Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo anzitutto ricercare
quale idea egli si fosse formata della tragedia prima di accingersi
a comporne; e da quali concetti e sentimenti egli fosse accompagnato
nello svolgere la serie delle sue composizioni tragiche. Per intendere
questo fa d'uopo tornare alla sua vita.
Abbiamo accennato come egli venne su e quanto poco studiasse
nell'infanzia e nella adolescenza. Confessa egli stesso che “sdegnò
ogni studio.„ Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto in
tanto gli balenava il fantasma luminoso e attraente della gloria;
talvolta anche era preso da un'indicibile vergogna della propria
ignoranza; e allora pareva che due uomini lottassero aspramente dentro
di lui. In sostanza la sua è una educazione letteraria che comincia
tardi e procede malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, per
colpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei e fortuiti.
Per esempio: oggi gli capita in mano Plutarco, ed ecco che lo investe
il desiderio di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira le
gesta; domani legge la canzone _Alla Fortuna_ di Alessandro Guidi,
s'esalta, s'infiamma, si dibatte sul proprio divano, tanto che è
costretto ad interrompere la lettura; e giura che ode suonare dentro di
sè una voce che gl'impone d'esser poeta.
Così di mano in mano la sua vita passa sempre fra queste scoperte, fra
questi subiti entusiasmi. Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà
Tito Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio interrotto da
Sarzana a Firenze; più tardi, a Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico
Gori gli metterà per la prima volta nelle mani un esemplare delle opere
del segretario fiorentino.
Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco che si rinnovano questi
abbandoni completi del suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta
e del tutto libera da ogni temperamento e da ogni governo della
critica. Così sull'ultimo limite della sua vita, a cinquant'anni,
quando nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare il
greco, ed essendo riuscito colla ferrea forza del volere a superare
anche questa volta ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che
fonda l'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo cavaliere di
quell'ordine.
Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, a me Vittorio Alfieri
dà l'idea d'un eterno studente di rettorica. Per aver cominciato ad
esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per tutta la vita.
Questo singolare e forse unico procedimento educativo doveva avere
ed ebbe delle conseguenze gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno
studente — della tradizione e della autorità classica non dubita
mai. Sotto questo aspetto chi guarda nell'animo suo trova una grande
somiglianza con quei primi umanisti del nostro Rinascimento i quali
accoglievano con una venerazione incondizionata tutto quello che veniva
dalla sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende anzitutto
è la sua assoluta mancanza di ogni senso critico tutte le volte che
egli si trova di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia
se pensiamo ch'egli visse in mezzo a tanta espansione e libertà di
critica. In quell'epoca la Francia aveva il suo Diderot, la Germania
il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per tacere di tanti altri.
In mezzo a tutti questi uomini che esaminano liberamente l'antichità,
la discutono, la negano anche, Vittorio Alfieri non sa che adorare.
Egli, così libero in tutto il resto, qui è sempre entusiasticamente
devoto e sottomesso; e fa soprattutto meraviglia vedere come a lui
manchi quel senso e quel criterio di _graduazione_, senza del quale
è impossibile la verità dei giudizi. Egli dice indifferentemente “_il
divino Sallustio, il divino Tacito_„ come dice “_il divino Omero, il
divino Dante_.„ Quest'ammirazione che io direi monometrica dell'Alfieri
ebbe certo una grande influenza sul modo che egli adoperò nel concepire
la tragedia. Ricordiamo ancora che Vittorio Alfieri fu un conte
democratico, odiatore di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un
patrizio democratico, così io direi che tenne molto ad essere un poeta
patrizio. Tutto quello ch'egli aveva conceduto di buon grado, spinto
dall'animo suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, lo
voleva riconquistare nel campo delle lettere; e fu, in sostanza, il
poeta più rigidamente aristocratico che potesse immaginarsi.
Da questa educazione e da questa indole l'Alfieri fu mosso a cercare la
via che ad esse meglio si confaceva per riuscire originale; e vi riuscì
spingendo all'ultimo limite, cioè alla sua più rigida espressione, il
tipo della tragedia pseudo classica.
Egli avrebbe voluto riuscire poeta più rigidamente classico dei
classici stessi. E notate altro contrasto. Mentre nel campo della
politica gettava via tutti i vecchi vincoli e saltava tutti i vecchi
confini, nel campo delle lettere egli amava studiosamente tutto ciò che
vi era di autoritario e di coercitivo. Come certi poeti lirici amano
di moltiplicare le difficoltà del ritmo e della rima perchè il cesello
dell'opera loro risulti più evidente e più prezioso, Vittorio Alfieri
immaginò una tragedia ridotta alla sua più rapida e secca espressione,
dove ciò che si intendeva per tradizione classica non era solamente
osservato con riverenza ma anche oltrepassato con una specie di zelo
feroce. Così, l'orgoglioso poeta, volle circoscrivere il proprio agone
e farlo angusto e difficile per meglio mostrarsi in esso gloriosamente;
a somiglianza di quell'atleta che volontariamente si carichi di pesi o
si leghi un braccio nella lotta perchè meglio appaiano la sua agilità e
la sua forza.
