VII.

Nel settembre del 1857, Sua Altezza Imperiale e Reale Leopoldo II,

Principe imperiale d'Austria, Principe reale d'Ungheria e di Boemia,

Arciduca d'Austria, e, per grazia di Dio e volontà d'Italia, ultimo

granduca di Toscana, passava in rassegna quei serenissimi morti. Non

era al certo un presentimento che quel dabben principe avesse dello

sfratto imminente, che gli consigliava una cosiffatta funziono funerea;

perchè, a differenza del mediceo, il principato lorenese si disfece,

e ci lavorò anche di propria mano, con la più evangelica osservanza

del non pensare al dimani. Ma alle benigne ironie della storia è

invero arguto soggetto questo granduca che, poco prima d'andarsene

egli e i suoi, verifica le mummie della dinastia precedente, e le

rimette al posto. Le aveva levate di posto, insieme con tante altre

cose di vivi e di morti, la procellosa fin di secolo, che dal 1789

al 1815 aggirò nei suoi vortici popoli e troni. Nel 1791, regnando

Ferdinando III, si erano rimossi dalla vecchia e dalla nuova sagrestia

i depositi che in muratura ed in legno, circondati da cancellatine di

ferro, facevano ingombro non bello; e raccolti nel sotterraneo della

Cappella dei Principi, erano stati affidati in temporanea custodia al

reverendo Capitolo della Imperiale e Reale Basilica. La custodia fu

tanto temporanea, che durò sessantasei anni, scordatisi di quei poveri

morti tutti i governi che s'incalzarono durante la bufera, e poi lo

stesso reduce Ferdinando; e fu tanto scrupolosa, che quasi la metà di

quelle casse si trovarono violate e derubate degli oggetti preziosi.

Era pertanto umano e degno pensiero quello di assegnare a cotesti

depositi una stabile e decorosa tumulazione; prima di procedere alla

quale, volle il Sovrano che di ciascun d'essi, cassa per cassa, fosse

fatta dinanzi ad ufficiali dello Stato e a persone competenti, con

l'assistenza d'un notaio, regolare recognizione. E questa ebbe effetto

nei giorni dal 18 al 25 settembre dell'anno che ho detto.

S'incominciò dai genitori di Cosimo I: ed ecco ricomparire Giovanni

delle Bande Nere (trasportato da Mantova in Firenze a' tempi di Cosimo

III), con la gamba tagliata, le altre ossa scompaginate, l'armatura

in pezzi, salvo l'elmo dentro il quale è intatto il capo; mancante

la spada; ed ecco la sua valente donna, Maria Salviati, assai ben

conservata, vestita monacalmente. Cosimo e l'Eleonora di Toledo,

co' figliuoli giovinetti, sfoggiano lugubremente gli avanzi de' loro

vestimenti spagnuoli; i capelli della duchessa sono biondicci e attorti

da una cordicella d'oro, come nel ritratto fattole dal Bronzino.

Francesco e Giovanna d'Austria sono tuttavia in assai buon arnese di

corpo e d'abiti; ricchissimi quelli della povera Austriaca, dalle cui

orecchie brillano sinistramente fra quel putridume due bottoncini

d'oro. Presso ai genitori l'unico figlio Filippo, che fu creduto

vittima di veleno della druda Cappello; e poi il supposto rampollo

maschile di questa, don Antonio: ma il corpo della sciagurata figlia

di San Marco, gettato, com'è noto, nel carnaio o sepoltura popolare,

è meritamente disperso. Ferdinando I giace ravvolto nella sua cappa

magna di gran maestro dell'Ordine di Santo Stefano: e il simbolico

re delle api, col motto “pur con la maestà„, lo ha dalla base della

statua equestre seguitato fin colaggiù, sopr'una delle medaglie che

gli posano sul petto. La moglie Cristina di Lorena ha essa pure sul

petto una medaglia col ritratto di lui: e coi genitori sono adagiate

Eleonora, morta a ventisei anni in accorata aspettativa di regie

desiderate nozze con Filippo III di Spagna; e Maria Maddalena, essa

pure mancata giovane, a trentatrè anni, monaca fra le domenicane della

Crocetta. D'un altro loro figliuolo, il principe Lorenzo, la memoria

latina, scolpitagli in una lamina di piombo, piamente epigrammeggia:

“O tu che di qui a molti anni leggerai, difficile che tu sia quel che

costui già fu; quel che è ora, facilissimo.„ Ma più austero ammonimento

dà quest'altro piombo, sepolto con un di quei molti figliuoli naturali

di principi della casa, Pietro del tristo Don Pietro di Cosimo:

