A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui stiamo studiando il tipo
nel Casanova, pensa a riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua
moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, aperta a tutti, è
diventata così grande sbocco di questa merce. Nel Settecento invece la
politica era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, se mai, non vi
giungeva che di straforo, per caso e di passaggio (come il Casanova
in quella dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso spesso
v'incappava nello sfratto o nella prigione.
La vita sociale, con classi così profondamente divise, era chiusa
da tutte le parti; i più s'adattavano a vivacchiare pacifici in
queste acque morte; ma certe individualità, che da natura aveano
sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la febbre della cupidigia e
dell'ambizione, sentivano invece la necessità d'uscirne, di vivere
d'un'altra vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, farsi
valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare a tal giuoco vita ed
onore.
È per questo che il perfetto avventuriere è una figura rara bensì
(quelli che ne hanno solo qualche tratto o incompiuto o transitorio
sono invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, ma che si
stacca con tanta originalità e così caratteristica sul fondo storico
della società del secolo scorso; è per questo che la più colossale e
complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, spunta a Venezia,
dove un carnevale perpetuo, che attrae i gaudenti di mezz'Europa,
eccita tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo un'oligarchia
aristocratica, che ha tradizioni di giustizia e di rettitudine, ma
tradizioni altresì di governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto
inesorabilmente e non lascia altra libertà che di far all'amore
in bautta o alla scoperta, giuocarsi i patrimoni al _Ridotto_ e
parteggiare per le commedie del Chiari o del Goldoni.
Queste poche licenze non bastano ad un temperamento come quello del
Casanova. Il giuoco e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli
amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli lo introducono in
molte intimità sociali, alle quali per altre vie non perverrebbe. Ma ha
bisogno di qualche cosa di più e si caccia nei segretumi delle Loggie
Massoniche, incominciate a diffondersi anche in Venezia, e allora la
invisibile mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamente
sopra una spalla e dopo averlo, a modo di correzione, tappato una prima
volta nel forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovo _ai Piombi_ e questa
volta con cinque annetti di condanna. Il Casanova riesce a fuggire, e
la sua fuga, prodigiosa d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata,
derisa, non creduta, negata per impossibile fino ai giorni nostri,
ed oggimai, dopo lo studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga
diviene una delle fughe celebri del secolo ed egli sfrutterà a lungo
tale celebrità. Ma eccolo ribelle e fuoruscito per forza e continuando
sempre e dovunque lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi dinanzi non
più Venezia e l'Italia soltanto, ma l'Europa intiera, sicchè la scena
delle sue _Memorie_, dopo di aver rappresentata la vita Veneziana e
Italiana contemporanea, in alto, in basso, ma sempre nella sua parte
più torbida, si slarga ora e si estende via via all'Europa intiera e le
sue _Memorie_ divengono così un caleidoscopio immenso, dove sorpreso
in mille atteggiamenti e nei più intimi, nei più riposti, nei più
inaspettati, s'agita e si divincola tutto un mondo di gente, da quella
che è posta in cima della scala sociale allo _snob_ più basso, più
vile e strisciante nei più infimi strati, donde s'arrampica a pigliar
d'assalto il tremendo problema della vita con gli spedienti più loschi
e le professioni più innominabili.