Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine artistica sembrava
gran che saper descrivere tutto, insegnare tutto, in una serie di
sillabe numerate e regolate da accenti. La versione del poema di
Lucrezio, condotta con tanta eleganza dal Marchetti, aveva dato a
quel genere fallace un impulso nuovo; e di tutto lo scibile ecco fatti
maestri i verseggiatori, dalle leggi che regolano il moto dei pianeti
all'accortezza con la quale giova inzuccherarsi le fragole. Le dame
e i cavalieri si erudivano così, durante la pettinatura, su libri che
avevano le apparenze dell'arte. Già nel 1719 un patrizio pisano aveva
messo in versi tutto quanto il _Cuoco in villa_; dove potreste imparare
a far minestra di triglie, o burro di mandorle, o salsa di gelsomini
sopra il pesce fritto, da ricette di endecasillabi che hanno talvolta,
per curioso incontro del serio con l'ironico, intonazione pariniana:
Or queste son le file onde si ordisce
De' pasticcini tuoi la tela industre.
Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad altri poi la cura di
sdottoreggiare a quel modo in poemi didattici sull'educazione: egli
fingerà, soltanto, di accettare dalla moda le forme; dentro esse forme
infonderà lo spirito sarcastico che ha visto far mirabile prova nelle
satire latine del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, per
esempio, la _Coltivazione del riso_ in endecasillabi sciolti, leggiadra
opera del marchese Spolverini? Vi do, par ch'egli dica, vi do anch'io
un poema didattico, _L'educazione del gentiluomo_; e sarò anch'io un
versiscioltaio come vuole la moda. Ma quel ch'egli dice veramente è
questo:
Spesso gli uomini scuote un acre riso,
Ed io con ciò tentai frenar gli errori
De' fortunati e de gl'illustri, fonte
Onde nel popol poi discorre il vizio.
Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati e gl'illustri, e
l'intendimento di frenarne gli errori. Tale distinzione è in riscontro
a quella sul principio del poema, là dove si fa la supposizione doppia,
che il giovin signore discenda o da antica famiglia o da un padre
arricchito in pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri
saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per censo s'imbrancano
tra loro: con cinquecento fiorini si diventava un _don_, con duemila
cinquecento si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a'
nobili soli di data antica, si volge dunque la satira del Parini. Ed
anche a' ricchi borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il Corso
non ommetterà le figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe
silvestri, che vorrebbero farsi credere delle Dee maggiori. Hanno
un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di
cocchiere e di staffiere al cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse
chiuso a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche queste maschere
ei conosce; e di quei nobili, e de' borghesi che ostentano i vizii
de' nobili, vuole il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e
tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sprecate sì
malamente.
Non si correggono gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo.
Il Parini educatore disse chiare le idee sue nell'ode per la guarigione
dell'Imbonati, nè mi è necessario rammentarle a voi, che tutti avete in
mente i precetti di Chirone ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera
non è quella che si eredita dagli avi; è quella che ci acquistiamo noi
stessi col merito delle opere nostre. A divenir nobili occorre quindi
l'esercizio di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo;
anche delle membra, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva
ed efficace. Membra sane non valgono al bene se non son rette e mosse
da un'idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede,
purchè non sia nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto
è quegli solo che adopera corpo ed anima, con sacrificio di sè, pel
vantaggio degli altri.