un tozzo di pane.

JNGER. (fredda) Basta! Adesso ti capisco.

ELINA. E perciò voi aprite loro le porte di notte. E perciò egli deve

essere straniero e sconosciuto, questo ospite, del quale nessuno deve

sapere da dove viene e dove va! Voi, malgrado i severi ordini dei

signori, che vi proibiscono di soccorrere i fuggiaschi, li ospitate e

li mantenete.

JNGER. Basta ti dico. (tace per un momento e soggiunge dolorosamente)

Ti inganni Elina, non è uno di questi ch’io aspetto.

ELINA. (si alza) Allora io ho capito male sicuramente.

JNGER. Odimi, figlia mia. Ma con attenzione e procura di capirmi.

ELINA. Avrò capito quando mi avrete parlato.

JNGER. Dunque ascolta quello che ti ho da dire: Per quanto io abbia

potuto, finora ho cercato sempre di renderti inconsapevole di tutti i

dolori e di tutte le angoscie che ci opprimono. A che servirono tutte

le cure ch’io ebbi per la tua giovane anima? Non dobbiamo ora piangere

e lamentarci come donnine, ma abbiamo bisogno di forza e coraggio

virile.

ELINA. E chi vi ha detto che io non ne abbia al bisogno?

JNGER. Taci bambina, potrei prenderti in parola.

ELINA. Come, madre?

JNGER. Potrei chieder tanto da te — potrei! — Ma lasciami finire. Tu

devi dunque sapere che si avvicina il tempo, per il quale i consiglieri

della corte danese tanto hanno lavorato — il tempo voglio dire — in cui

essi daranno l’estremo colpo alla nostra libertà: si tratta per ciò...

ELINA. (vivace) Di cacciarli madre mia?

JNGER. No, di saper tollerare per ora. In Copenhagen il governatore

è stato adesso cambiato, per vedere di sistemare meglio le cose. La

maggioranza deve pensare che le discordie sussisteranno sempre, fino

a che Norvegia e Danimarca non siano un regno unito; poichè quando noi

godremo dei nostri diritti come regno libero e si dovrà trattare della

scelta del re, è probabile che scoppino le ostilità apertamente. Ciò,

vedi, i signori danesi vogliono impedirlo...

ELINA. Lo vogliono impedire?... E noi dovremo soffrirlo? Dovremo star a

vedere tranquillamente che...

JNGER. No, noi non lo soffriremo. Ma noi abbiamo bisogno di armi. Ora,

entrando in aperta guerra, dove ci condurrà il nostro agire? E non è

epoca cattivissima questa di mettersi soli in campagna? No, se vogliamo

tentare qualche cosa, dobbiamo farla prudenti ed in silenzio. Dobbiamo

come dico, guadagnar tempo, prepararci. Nella Norvegia del Sud vi sono

molti partigiani nobili per i Danesi, ma qui nel Nord a Dovrefield c’è

sempre del dubbio. Perciò re Federico ha inviato espressamente un messo

per informarsi, come la pensiamo.

ELINA. (ansiosa) Ebbene e poi?

JNGER. Questo cavaliere sarà questa notte in Östrot.

ELINA. Qui? Questa notte?

JNGER. Un vetturale lo trasportò ieri da Drontheim; da lui seppi che

egli doveva venir qui. Fra qualche ora sarà qui.

ELINA. E voi non pensate a ciò, cui andate incontro, concedendo

all’inviato danese un tal convegno? Il nostro popolo non è forse

abbastanza sospettoso? Come potete sperare che esso si lasci governare

e consigliare, se voi lasciate dire che...

JNGER. Non ti preoccupare. Io ho ben pensato a tutto ciò; ma non c’è

nessun pericolo. La sua venuta qui è un segreto, perciò egli viene

quale straniero e sconosciuto e così dovrà restare.

ELINA. E del suo nome danese?

JNGER. Esso ha una grande influenza, Elina! La nobiltà danese potrebbe

difficilmente vantarne migliore.

ELINA. Ma che avete dunque stabilito? Io non ho ancora capito quale sia

la vostra intenzione.

JNGER. Tu lo saprai ben presto. Quando non si può schiacciare il serpe,

lo si deve legare.

ELINA. Ma si deve ben guardare, che la corda non si rompa.

JNGER. Dipende da te, se sarà ben legata.

ELINA. Da me?

JNGER. Ho osservato da lungo tempo che per te Östrot è una gabbia ed ad

un giovane falco non conviene la prigione.

ELINA. Le mie ali sono tarpate. Anche se mi deste la libertà, mi

servirebbe a ben poco.

JNGER. Le tue ali non sarebbero impotenti, se tu lo volessi.

ELINA. Se io lo volessi? La mia volontà è nelle vostre mani. Se

continuaste ad esser ciò che eravate, anch’io...

JNGER. Basta ti dico. Ascoltami. Il partire da Östrot non credo, che ti

contrarierebbe molto.

ELINA. Può essere, madre mia.

JNGER. Tu mi dicesti una volta che la tua vita era felice, quando

vivevi del pensiero, delle leggende e delle favole. Questa vita

potrebbe ritornare per te.

ELINA. Che dite?

JNGER. Se un possente cavaliere venisse e ti portasse con sè, dove

potresti trovare ancelle, scudieri, abiti di seta e sale dorate?

ELINA. Un cavaliere, dite?

JNGER. Un cavaliere.

ELINA. (piano) Ed il messo danese viene qui questa notte.

JNGER. Questa notte.