Vedete fatto strano! Vittorio Alfieri non discute mai l'autorità
degli antichi. Eppure quella autorità è ormai discussa da tutti.
Perfino Pietro Metastasio, quel mansueto e mite abate che assai
volentieri si genufletteva dinanzi a Maria Teresa, suscitando gli
sdegni dell'astigiano, perfino il buon Metastasio paragonato a Vittorio
Alfieri nelle concezioni letterarie diventa uno spirito indipendente,
quasi un rivoltoso. Infatti egli, commentando la poetica d'Orazio,
esprime idee e intendimenti evidentemente più larghi, più sciolti
— direi con moderno vocabolo — più liberali di quelli che esprime
l'Alfieri. Del Baretti, del Conti, del Gozzi è inutile ch'io parli.
L'Alfieri invece mette tutta la sua compiacenza e il suo orgoglio
nel restringere sempre più i vincoli che regolano il componimento
tragico, e non gli garba e allontana da sè tutto quello che può avere
l'aria di una concessione e d'un lenimento, tutto quello che può
essere inteso come una facilitazione a conseguire l'effetto. Egli
vuole essere solo colle proprie forze e privo d'ogni aiuto; solo a
proseguire uno schema di tragedia nuda, inamabile, talvolta persino
mostruosa e feroce. Raccolto e fisso in questa idea, vede quanto
partito sapessero i tragici cavare dai cori; e bandisce i cori. — Legge
i tragici francesi, vede quanti argomenti di facilitazione alle scene
e di preparazione alle catastrofi essi traggono dall'intervento delle
nutrici e dei confidenti; ed egli bandisce le nutrici e i confidenti.
— Legge nella poetica d'Orazio che il quarto personaggio dell'azione
non deve incaricarsi di parlare troppo; ed egli prende alla lettera il
consiglio, lo muta in precetto, lo esagera e restringe l'azione delle
sue tragedie quasi sempre a tre soli personaggi. — L'amore egli sa,
egli sente, qual dilettoso e magico coefficente sia per tenere i cuori
della folla, per esaltarli, per commuoverli; ebbene, egli bandisce
dalle sue tragedie anche l'amore! — Le donne amanti d'Alfieri sono per
lo più delle figure secondarie; amano sciaguratamente, e sono sempre
vittime d'una potenza superiore che loro toglie perfino la possibilità
del contrasto. Una fatalità ineluttabile, una politica feroce invade
l'ambiente, ed esse, le povere e deboli vittime, o la subiscono
inconscie o sono spazzate via come fiori dal turbine. Una sola volta
l'Alfieri si mette di proposito a comporre una tragedia che ha per base
un vero amore femminile. Ebbene, anche questa volta egli è sedotto
dal suo demone; e in tanta abbondanza di soggetti va proprio a cavar
fuori _Mirra_, documento mirabile del suo ingegno, una delle prove più
vittoriose delle sua facoltà tragiche; ma voi ben sapete quanto poco
lo aiutasse la scelta dell'argomento. E non basta. Nessuno ignora quale
efficacia e quanta facilitazione all'effetto teatrale abbiano derivato
gli altri poeti tragici dalla effusione lirica abilmente innestata
all'azione e al dialogo serrato delle tragedie. Non la sdegnarono certo
i greci, e basterebbe ricordare sopra tutti Euripide. Dei moderni è
inutile parlare. Quanta parte, per esempio, non verrebbe diminuita del
teatro tedesco e spagnuolo se si volesse sopprimere la lirica? Ebbene:
anche di questo elemento il nostro Alfieri si mostra sdegnoso. Egli
getta da sè, dal suo bagaglio poetico tutto quello che non è nuda e
rigida e laconica espressione dello schema drammatico. Non si ferma mai
a cogliere un fiore lungo i margini della sua strada; e corre austero e
rapidissimo verso la propria meta.
Tale si formò nella mente di Vittorio Alfieri l'ideale della tragedia
e tale volle esprimerlo. Egli lo definì in un passo della sua lettera
in risposta a quella di Ranieri Calsabigi, il quale gli aveva scritto
una lunghissima tiritera infarcita di erudizione indigesta, sopracarica
di lodi e mescolata anche di qualche critica non sempre infondata.
Il fiero conte che non rispondeva quasi mai alle critiche, che gli
giungevano da ogni parte d'Italia o in senso laudativo o in senso di
biasimo, al Calsabigi rispose: “_Vorrei la tragedia di cinque atti,
piena, per quanto il soggetto dà, del solo soggetto: dialogizzata dal
solo personaggio, attore, non consultore, o spettatore: la tragedia
di una sola tela, ordita, per quanto si può, servendo alle passioni:
semplice per quanto l'uso d'arte il comporti: tetra e feroce per quanto
la natura lo soffra: calda quanto era in me. Ecco la tragedia che io ho
concepito. Per questa volli, sempre volli, fortissimamente volli_.„