BJÖRN, ELINA GYLDENLÖVE.

ELINA. (guarda intorno e domanda con moto represso) Sei solo, Björn?

BJÖRN. Siete voi, signorina Elina?

ELINA. Senti, raccontami una delle tue favole. Io so che tu lo puoi

ancora.

BJÖRN. Raccontare? Adesso, a sera così inoltrata?

ELINA. Se tu stai lì a calcolare il tempo, si farà anche più notte.

BJÖRN. Che avete? Vi è successo qualche cosa? Siete così inquieta.

ELINA. Può essere. Penso che 6 mesi fa morì Lucia, la mia cara sorella.

BJÖRN. Non è per questo... non è per questo che andate attorno sola,

ora pensierosa, pallida e muta, ora anche imprudente e fiera come

questa sera.

ELINA. Non credi? E perchè no? Non era essa bella, dolce e tranquilla

come una notte d’estate? Björn, ti assicuro che amavo Lucia come me

stessa. Hai dimenticato le notti d’inverno che noi ancora bambine,

passavamo sulle tue ginocchia? Tu ci cantavi le canzoni e raccontavi...

BJÖRN. Sì. Allora ero allegro e sereno.

ELINA. Sì, allora! Allora io passava una bella vita, pensando alle

leggende e vagando co’ miei pensieri. E’ possibile che la spiaggia

fosse allora così nuda come adesso? Ed anche se fosse vero, io non

l’avevo osservata. Io andava a passeggiare là a preferenza e pensavo a

tutte le belle favole; i miei eroi venivano da lontani paesi per mare;

io vivevo con essi e li seguivo quando si dipartivano di là. (si siede)

Adesso invece mi sento debole e stanca. Adesso non vivo più delle mie

favole; esse non sono che favole. (si alza rapidamente) Björn, sai

tu ciò che mi ha resa malata? Una verità, una brutta verità, che mi

tormenta giorno e notte.

BJÖRN. Che cosa volete dire con ciò?

ELINA. Ti ricordi, quando talvolta tu ci davi dei consigli sul modo di

vivere? Mia sorella Lucia seguì i tuoi consigli; ma io...... che!

BJÖRN. (consolandola) Ebbene, via!....

ELINA. Lo so, era fiera, coraggiosa! Quando noi giuocavamo insieme

volevo fare sempre la regina, perchè ero la maggiore, la più bella, la

più sapiente.

BJÖRN. È vero.

ELINA. Una volta tu mi prendesti per mano e mi dicesti, guardandomi

severamente: Non essere superba delia tua bellezza e della tua

superiorità; ma sii fiera, come l’aquila sulle alte vette, perchè tu

sei la figlia di Jnger Gyldenlöve.

BJÖRN. Infatti avete ben ragione d’essere fiera.

ELINA. Sì, tu me l’hai detto sovente, Björn. Oh! allora mi raccontavi

tante favole. (essa stringe la sua mano) Grazie per tutte! Raccontamene

ancora una; forse potrei ridiventare allegra come prima.

BJÖRN. Ma adesso non siete più una bambina.

ELINA. Certo! Ma lasciami l’illusione di esserla.

BJÖRN. (si siede sull’orlo del camino) C’era una volta un cavaliere di

nobile stirpe...

ELINA. (che stava ascoltando inquieta, lo prende per il braccio e dice

con violenza, ma a bassa voce) Piano, non gridar tanto. Non sono sorda!

BJÖRN. (piano) C’era una volta un nobile cavaliere, che aveva la

stranezza...

ELINA. (si alza a metà ed ascolta con attenzione paurosa verso la sala).

BJÖRN. Ma signorina, che avete?

ELINA. (si siede di nuovo) Nulla, va avanti.

BJÖRN. Dunque come dicevo, se egli guardava negli occhi una donna

che non fosse sua parente, questa non lo dimenticava mai più, lo

seguiva sempre col pensiero dove andava, dove si trovava e languiva di

desiderio.

ELINA. Questa l’ho già sentita. Del resto non è una favola, che tu

racconti. Poichè il cavaliere di cui parli, è Nils Lykke che ancora

oggi è consigliere di Corte.

BJÖRN. Può essere.

ELINA. Ebbene.... continua.

BJÖRN. Una volta si trovò...

ELINA. (si alza) Ascolta! Taci!

BJÖRN. Che c’è? Che avete?

ELINA. Senti?

BJÖRN. Che cosa?

ELINA. È là! Sì, nel nome di Dio!

BJÖRN. (si alza) Che cosa c’è là? Dove?

ELINA. Lei stessa.... nella sala dei cavalieri (va in fondo).

BJÖRN. (la segue) Come potete credere...? Signorina andate nella vostra

camera.

ELINA. Silenzio. Sta quieto; non muoverti, non farti vedere. Aspetta —

la luna appare. Scorgi la figura nera...?

BJÖRN. Santi del Cielo!

ELINA. Vedi? Ha voltato colla faccia alla parete il ritratto di Knut

Alfson, eh! eh! Ella lo guarda fisso negli occhi.

BJÖRN. Signora Elina — ascoltate.

ELINA. (va verso il camino) Adesso lo so, adesso lo so!

BJÖRN, (tra sè) È dunque vero!

ELINA. Chi era, Björn? Chi era?

BJÖRN. L’avete veduta meglio di me.

ELINA. Ebbene? Chi ho veduto?

BJÖRN. Vostra madre.

ELINA. (quasi fra sè) Notte per notte io ho sentito i suoi passi.

L’ho udita sospirare e gemere, come un’anima irrequieta. Ed il popolo

dice... Ho capito adesso. So che...

BJÖRN. Silenzio!

LA SIG. JNGER. (viene dal mezzo).

La signora Inger di Östrot · 第 10 / 74 题