Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può
immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile?
Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi
la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema
è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi sapesse e
potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso,
non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè
troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in
pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del
secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in
apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddetti
_avventurieri_, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con
tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione
demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in
un'immensa catastrofe.
Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati
come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di
tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri;
deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a
tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con
tutti i suoi divieti tirannici.
Per celare la sua leggerezza essa ha un bel rialzare le teste colle
parrucche; per nascondere le sue magagne ha un bel ricoprirsi di
fronzoli, di gale, faldiglie, giubboni a fiorami, _andriennes_
svolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare il vuoto de' suoi
sentimenti e il disordine de' suoi pensieri ha un bell'inferraiuolarsi
in una letteratura, la quale pare che dica molto e non dice niente
e, salvo le opere di pochi sommi, svapora quasi tutta nella menzogna
stereotipa dell'_Elogio_, nella vacuità della chiacchierata accademica,
nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante a sazietà spettacoli
campestri, che nessuno ha mai visti, spasimi d'amori, che nessuno ha
mai provati, resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe incivilite
non se le sono mai sognate neppure.
Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, tanta prudenza
di ciarle vuote, come crisalidi di cicale scoppiate, se, sbucando
di sotterra, la masnada degli avventurieri, non astretta a nessun
obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, scompiglierà, ridendo
sgangheratamente, tutta quella compassata galanteria, svelerà tutto
senza ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto quello che si
voleva tacere?
Sono essi dunque, che più degli autori comici, i quali debbono
fare i conti col pubblico e non disgustarselo, più dei satirici,
i quali alla realtà contrappongono sempre idealità soggettive, più
degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di scuola, palleggio
per lo più di frasi e di complimenti insignificanti, sono essi
dunque, gli avventurieri, che coi documenti della loro vita e colle
_Autobiografie_, lasciateci dai principali di loro, ci daranno la
chiave di quell'enorme cabala, che fu il gran _secolo dei lumi_, il
secolo XVIII; ci spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni
di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità di vita,
illuminati da tante speranze di riforme e di progressi, cullati da
tante rosee promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa
delle sue conquiste, e in pari tempo così facile, così accomodante,
così penetrante in tutti i meandri sociali, finiscono in un'orgia
satanica d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno perchè,
mentre i Giacobini di Francia hanno inalzato altari alla Dea Ragione,
mentre il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina,
ma pur credendo sempre nella sua teoria della perfettibilità umana
e del progresso indefinito, la plebe italiana insorge invece negli
ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido di _Viva Maria_; ci
spiegheranno perchè tanti di coloro appunto, che con più fede s'erano
abbandonati al dolce sogno d'una rigenerazione universale, si mostrano
all'ultimo i più disillusi e i più disperati, perchè Vittorio Alfieri
indietreggia spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller grida:
“_il secolo è morto fra le tempeste e il nuovo s'apre cogli eccidi; la
libertà è un sogno; non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici;_„
perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secolo XVIII che muore,
lo condanna all'obblio e profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli
finalmente fa dire al secolo stesso:
Io che più per godere
Che per pensar fui fatto,
Volli troppo pensare e muoio matto.
Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare tutto questo, ma
bisogna saperli interrogare e soprattutto bisogna potersi fidare delle
loro risposte. Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è in realtà
quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, ma avvicinandosi ad
esso, spuntano le dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male
che forse esse pure servono ad illustrarlo.