Gli effetti di tanta rigidezza schematica inducente a tanta servitù
volontaria, voglio anzitutto considerare nel loro lato negativo.
È certo, per esempio, che nelle tragedie di Vittorio Alfieri voi
sentite sempre e solo le voci degli uomini, quelle delle cose e
dell'ambiente quasi mai. Nei teatri degli altri poeti noi non possiamo
disgiungere questi due elementi, i quali potranno essere distribuiti in
diversa misura, ma stanno pure fra loro in una certa utile proporzione.
Se noi, caso per caso, tragedia per tragedia, raccogliamo dentro il
nostro spirito l'azione complessa e concorde di questi due diversi
coefficienti, i grandi effetti saltano agli occhi. Basterà ricordare
l'esempio di alcune tragedie di Shakespeare ove è manifesto che
gli animi degli spettatori rimangono sempre divisi tra l'azione dei
singoli personaggi e quella dell'ambiente. Come, ad esempio, potreste
spartire nella vostra mente gli effetti che vi produce l'_Amleto_,
senza distinguere la parte dovuta a ciò che vi ha di fantasticamente
suggestivo nella rappresentazione dei luoghi, dalla azione pura e
semplice dei personaggi? Come non tenerne conto nella scena della
piattaforma di Elsinora in quell'alto silenzio della notte, colla
voce delle guardie che si rispondono, prima che appaia lo spettro di
Amleto? Poi la vita interiore di quella corte danese, con quel teatro
dov'è combinata dallo spirito vendicativo del giovane principe la scena
che farà confessare al delinquente il suo delitto; e poi il cimitero
dove echeggiano le lepidezze dei becchini; poi, mentre suona la voce
malinconica di Amleto, i suoni della lugubre sinfonia che accompagna
al sepolcro il corpo della povera Ofelia.... Tutta questa eloquenza de'
luoghi e delle circostanze concorre moltissimo all'effetto dell'azione;
toglietela e molta parte del sentimento tragico sfumerà.
Invece l'Alfieri dal suo alto coturno rinunzia con gesto
sprezzante a tutto ciò. Egli vi pianta i suoi personaggi dinanzi
ad un freddo colonnato dorico; e lì, nello spazio di poche ore,
debbono vivere, soffrire, morire. Egli arriva a sottilizzare, a
spiritualizzare talmente i suoi caratteri che talora egli è costretto
a _disumanizzarli_. Io non so trovare altra parola per esprimere
il mio concetto. E come si compiace egli di tutto questo sfrondare,
condensare, scheletrizzare! Si direbbe che se anche di quel piccolo
apparato esteriore egli potesse far getto, lo farebbe tanto volentieri
onde così richiamare e concentrare tutto lo spirito e tutta l'azione
tragica nel mero e invisibile teatro dell'umana fantasia.
Ma quando colla vigoria scultoria del verso, colla veemenza delle
passioni, nel dialogo serrato, nella successione delle scene correnti
verso la catastrofe, egli arriva a rapirci e a portarci in quel mero
e invisibile teatro della umana fantasia, o signore, allora come ci
avvediamo che Alfieri è davvero grande! E ci vengono spontanei alla
memoria i versi che a lui volgeva il Parini:
Come dal cupo, ove gli affetti han regno,
Trai del vero e del grande accesi lampi,
E le poste a' tuoi strali anime segno
Pien d'inusato ardir scuoti ed avvampi!
Giorgio Hegel, investigando la essenza del componimento tragico, dice
che bisogna istituire una certa equazione estetica fra la tragedia
e la statuaria. Leggendo questo passo del filosofo tedesco, la mente
corre subito all'Alfieri, e la comparazione assume un carattere tanto
individuale che pare fatta pensando a lui. Quel marmo nudo, quelle
linee austere e semplici, senza vaghezza di fondo, senza ambiente,
senza policromia, mute, fredde; ecco veramente la tragedia d'Alfieri!
Questa somiglianza colla scultura non ha solo, o signore, un carattere
figurativo e superficiale ma qualche cosa di intimo e di profondo.
Dinanzi alle più perfette tragedie dell'Alfieri si prova un sentimento
assai somigliante a quello che ci fanno provare alcune delle opere più
celebrate della statuaria antica.
Di lui si potrebbe dire quello che il Wielland disse di Cristoforo
Glück, il fondatore del melodramma moderno. Anche Vittorio Alfieri
“preferì le Muse alle Sirene.„ Peccato che più d'una volta egli siasi
dimenticato che le Muse pretendono d'avere una voce non meno melodiosa
e non meno piacevole di quella delle Sirene!
I critici restringono i difetti dell'Alfieri principalmente alla
durezza e all'oscurità. E notate che l'autore stesso non osava molto
difendersi; dirò anzi che alcune volte accoglieva con compiacenza
queste censure. Non si ricordò egli dell'aurea sentenza di Quintiliano,
che la brevità non consiste nel dire poco, ma nel dire nè più nè
meno di quanto occorra perchè le forme del nostro pensiero e i moti
dell'anima siano resi evidenti e forti in chi ci legge e in chi ci
ascolta. Vittorio Alfieri invece fece della brevità una cosa sola
colla sostanza e col contenuto delle sue concezioni tragiche. È così
_invasato_ (questa parola s'incontra spessissimo nella _Vita_ e nelle
lettere) è così invasato dal furore che lo incalza verso la catastrofe,
che accoglie con trasporto tutto quello che accorcia in qualunque modo
la strada che ha dinanzi. E questo lo persuade a riprender sempre
la sua materia letteraria fra le mani inquiete, e a tormentarla in
tutti i sensi, pur di spremere sempre qualche sacrifizio di possibile
superfluità, pur di aggiungere sempre qualche spizzico di laconismo.
Di ciò arriva egli a compiacersi quasi puerilmente; e allora allinea
le cifre dei versi di cui si compongono le sue tragedie, dimostrando
con orgoglio che, per esempio, nella elaborazione di quella tale
sua tragedia i versi erano da prima 1400, ma nella seconda prova
diventarono 1350, nella terza scesero fino a 1320. E mostra di non
dubitare un momento che questi 50, questi 80 versi strappati alla prima
fattura siano sempre una legittima conquista dell'arte, un passo di più
verso la perfezione!