“Chiunque apra questa tomba, legga: ci guadagnerà. Nato in Spagna,

accolto amorevolmente in Firenze da Ferdinando I, da Cosimo II, da

Ferdinando II, cavaliere di Malta, soldato in Germania, governatore

di Livorno: da vecchio, cieco e sfinito. Tutto tempo perduto. Ecco,

a te che leggi, il guadagno che ti ho promesso„. E un altro morto,

della medesima categoria di figliuoli, figliuolo di Don Antonio

e dell'Artemisia Tozzi, ossia un nipote della Cappello: “Senti, o

leggitore di qui a molti secoli, ciò che le ossa mie dicono.„ (E qui

egli racconta la vita sua militare). “T'ho detto chi fui: chi sii tu,

non lo so; che cosa sarai, l'ho per esperienza, polvere e ombra. Ti

pagherò l'indugio. Sprezza l'oro e gli onori, fuggi i piaceri, sementa

di travagli, d'affanni e di pentimento. Paolo de' Medici.„ E un altro

bastardo fratello di lui (singolari, sia permesso il notarlo, queste

allocuzioni morali di sotto terra, per l'appunto dai generati in quella

maniera), Antonfrancesco Maria, vestitosi in morte da cappuccino:

“Udite la voce che grida nel deserto di questo feretro: meglio un sol

giorno con questo cilizio fra i poverelli di Dio, che lungamente nella

reggia fra l'oro e le gemme.„ Cosimo II, morto appena a trent'anni,

ha presso di sè, trasferita da Padova, dove mancò in viaggio, la sua

vedova Maria Maddalena: le rispettive medaglie dicono, quella di lui:

“Premio di virtù„; di lei, “Al cielo„. Ferdinando II, nella solita

cappa stefaniana e con le sue medaglie, è iperboleggiato così: “Tu

che fra questi avanzi mortali vedi il principe che fu, ripensa l'eroe:

piangi? stupisci?„ Di che cosa? — verrebbe voglia di domandare — e dove

l'eroe? Ma la sua Vittoria della Rovere mostra ancora le trine bianche

e nere dell'abito; e nel rovescio della sua medaglia, Galatea solleva

dalle acque la perla simboleggiante il candore della virtù. Seguono

il principe soldato Mattias, e cardinali della casa, Carlo, Giancarlo

(poco o male memorabili), e ben diverso il buon Leopoldo in vesti

pontificali, sul petto degnamente la croce, intatti i lunghi capelli:

la iscrizione plumbea ricorda il suo amore per le scienze; ma dovrebbe,

espressamente, il Cimento. Ultimi Cosimo III e Giangastone, sicuri

qui finalmente dalle rispettive consorti; e la Elettrice Palatina;

in lenzuoli di seta nera, con grandi medaglie, e lunghe diciture

epigrafiche.

Ma storia pietosa (la tomba, che tante ne raccoglie e conchiude, ne

ha qui svolta una essa stessa) storia pietosa è quella di due fra

questi depositi: commovente epilogo d'uno di quei malaccoppiamenti,

lungo i quali la razza granducale medicea si logorò e si spense.

Ferdinando che avrebbe dovuto essere terzo mediceo, e granduca

invece del minor fratello Giangastone, ha, depositatogli a' piedi,

in un vasetto di maiolica coperto d'un drappo nero, il cuore della

principessa datagli in moglie Violante Beatrice di Baviera, morta,

diciassett'anni dopo lui, nel 1731: virtuosa moglie, affettuosa,

non bella, di marito libertino che mai non l'amò, mentr'essa (lo

dice l'iscrizione, questa volta verace pur troppo) essa “coniuge

amantissima, impose per testamento, che il cuor suo, donatogli nelle

nozze, gli fosse ricongiunto in morte e collocato nel sepolcro stesso

di lui„: con lui il cuore; e il corpo, così pure ella ingiungeva,

riposasse nella chiesa delle monache di Santa Teresa in Borgo la Croce.

E vi riposò fino al 1810, quando, dissacrata la chiesa, il Governo

francese curò il trasporto di quelle ossa travagliate alla basilica

Laurenziana. Restituita, in quella recognizione del 1857, al luogo

da lei decretatosi, e che era ritornato ad essere sacro, colà rimane

tuttora; non senza però aver corso pericolo, dopo la soppressione

ultima e l'adattamento dell'antico monastero a penitenziario, di

trovarsi novamente in terreno dissacrato, e a dover tornare per la

seconda volta ai sepolcri di quella famiglia nella cui reggia non le

fu felice l'ingresso. La chiesa di Santa Teresa è divenuta oratorio

delle prigioni: e il corpo di “Violante Beatrice Gran Principessa di

Toscana„ (come dice il titolo sovrapposto) rimane tuttavia all'ombra

del santuario: ma senza le preci, rimane, là in quell'angolo lasciato a

Dio nella trista casa del male, senza le preci delle sorelle in Cristo,

che la povera bavarese volle e sperò risonassero perpetue sul suo

capo infelice; mentre nel sotterraneo mediceo finirà di disfarsi quel

ch'ella in vita ebbe dato a un Medici con auspicî sì tristi: il suo

cuore buono di donna!

La Vita Italiana nel Settecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1895 · 第 15 / 100 题