Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente
conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi
sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando
un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi
stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere
popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che
con tono fatidico pronuncia una sentenza crudele contro la felicità
degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e
di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico
delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui
deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che
uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il
sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza
bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli
debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore.
Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore,
alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debole e breve:
l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova,
anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste
statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate,
lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso,
sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro
confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle
burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e
dell'eroina.
E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione sorprendente di
quel cancelliere degli spiriti, lettore di stranissime sentenze, che
è uno stregone o una fata, questo meraviglioso si esplica, ampiamente,
turbando la mente e la esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte
le leggi comuni della natura sono sciolte: il tempo, lo spazio non
esistono più: i tre mondi si confondono: le belve parlano, l'acqua
canta e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano uomini
e gli uomini si mutano in istatue. Così, anche nel mondo morale degli
affetti, tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono le amate,
le mogli scacciano i mariti che adorano, le madri gittano nelle fornaci
i figli. Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, ma anche
quello che è impossibile, viaggi di migliaia di miglia in poche ore,
risurrezione di morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti in
una notte e crollati in un minuto, battaglie combattute in un attimo
e in meno di un attimo perdute o vinte. A traverso questi paesaggi
stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, questi prodigi
impensati e inauditi, questi sentimenti escogitati e contradittorii,
gli eroi e le eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile vita di
tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e sopportando tutte le pene,
agonizzando di dolore o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando
al cielo, passando per tutti gli stadii più alti della disperazione: la
loro esistenza non somiglia più a quella di nessuna creatura umana, ed
essi vanno, vanno, dominati dal Fato, in lotta con esso, impari lotta
con un potere così forte e così segreto.
Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte i principi persiani
e le principesse chinesi di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto
mal ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente atroci e
inflessibili, contengono sempre una scappatoia, per cui questi
valorosi e impetuosi signori, queste instancabili ed entusiaste donne
possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è sempre una speranza, nei
rescritti dei maghi e delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia
fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena e buona notte. Un
piccolo lumicino brilla sempre in fondo alla foresta, come nella
gentil fiaba puerile del _Petit Poucet_, come in tutte le istorie
meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la tenue, quasi disperata
speranza, diciamo così, che è alla fine di tutte le torture estraumane
dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno al quale si tesse
tutta la trama della fiaba; e man mano, come l'intreccio si annoda
e s'infoltisce e si distende, la poca speranza cresce, il picciolo
lume si fa più vicino, più vicino, è un ricovero, è una casa, è la
salvazione, l'uomo ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato tutti
gli ostacoli, i regni della natura rientrano nel loro ordine e l'amore
uscito più terso e più compatto da quel crogiuolo incandescente,
trionfa.
Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo sapete anche se non
avete letto le fiabe del drammaturgo veneziano; giacchè tutto il
contenuto della sua opera è preso dalle tradizioni fiabesche di tutti
i paesi, giacchè egli ha rivestito di scenario e di dialogo tutti
i racconti che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano ancora
ai bimbi che non vogliono dormire. _L'amore delle tre melarance_ e
l'_Augellin belverde_, il _Corvo_ e la _Donna serpente_, la _Zobeide_
e il _Re Cervo_ e infine quanto costituisce il teatro delle fiabe
gozziane, risveglia le memorie delle stanze domestiche, dei focolari
confortevoli, delle antiche voci un po' tremolanti che il nostro cuore
non sa dimenticare, delle ore estatiche trascorse a udire le istorie
singolari, mentre già il sonno appesantiva le palpebre e il racconto
diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo sia uno dei grandi
segreti del successo di queste fiabe, allora: e come esse potessero
tener testa e persino, ahimè, soverchiare la novella arte goldoniana,
presa alle sorgenti istesse della vita quotidiana e schietta. Il più
austero uomo è stato un fanciullo e la più frivola e più spensierata
donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, evocati, al fior
dell'anima, e un senso di diletto, non scevro di una velata malinconia
viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza, mentre
il medesimo uomo austero troverà sconveniente la rappresentazione
dell'ordinaria esistenza e la medesima donnetta frivola s'irriterà di
vedere dipinta così veracemente la sua leggerezza e la sua instabilità:
e ambedue, è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni.
