Se il giovin signore ammaestrato nel _Giorno_ è proprio il rovescio
dell'Achille dell'ode, il precettore che nel _Giorno_ lo ammaestra non
è il rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin signore (che
che altri allora ne malignasse e qualche critico abbia poi cercato
dimostrare) non è una data persona; è un tipo imaginario, composto di
chi sa quante persone, atteggiato in chi sa quanti modi, che il poeta
aveva osservati e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo
voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, così da non poter essere
neppure un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il
poema è, in fondo, il Parini medesimo che si vale dell'ironia. Per
maneggiarla a dovere egli usa ogni accortezza; per non romperla si
frena quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze
lo distraggono di continuo, tentano sviarlo: le campagne della sua
Brianza, e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio cui si
volge. Campagne lontane; effetti troppo spesso presenti.
Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era meglio (par che dica il
poeta) restare tra voi, e uscir la mattina all'alba lungo le siepi
fiorite, e scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi gemme
i raggi del sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo
spingendosi innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella
sonante officina! Quanto era meglio ammirare d'estate il crescere della
bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e
su la foresta,
Finchè poi scroscia la feconda pioggia
Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe
Ravviva, riconforta, allegra e abbella!
Quanto era meglio veder la luce del tramonto indugiarsi rosea su le
cime de' colli; meditare la rotazione incessante della Terra intorno
all'astro, scendere col pensiero, mentre l'astro pareva calasse laggiù
dietro l'orizzonte, scendere all'altro emisfero che si affrettava a
goderne!
Già sotto il guardo de la immensa luce
Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi
Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice
Di molte perle California estrema;
E da' maggiori colli e dall'eccelse
Rôcche il sol manda gli ultimi saluti
All'Italia fuggente..............
Oppure uscire, di notte, fantasticando; vedere come crescono giganti
le ombre nelle torri antiche, solcano il cielo le stelle cadenti;
ascoltare, come farà poi il Leopardi, la turba infinita de' grilli
sotto il gran silenzio del cielo, e la rana remota alla campagna. Que'
pochi anni vissuti a Bosisio risorgono distinti, particolareggiati, in
mente al Parini, mentre il precettore insegna al giovin signore, che
gli altri tutti han da lavorare per lui, egli solo godersi il lavoro
di tutti: i mietori sudare ne' campi, i soldati vegliar per le mura, i
muratori arrischiarsi su' palchi, gli artigiani oprare nelle botteghe,
i remiganti stancar le braccia pe' laghi; tutti per lui solo. Il
sentimento della natura che sgorga e si effonde così schietto e vivace,
subito che gli si porga un'occasione, fuori dell'insegnamento ironico,
non è, certo, del finto precettore; è del poeta vero.
E dal Parini, non dal finto precettore, rompono i gridi della coscienza
offesa, che non sa più velarsi con l'artificio d'una figura retorica,
quando le cose dal poeta evocate le si presentano nella cruda realtà.
Coscienza di filantropo e di prete buono, in cui vennero a fondersi
le dottrine degli Enciclopedisti francesi e il Vangelo di Cristo.
Presa dalle sue proprie finzioni, la fantasia inorridisce allora
nel rispecchiarsi entro il verso. Pranza il giovin signore? pranzi,
s'impingui, dimentico perfino della carità tradizionale. E voi
............ Egri mortali
Cui la miseria e la fidanza un giorno
Sul meriggio guidaro a queste porte;
Tumultuosa, ignuda, atroce folla
Di tronche membra, e di squallide facce,
E di bare e di grucce, or via da lungo
Vi confortate; e per le aperte nari
Del divin pranzo il nèttare beete
Che favorevol aura a voi conduce:
Ma non osate i limitari illustri
Assedïar, fastidïoso orrendo
Spettacolo di mali a chi ci regna!
Del pari, nella descrizione della furia con la quale passavano per le
vie le carrozze signorili, senza punto curarsi de' passeggeri, a onta
dei bandi ripetuti, sì che alla fine il Governo dovè comandare ai birri
di ficcar delle stanghe tra le rote volanti, e spezzarle, e fermarle
così per forza, le rote, o vulgo,
Che già più volte le tue membra in giro
Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,
Spettacol miserabile, segnaro.
Queste voci sincere del poeta, verso la natura amata, verso i fratelli
oppressi, possono sembrare errate soltanto a chi pregia più la retorica
che la poesia: son esse, anzi che un errore, il pregio migliore del
poema, perchè lasciano scorgere di tanto in tanto l'anima di chi lo
scrisse, e, riposando dalla lunga ironia, ne rilevano l'intendimento.