Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel Casanova, ci sfugge
invece nel Cagliostro. Costui, se qualche volta s'è pur tanto
infervorato nella commedia che recitava da scambiarla colla realtà,
costui è veramente la menzogna in persona. Quando crediamo d'averlo
afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che
cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, e ci troviamo a
mani vuote. Il Casanova lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la
prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, in abito di romei,
tornavano allora stanchi, estenuati e senza un soldo dall'aver visitato
a piedi Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del Pilar; un'ultima
volta a Venezia, sotto il nome di marchese Pellegrini, e allora il
Casanova riconoscendolo per un _fieffè fripon_ gli profetizzò che
sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle quali il Casanova
può più giustamente vantarsi.
Questa strana figura del Cagliostro, che spunta originariamente dalla
_Mafia_ Siciliana, eccitò potentemente col suo continuo nascondersi e
trasmutarsi le fantasie dei contemporanei e dei posteri, ma molte parti
di essa restano anche oggi un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad
Alessandro Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza contare i critici,
gli storici, i psichiatri, i medici, i moralisti, hanno sentito il
bisogno d'affrontarsi con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller
era divenuta una specie di fissazione, da cui non poterono liberarsi,
che dandole sfogo, lo Schiller in un romanzo, il Goethe in una
commedia, l'uno e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione del
mistero, alla cui provocante tentazione i due grandi poeti non avevano
potuto resistere.
Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare sul Cagliostro
come sulla leggenda del dottor Faust, ma durante il suo viaggio in
Sicilia avea voluto assicurarsi se un filo qualunque ricongiungeva
alla realtà della vita quel fantastico essere, che da anni correva
l'Europa riempiendola della sua fama ed avendo sempre alle calcagna
un esercito di fanatici e di persecutori, di birri che lo vogliono
carcerare, e di discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi ha
ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E fa meraviglia vedere
con che timida curiosità il gran poeta Tedesco entra in quella povera
casuccia di popolani Siciliani e interroga quella vecchia madre, quei
nipoti, quei compagni d'infanzia del Cagliostro, e che turbamento
gli arreca quell'_interno_ così squallido, così onesto, così triste,
paragonato alla rumorosa fama od infamia del gran negromante, di
cui tutta Europa si occupa. Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa
meno di prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, in cui
s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, non è tutta un'usurpazione, bensì
un nome di famiglia anch'esso, finito già in una donna, e ch'egli
avea assunto, aggiungendovi di suo la contea e cambiando il nome di
battesimo di Giuseppe in Alessandro. Certo, come minuzia biografica,
questa notizia ha la sua importanza. Ma che lume dà a tutto il resto?
Anche il Casanova affibbia al suo nome di famiglia un _di Seingalt_ di
sua invenzione. Ma, più franco almeno, al Borgomastro di Norimberga,
che gli domanda: “donde traete voi il diritto di portare questo
secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, che è di tutti
e di nessuno!„ E sui titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe
II gli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ il Casanova
risponde: “sì, Maestà, ma non più di chi lo vende!„
Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo dunque sempre col Casanova
nella realtà comica d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria
umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto è falso o dubbio in
lui, lo spirito, l'ingegno, la scienza, l'audacia, la nobiltà, la
ricchezza, il nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti,
direbbe il Carlyle, che di vero e di reale non ci sia se non quel
carrozzone pitturato e coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato
da quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo di polvere e un rumore
assordante di fruste e di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto
e seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando lo annunziano e lo
scortano onorevolmente. Entro quella spettacolosa e pesante macchina
siede un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, ed al suo fianco
una donnetta di trista fama, chiamata, secondo i casi, Lorenza o
Serafina. Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo brevi riposi
quel carrozzone può sempre ripigliare il suo cammino e non gli accade
mai di arrestarsi di botto, come una locomotiva senza vapore, o di
sfracellarsi silenzioso in fondo a un fossato? Quell'uomo tarchiato,
che siede nel carrozzone pitturato, è un truffatore e falsario,
scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine del Casanova.