Ognuno ha il suo _tempo di fiaba_ nell'anima, tempo di semplicità,
d'innocenza, di credulità e di sorriso che si può rievocare, più tardi,
in modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente!
Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di Carlo Gozzi, sarebbe
un po' lungo e un po' minuto; pure, probabilmente, abusando della
vostra pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpatico ingegno così
intuitivo, la coltura, la ricerca felice ed esauriente che ha fatto,
su Carlo Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui tutti quelli che
si affaticano nell'arte e nelle lettere umilmente come me, o altamente
come altri, gli debbono una vivida ammirazione. _Lo Cunto de li Cunte_
del nostro novellatore napoletano Busile, la _Posilipeata_ di Masiello
Reppone sotto cui si nasconde l'altro napoletano Pompeo Sarnelli,
_Le mille e una notte_, i _Mille e un giorni_, il _Gabinetto delle
Fate_, tutte le antichissime leggende orientali hanno dato il loro
contingente al fiabista veneziano: persuaso che come _tout le monde_
aveva più spirito del signor di Voltaire, anche _tout le monde_ avesse
più fantasia del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte le fonti
popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo della _Zobeide_ il tipo di Barba
Blù, il mangiatore di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta
giorni, come Hassan, l'eroe della _Namouna_ di Alfredo de Musset se ne
stanca dopo una settimana: vi è, persino, nel _Re Cervo_, una delle
più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, un caso di _avatar_, di
scambio d'anime, leggenda orientale indiana che, più tardi, Thèophile
Gautier doveva narrare curiosamente nel suo lungo racconto _Avatar_.
È quasi un repertorio, il contenuto delle tragedie fiabesche del conte
veneziano: un repertorio che egli ha mescolato un po' confusamente, ma
che ha tutto espletato.
E allora, qual è l'elemento personale che il Gozzi ha dato a queste
fiabe? Ma, una cosa importantissima: la rappresentazione per mezzo
di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, di dialoghi, di
scene: tutto un mondo vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie
di opere teatrali che hanno un valore indiscusso per il loro tempo.
Drammaturgo, il conte Carlo Gozzi era: e aveva la passione pel teatro
penetrata sino alle sue midolla di uomo e di letterato: tutta la vita,
malgrado i suoi sonetti, a centinaia, per nozze e per monache, malgrado
le sue dissertazioni, egli non è mai stato nè poeta nè critico, ma
autore drammatico, niente altro. Il materiale, dunque, fiabesco e
la volontà di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva e dove,
persino, aveva collocato i suoi amori, oltre che le sue simpatie e la
sue amicizie, risvegliarono in lui le più belle qualità di autor comico
e drammatico, dettero l'impulso a un ingegno che nel teatro trovava il
migliore suo campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, massime
alcune di esse, scritte con vigore, con misura, con evidenza: in due o
tre di esse, come la _Turandot_, come il _Corvo_, come l'_Amore delle
tre melarancie_, vi è, persino, nella espressione dei caratteri, della
psicologia. — Io vi prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo
assai di essere psicologi, tutti, anche quelli che non sanno di
lettere e di arti, anche i semplici scienziati, anche i medici, anche
gli avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento anni, quanto e come
l'umanità sarà più psicologa di noi, mentre quelli che vissero cento
anni prima di noi eran psicologi senza saperlo e senza pretendervi! Il
caro conte Gozzi potea esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma
nel rendere un carattere femminile, nel fare emergere le espressioni di
un momento drammatico, servendosi, pur troppo, della rettorica di cento
anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente della sua forza e della
sua efficacia. Le fiabe, infine, sono dei veri drammi nel loro inizio
e nel compimento: sono l'agitazione di un mondo di personaggi e di
passioni che l'autore ci mostra, cogliendone il lato più significativo,
dando di essi e di esse la figura più rassomigliante e il senso più
vero.
