Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il Goldoni è grandissimo:
perchè a far piangere dalla scena anche scrittori mediocri talora
riescono; certi fatti pietosi che narrati, per esempio, da un giornale
non commovono nessuno, portati sul palco scenico provocano nella platea
e ne' palchi lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente che ha
letto cento volte a occhi asciutti la storia della rivoluzione, piange
al veder sulla scena il Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta.
Di donne, di bambini lasciati in squallido abbandono da' mariti e
da' padri incalliti nella crapula, si sente parlare ogni giorno; ma
nessuno, pur commiserandoli, tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma chi
sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono per i simili casi
di _Maria Giovanna_, la protagonista di un dramma, quanto all'arte
mediocrissimo, del Dennery?
Altro è quando si tratta di comico: il perchè si pianga s'intende; non
sempre invece il perchè si rida. Che cos'è questo riso?, domandava
Cicerone a sè stesso. In qual modo si provoca? Qual'è la natura
sua? Perchè scoppia a un tratto senza che a noi sia possibile il
trattenerlo? E conchiudeva così, come si può conchiudere anche oggi
dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand nella _Revue des deux
mondes_, — si affaticarono a rispondergli: “Io non mi vergogno di non
lo sapere, nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo: _ne ipsi
sciunt qui pollicentur_.„[6]
Voi vi impietosite e a ragione dei casi di Giulietta e Romeo; vi
intenerite per la narrazione o il ricordo dell'affetto loro e della
tragica sorte. Or bene: se all'immaginazione vostra balenino un Romeo
lungo, allampanato, con le braccia scendenti fino a' ginocchi, una
Giulietta bassotta, pingue, pletorica, voi riderete. Perchè dunque
si mutano nella mente vostra i lor connotati, scema forse l'ardore
di quell'affetto, e quella morte è men miserevole? E se vi muovono
alle risa gli amanti fisicamente imperfetti, perchè vi fa fremere ma
non ridere l'amore di Quasimodo, oscenamente deforme, per Esmeralda?
Perchè vi fan ridere allo stesso modo Falstaff con le sue sozzure e
Don Chisciotte con le sue idealità? Ma parliamo più particolarmente
del teatro. Perchè fa ridere lo scemo, il _Jocrisse_, che è pure un
essere manchevole, un disgraziato il cui mancamento nella vita reale
ci parrebbe crudeltà prendere a dileggio? Perchè, mentre a nessuno è
mai passato per il capo di incitare al riso esponendo sul teatro uno
storpio od un monco, il sordo, con infermità peggiore, ha servito per
secoli a spassar le platee? Carlo Collé pose sulla scena una donna
incinta; egli racconta che quel personaggio, rappresentato da un uomo,
provocò risa omeriche; quando da una donna, nausea invece e disgusto.
Perchè? Perchè fa ridere il marito ingannato, quando, ben inteso, non
vendica l'oltraggio? Perchè fa ridere _Ludro_ quando froda con raggiri
e con cabale i men scaltri di lui? E son fenomeni questi soltanto
estetici: chi ride, sebben rida, è pronto a condannare il raggiratore
e la donna infedele. E perchè, da che teatro è teatro, si ride del
marito tradito dalla moglie, e della moglie tradita dal marito non
s'è mai riso ch'io sappia nè riderebbe, credo, nessuno? Misteri. Io
penso che uno scrittore di commedie, se anche non de' primi, purchè
ingegnoso ed esperto, possa talora sicuramente dire a sè stesso: con
questa parlata mi farò batter le mani, a questo punto, se anche non ci
saranno lacrime, commozione nel pubblico ci sarà: non credo invece che
alcuno, il quale sdegni di dar nel grottesco, possa con pari sicurtà,
e quando non si tratti di barzellette, promettersi: io qui farò ridere.
Il Goldoni unico, non sgarra mai e ci riesce ogni volta che vuole.