Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho
nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome
avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire:
il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi
introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo
nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni
così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e
dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellione letteraria
ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa,
non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e
forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini;
l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo,
amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da
Federico il Grande, divulgatore galante di scienza _ad uso delle
dame_, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una
notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione
le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le
sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel
gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il
Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno
(tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto
d'_opera buffa_ a trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle
riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello
spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: _anima di Platone
e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino_, e tutti lo festeggiano a gara
e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire
da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a
palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i
teologi;„ il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale
austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna
continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col
dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive
un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà
coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra
nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato
nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista,
uomo di Stato, autore d'un _Alceste_, in cui entrano Morte, Inferno,
Paradiso, “tutti i _novissimi_, come diceva il Metastasio, tranne il
_Giudizio_„ introduce in Francia (di balla col Casanova) il _giuoco
del lotto_; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo
a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto
del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una
satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito
per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro
Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita,
dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una
dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che
in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato,
così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati
e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi
tratti la fisonomia e le strane vicende.
V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno
appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che
ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma
negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza,
la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la
sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la
miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non
danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi
considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri
italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi
politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa,
vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile
e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori
d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi
spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di
bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano
piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti
a cavaliere dei due secoli, fra la fine della frolla e tarlata società
del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà
la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una
transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche,
agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia
l'uragano vicino a scoppiare.