Vedete, infatti, se nella _Turandot_ che non è punto una fiaba, ma una
bella e vera commedia a base drammatica, in questa _Turandot_ dove non
sono nè apparizioni, nè negromanti, nè uomini che si cangiano in belve,
nè melarancie che contengono una fanciulla, in questa _Turandot_ che
è la commedia di una giovanetta fiera e saputella, — una seccatrice,
diremmo noi — che non vuole sposarsi perchè odia gli uomini, vedete
se l'autor drammatico rifulge! La vecchia istoria dei _tre enigmi_
che il divino Shakespeare ha reso così magnificamente, con tanta onda
di poesia, di tenerezza, di passione, nel suo _Mercante di Venezia_,
quei tre enigmi che il presunto sposo della piccola e leggiadra
Portia deve risolvere, è servita al Gozzi, per questa _Turandot_,
come servì, più tardi, saran venti anni, a Giuseppe Giacosa per il
suo _Trionfo d'amore_: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno,
alle _Gesta romanorum_. Il Gozzi raggiunge, in questa _Turandot_, il
massimo delle sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento
vi è simpatico, umano, nobile, tanto il fatale dissidio dello spirito
della protagonista, vinta nella pruova, che non vuole darsi per vinta
e intanto già ama, ha una evidenza che colpisce e trascina il lettore.
Per cui questa _Turandot_ piacque tanto allo Schiller che di drammi,
se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli piacque da volerne fare
una riduzione in tedesco. E dalla medesima _Turandot_ viene tutto il
coro di ammirazione che il teatro gozziano ha trovato nella Germania
dalla fine del secolo, e nomino nel coro il Lessing, i due Schlegel,
il Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, non potevano
le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, tanto corrispondevano,
stranamente, al loro nordico gusto: ma è, consentitelo a una adoratrice
della verità, nella vita e nell'arte, è un dramma di verità e di
passione quello che rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi.
Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi in questa congerie di
bizzarrie novelle che è il mondo fiabesco: ed è, accanto alle figure
drammatiche le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali, gli
stomachi capaci, accanto ai martiri dell'amore le spalle fatte per
le bastonate, accanto ai principi e alle principesse le maschere
italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. Costantemente
queste quattro maschere a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una
maschera femminile, penetrano in tutti gli intrecci drammatici di
Gozzi, appariscono nel fondo di ogni scena, si mescolano a ogni
scena, e spesso non all'ultimo posto, visto che, nel _Re Cervo_,
Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il protagonista. Talvolta,
il dialogo di queste maschere è scritto per esteso, giacchè è troppo
necessario al senso della commedia: talvolta è accennato solo, come
trama, lasciando che le maschere v'innestino quel che vogliono, pur
non disubbidendo alla traccia. E così, questa _Commedia dell'arte_
onore e gloria comica italiana, diletto di gentiluomini e di popolani,
origine di tutto quello che vi è di spontaneo e di vivo nel teatro
popolare, si mischia indissolubilmente alla tragedia fiabesca, con
tutti i suoi contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo fa, sino a
che un ordine molto civile ma poco rispettoso del pittoresco e della
leggenda non lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due o tre
di essi, verso la seconda quindicina di dicembre si inauguravano le
rappresentazioni di un mistero religioso che portava per titolo:
_La nascita del Verbo umanato_ o _il Vero lume fra le ombre_. Vi
prendevano parte Maria, Giuseppe, gli Angeli, Belfegorre, dei pastori,
un grosso dragone spirante fuoco e vi accadevano tutte le scene della
Natività, descritte in versi assai strani. Fra i personaggi, vi era
un napoletano: non il Pulcinella, giacchè l'autore non aveva osato
di spingere l'anacronismo sino al delirio, ma un napoletano Razzullo,
che parlava il dialetto, che esclamava, che metteva il suo buon senso
pazzo e la sua loquacità meridionale fra le preziosità mistiche di
quel misterio. Ebbene, quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero:
ma neanche il mistero pretendeva di esser logico, ma al pubblico
che si estasiava misticamente innanzi alla umiltà della Madonna, al
paziente coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i truci progetti
di Belfegorre, quella nota singolare di napoletanesimo piaceva, ed
essi ridevano, gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo al
pubblico che si affollava nel piccolo teatro veneziano dove recitava
la truppa Sacchi, l'apparizione di Truffaldino in Persia, di Pantalone
in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva parere molto bizzarra, ma
