II.

Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un

altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse,

diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico

nell'arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico,

che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il

fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, il Gozzi, un uomo

d'immaginazione? Badiamo che _fantasia_ è una grande parola ed è una

grande cosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore

del meraviglioso, al teatro? _Meraviglioso:_ è una parola più semplice

e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca

le ciglia e ha l'aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle

cose meravigliose perchè strampalate, meravigliose perchè senza nesso

o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perchè

assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro,

tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e certe

volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole

intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì,

ma logico: esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce

e gli dà sostanzia e colore: esso può essere alto, grande e puro,

come la verità. Il fantastico non è il contrario della vita, ma

è l'esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l'aureola, è

l'alone, ma la linea suppone la misura, ma l'aureola suppone la

testa, ma l'alone suppone la luna! Il fantastico non capovolge le

leggi dell'esistenza, ma le intravvede moltiplicate, più ricche, più

tristi, più tetre, più grottesche: ma le considera nelle loro glorie

e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro nota più vibrante e

più acuta! Il fantastico anche descrive dei paesaggi che esistono, ma

vi aggiunge quella soffusione di poesia lieta o lugubre che le cose

hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi non sanno vedere:

il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un

lato nascosto, qualche cosa che sfugge all'analisi del critico e che

non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che gli scrittori

d'immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori di verità

si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta mediocrità, non

comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze. È fantastico

il grande Hoffmann, di cui non una delle novelle che non parta da un

assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie e le seduzioni

della vita: siete fantastico voi, voi solo, o grande Edgardo Poe, non

abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice nella morte come

nella vita! Rammentiamo le _Novelle straordinarie:_ non una di esse che

non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un'assoluta verità!

Ma quegli uomini sentono in una forma complessa, esagerata e febbrile:

ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, dalle forme

tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle bianche vesti, hanno in

loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi hanno una vita interiore

che li trasforma e li fa tragici: ma quelle scene hanno una intensità

crescente che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di un sudore

di paura! Tutto è vero, tutto può esser vero, nel grido che sale nel

_Cuore rivelatore_, tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili

rumori della _Casa Usher_. Il fantastico del rimorso, il fantastico del

terrore non vengono da spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l'uomo

li porta in sè, ma sono gli abitatori del suo spirito, i tetri e fieri

abitatori! Egli non diventa marmo, come il povero Zennaro, del _Corvo_

di Carlo Gozzi, nè marmo come la dolce e tenera Hermione nel _Racconto

di una notte d'inverno_ di Guglielmo Shakespeare: non si muta in una

serpe, come la dolce Cheustanì, la _Donna Serpente_ di cui Riccardo

Wagner volle rendere l'amore, il dolore, la devozione coniugale nella

sua opera di gioventù (_Le Fate_); ma quest'uomo di Poe ha le belve

che gli dilaniano il cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio

sarebbe per lui se s'impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita

nelle sue più cocenti passioni, l'odio, l'amore, il delitto elevato

all'ennesima potenza, la vita slanciata alle altissime temperature, —

dove tutto vibra e tutto finisce per infrangersi!

E chiamiamolo addirittura il _meraviglioso_, il portato di Carlo Gozzi

nel teatro italiano, poichè additeremo così questo bizzarro, sì, ma

mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa,

ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma

ha con sè il balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti

di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro

istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra

in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed

eroi di cinque, di dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano

nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e felici. Questo

meraviglioso ha l'aspetto truce e la sostanza tenera, ha l'apparenza

della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora,

fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi subito, quietamente.

La fantasia, nella sua essenza, nella sua possanza, dà ben altri

crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che mi ascoltano,

io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo

Gozzi che un personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono

di essere i lettori dell'una e dell'altra opera. Infine, il Gozzi

non era realmente un uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto,

non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente

nell'arte, ma lo ha fatto per una passione di uomo, molto più forte,

molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni.

Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte

veneziano si è infiammato molto più che per qualunque amore di donna:

parliamone, giacchè esso è l'avvenimento più importante della vita di

Carlo Gozzi, giacchè oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino,

adesso il drammaturgo di _Turandot_ è rammentato solo perchè fu nemico

acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha,

sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare:

chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario,

già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente:

il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo

e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte

dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la

bontà e la beltà delle creazioni goldoniane gli faceva ribrezzo: e le

parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano

sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta

teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il

calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole

avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta

su tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di vituperii: è

stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto

sussidii e contrasti nell'amore e nella politica. Il Goldoni è stato

insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella

felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciare il suo paese,

esiliarsi, non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, non

sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più

tardi, certo, anche la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso

Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi,

quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell'animo di

Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato

il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia.

Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo erano sentimenti

naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva

fare diversamente che detestare Goldoni e che egli ha obbedito

a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia.

Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli,

modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di

fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra,

ma trasforma violentemente, egli aveva _avuto un'idea_: egli aveva

compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di

fascino che sorpassa tutte le meraviglie: aveva _visto_ che l'amore

qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità

leggiadra o pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero

maggior attrazione che qualunque declamazione rettorica o leziosa:

aveva sentito quest'uomo piccolo destinato ad albergare quella grande

cosa che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della vita nella sua

lealtà comica o drammatica. La gran voce delle persone e delle cose

intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la

voce dei fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi

frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L'uomo nella sua

carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali,

con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i

trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l'uomo

vero, l'uomo uomo, era apparso a Carlo Goldoni: e costui aveva reso

la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi

quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore

generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e

i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell'Europa!

La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a

protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso,

il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La

verità; cioè, gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente:

cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza,

è vero, ma non tanto da non vederne l'esatta riproduzione: cioè,

le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e

i sentimenti più alti del patriottismo, dell'onore, della dignità

ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa

vecchia Venezia già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze,

il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove

cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che

disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza!

E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di

antica stirpe dalmata, il patrizio che s'inchinava reverente a Venezia

e alla Serenissima? Carlo Gozzi non solo era un signore, di nascita,

ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un

conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un

patriotta, ma era un patriotta accanito e focoso. Il tremuoto che

squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo

sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che

portava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni.

Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non

codino di poco temibili proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma

codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni

non parve solamente a Carlo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve

un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare sul teatro

la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese.

Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e

invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal

palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un

dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo

contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l'azione

i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche

più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e

l'opporsi a lui gli parve un atto di buon cittadino, di fedele suddito

della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere

dell'uomo contro l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata!

Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come

i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano

Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie

di Carlo Goldoni, portanti nel seno il germe della libertà dello

spirito, egli volle far tornare all'antico il pubblico, e più che

all'antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre

tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda

e le preparava una magnifica fioritura dove il sangue non mancava

per la coltura, mentre tutti avevan l'anima attenta a ogni nuova

manifestazione del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo Gozzi

tentò di calmare questa inquietudine coi racconti delle fate e volle

addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di

far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori

segreti, egli cantò la ninnananna a coloro che vedevano crollare il

mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi,

egli disse, come una buona balia: _vi era una volta_...... Oh come

si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era

troppo superbo e alla sua maniera, anche un po' indifferente, ma la

disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che

si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia

danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile

prossima ghigliottina, in abito da _victimée_, tenta di raccontare

delle storielle vane per togliere il pubblico alla propaganda e alle

paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità,

con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre

continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè:

egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia

spinge il Goldoni a scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non

solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente,

egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri,

che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare

sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui,

specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo

di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se

il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli

non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell'iniquo,

dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili

teorie? Siano i racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito!

Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare

sulla scena la _Commedia dell'arte_ è un colpo duro a sè stesso e

alla propria dignità di autore? Purchè sia ferito l'avversario, non

importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del

Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua

vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si

riabilita con quest'odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto

e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio alle

vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha

un'essenza d'amore, come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo

Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore

e dare di lui un giudicio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò

meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati

solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono

nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si

dimenticano di vivere: e rovini tutto l'edificio sociale intorno ad

essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo

Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma

fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile,

anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo nel grande torneamento

della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo

Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua

cifra fatale!

E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro,

fatte anche in nome dell'ombra e della immobilità, fatte anche in

nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso

di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo

Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte e della sua

vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le

avversità sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che vi si tempera

e vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni,

degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita

nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il

mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico e maestoso Wolfango Goethe!

Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua

guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete

che egli vide perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu postumo

di sè stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato

che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di

lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpita il

mondo alle scene degli _Innamorati_ e ancora ride alle sue _Baruffe

chiozzotte_: ancora la _Locandiera_ incanta gli spettatori affascinati!

Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivono _di là_: ma noi

non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo

che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali,

sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi!

La Vita Italiana nel Settecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1895 · 第 62 / 100 题