ELINA. Se è così, temo di mal interpretare le vostre parole.

JNGER. Non c’è niente da temere, se non vuoi interpretarle male. Certo

non è mia intenzione di forzare la tua volontà. Tu devi scegliere

secondo le tue preferenze e risolvere da te stessa.

ELINA. (avvicinandosele di un passo) Voi avete sentito parlare di

quella madre, che di notte tempo andava in slitta sulla montagna coi

suoi piccoli? Una turba di lupi prese ad inseguirla; si trattava della

vita o della morte ed essa gettò i suoi bambini uno dopo l’altro, per

guadagnar tempo e salvar sè stessa.

JNGER. Favole! Una madre si strappa il cuore dal petto, prima di

abbandonare i suoi figli ai lupi.

ELINA. Se non fossi la figlia di mia madre, vi darei ragione; ma voi

siete quella madre, che gettò le proprie figlie ai lupi, una dopo

l’altra. Prima gettaste la maggiore. Cinque anni fa Merete partì da

Östrot ed ora è là tra i monti sposa di Vincenzo Lung; ma credete voi

ch’essa sia felice come moglie d’un signore danese? Vincenzo Lung è

potente, quasi come un re. Nella sua casa Merete ha ancelle, scudieri,

vesti splendide e sale dorate; ma per lei il giorno è buio e la notte

non ha requie, essa non si è mai trovata bene. Egli venne qui, le

fece la corte, perchè essa era la gentildonna più ricca di Norvegia e

perchè egli aveva bisogno di essere sicuro nel paese. Lo so io, oh!

lo so benissimo. Merete era ubbidiente a voi. Essa seguì il signore

straniero. Ma cosa le è costato! Più lagrime di quelle, che potrebbe

versare una madre al giorno del giudizio per scolparsi!

JNGER. Conosco il mio operato e ciò non mi spaventa.

ELINA. Il vostro operato non finisce qui: dov’è Lucia, la vostra

seconda figlia?

JNGER. Domandalo a Dio che se l’ha presa.

ELINA. A voi lo domando; perchè avete da rispondere della sua vita.

Era allegra e vispa come un uccellino in primavera, quando partì da

Östrot per visitare la sorella Merete. Un anno dopo ritornò qui, il

suo viso era pallido e la morte si era impadronita di lei. Sì, voi vi

meravigliate, madre mia! Voi credevate che queste cose fossero segreti

vostri, ma essa mi disse tutto. Un cavaliere di Corte aveva conquistato

il suo cuore. Egli voleva sposarla; voi sapevate che si trattava del

suo onore. E non ostante foste inflessibile e vostra figlia dovette

morire. Vedete che io so tutto.

JNGER. Tutto? Dunque ti avrà detto anche il nome di lui.

ELINA. Il nome? No, il nome non me l’ha detto. Essa aveva una gran

paura di quel nome, non lo pronunciò mai.

JNGER. (come sollevata) Ah! dunque non sai tutto. Elina ciò che tu

m’hai detto, io lo sapeva da lungo tempo. Ma c’è una cosa, alla quale

tu forse non hai fatto attenzione. Il cavaliere che trasportò Lucia nei

monti era un Danese.

ELINA. Lo so.

JNGER. Ed il suo amore era una menzogna. Egli la conquistò con astuzie

e parole ingannatrici.

ELINA. Lo so; ma tuttavia essa lo aveva amato, e voi madre, non aveste

il cuore di curare sopra tutto il suo onore.

JNGER. Non sarebbe stata felice. Credi tu, ch’io coll’esempio di

Merete sotto gli occhi, avrei voluto dare mia figlia ad un uomo che non

l’amava?

ELINA. Le parole menzognere ingannano molto facilmente; ma io non mi

lascio ingannare. Non crediate, che tutto ciò che mi sta attorno mi

sia straniero. Ora conosco le ragioni del vostro modo di operare. So

benissimo che i signori danesi non hanno in voi un’amica fedele. Voi

li odiate forse, ma li temete. Al tempo di Merete i signori danesi

erano onnipotenti; tre anni dopo, quando proibiste a Lucia di sposare

l’uomo, cui era legata per la vita, sebbene fosse stata sedotta... le

cose erano cambiate. I ministri del re danese avevano commesso delle

infami vessazioni contro il popolo, e voi non trovaste più opportuno

di stringere ancora più saldi legami cogli stranieri oppressori. E

che avete fatto per vendicare quella infelice che morì sì giovane? Voi

non avete fatto niente. Perciò io vorrei agire in vece vostra; vorrei

vendicare tutte le onte, che la nostra casa e il nostro popolo hanno

sofferto.

JNGER. Tu? Che ti viene in mente?

ELINA. Io seguo le mie idee, come voi seguite le vostre. Quello che ho

in mente di fare, non lo so nemmeno io; ma mi sento bastante forza per

osare tutto per il giusto.

JNGER. Dunque tu vuoi combattere una lotta dura. Io feci una volta un

voto che tu... Ed i miei capelli son divenuti grigi senza averlo potuto

compiere.

ELINA. Buona notte, il vostro ospite può venire ed io sono d’impaccio.

Forse siete ancora a tempo. Dio vi aiuti. Non dimenticate che migliaia

di persone vi guardano. Pensate a Merete che piange sulla sua vita

perduta. Pensate a Lucia che dorme nella tomba. Ed ancora: non

dimenticate che in questa notte si deciderà la sorte della vostra

ultima creatura! (va a sinistra).

La signora Inger di Östrot · 第 18 / 74 题