non poteva che piacere, come chi rivede, fra gente ignota, un viso
noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici che rappresentavano
le maschere italiane, erano dei migliori, nelle loro parti: avevano
per essi la tradizione e la lunga esperienza, avevano l'affetto degli
spettatori. Anacronismo, sì, ma le fiabe erano anche così sorprendenti,
per la mancanza di ogni norma umana: anacronismo, ma il meraviglioso
regnando in tutto l'intreccio, non era neppur troppo curioso che un
bergamasco come Brighella, un veneziano come Pantalone, un napoletano
come Tartaglia si trovassero sbalzati ai confini del mondo, in drammi
dove il mondo non aveva più confini! Dico ciò per difendere il Gozzi
dalle accuse di testa folle, di commediografo squilibrato, di autor
drammatico capace di guastare una pura opera d'arte, per compiacere
quattro comici. Ritengo che quelle intromissioni così ripugnanti a
chi ha l'ossequio della verità, così balzane e quindi antipatiche
ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero urtare i nervi di
nessuno: salvo di coloro che la gran voce umana di Carlo Goldoni, la
voce di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva suggestionati! E,
anche, il Gozzi, con sapienza di contrasti, ha mescolato e alternato
l'espressione comica, usandone con moderazione, al senso drammatico:
egli ha bene inteso che uno spettatore non ama di fremere sempre, dal
principio alla fine di un dramma, che la emozione di dolore si stanca e
che il soffio di una risata riposa chi ascolta. Le scene delle maschere
non sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, giacchè il Gozzi
schivava la volgarità e addebitava le _Baruffe chiozzotte_ come una
laidezza, al Goldoni: esse hanno sempre, queste scene di maschere,
uno scopo, una necessità. Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi
ha potuto tentare questa risurrezione o continuazione dell'antica
_Commedia dell'arte_, senza far inorridire, senza seccare, divertendo.
Quest'audacia conservativa equivale all'audacia progressiva di Carlo
Goldoni!
Certo, trasportando la questione in una sfera d'idee più ampia,
la risurrezione della _Commedia dell'arte_, anche menomata, anche
ridotta a brevissime manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno
scenico e per contrasto morale, non può non essere giudicato un atto
di annichilimento letterario, da parte di un autore. La _Commedia
dell'arte_ è la improvvisazione capricciosa di cervelli comici che non
vogliono chinarsi a seguire il pensiero dell'_altro_, dell'autore: è
il libito di chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama sbiadita
cerca mettere i colori di una recitazione naturale: è la sostituzione
della coscienza personale dell'attore a quella certamente più elevata
e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, nella via dell'arte,
ma cento, ma mille passi indietro! D'altronde, anche questa _Commedia
dell'arte_, la quale poteva attirare per la sua libertà, por il suo
impensato, per l'inatteso personale, finiva per avere le sue formole,
le sue stereotipie: anche le scene di amor comico, di ghiottoneria,
di spavento, avevano il loro alfabeto e il loro sillabario: e tutto
s'immobilizzava in queste formole e la improvvisazione non era che
apparente. Ora che un uomo come Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu
patria, asilo, tradizione della più fulgida arte italiana, cresciuto in
un ambiente eminentemente letterario, appartenente a una famiglia dove
tutti facevano dei versi, dalla madre agli amici di casa, dalla cognata
alla cameriera, abbia potuto così negare il proprio ingegno e l'arte,
credendo che un comico qualunque potesse mettere la sua prosetta comune
e trita accanto ai versi solenni o teneri gozziani, permettendo che
le viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre gli stessi, si
alternassero liberamente ai lamenti e alle fiere proteste dei suoi
protagonisti, non si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre fra
il comico e l'autore: quando, ogni tanto, un autore ha la fortuna di
essere _inteso_ e _reso_ da un comico, bisogna dire che due fortunate
e lontane constellazioni si siano incontrate nel cielo! E viceversa
il signor conte Carlo Gozzi, per eccezione, amava troppo i comici:
li amava tanto, da cedere loro innanzi, come autore. La _Commedia
dell'arte_ riapparsa sulle scene, donde il grande e misconosciuto Carlo
Goldoni aveva, con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla,
non solo significava il trionfo di un passato morto e cavato fuori
dalla tomba e galvanizzato alla meglio, ma significava la negazione di
sè stesso come scrittore e come drammaturgo, significava il proprio
avvilimento come un uomo che pensa, che sa, che scrive. Ora se
l'egoismo confina con la ferocia, l'altruismo confina con la codardia!