Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero
dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di
essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con
instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte.
Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò
meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio
Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano
sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto
pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva;
che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una
congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che
sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in
ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al
tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione
si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini
di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento
a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si
credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più
sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti,
faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto
di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai
mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse
al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto
evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia,
e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e
per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che
prima di tutto offerisse il governo del re indulto leale ed intiero a
tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case
loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i
Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti
i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere
e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le
repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe
il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete.
Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse
ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel
riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro
di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii,
tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per
dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema,
perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano
che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le
condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima,
ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di
temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i
sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.
Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi
aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo
sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia
coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la
sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva
ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed
assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva
forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo
da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione
d'Europa in quella capitale.
Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi
minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a
nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle
pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.
Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale
grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions
aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio,
con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver
combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte,
soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese,
per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente
a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta
apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove
ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce
fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed
accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte
spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele,
minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai
tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella
tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza
dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.
Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria
d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più
molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio
avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè
Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non
volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar
il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi
contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio, poichè gli era forza
traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo
che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare
pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad
invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di
Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica,
come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio
i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno
dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o
dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso
ch'ella dava a' suoi nemici.
Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo
prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e
di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due
parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani
ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più
condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure
per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che
per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e
svaligiavano i corrieri.
Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto,
il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo
Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza
qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane
l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era
di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo
dominio, di dar quiete a' suoi Stati.
Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo
al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse
tempo, fermar le genti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non
fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio
ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e
pericolosi accidenti.
Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non
si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno
generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione
avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato
il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio
e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza,
munirono di guardie tutte le alture circostanti.
A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano
si risentirono gravemente; le cose che scrissero sono piuttosto
pazze che stravaganti; ma Sottin non si restava alle parole, anzi,
accesamente appresso al direttorio ligure instando, operò di modo
che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nimico della
repubblica e ad intimargli la guerra. Or mentre Sottin spingeva la
repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguenè voleva impedire che
egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca
a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di
questa discordia. Rispondeva il ministro facendo proposizioni che non
dispiacevano all'ambasciatore, il quale mandava il suo secretario a
Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo piemontese,
non aspettate le intenzioni di Brune, volendo o per amare di concordia,
o per timore di Francia gratificare all'ambasciatore, aveva operato
che le truppe si ritirassero da Carrosio e ritornassero nei dominii
piemontesi oltre i confini liguri. Per la ritirata dei regi non
cessavano le ostilità; anzi i Liguri, venuti avanti coi novatori
piemontesi sotto la condotta del generale Siri, s'impadronirono, dopo
violento contrasto della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i
Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti, si erano fatti
signori di Loano.
Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per fare calare il re
a quello che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille
spaventi. Già Ginguenè, parlando con Priocca, aveva tentato per ogni
modo di spaventarlo. Affermava che in ogni parte appariva segni di una
feroce congiura contro i Franzesi in Italia; che già Napoli armava;
che già lo imperatore empiva gli Stati veneti di soldati; che in ogni
parte il fomentavano sedizioni, che in ogni parte con infiammative
predicazioni si stimolavano i popoli contro i Franzesi; che questo
fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era
l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica
Franzese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di
Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato
d'affari d'Inghilterra? ch'essi potevano dar denari al re, dei quali
che uso egli facesse bensì sapeva; che i fuorusciti franzesi, che
le macchinazioni dei preti, che le parzialità dei magistrati, che il
parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Franzesi della gente
in ufficio, non lasciava luogo a dubitare che qualche gran macchina si
ordisse contro la Francia.
A così gravi accuse rispondeva il ministro, non per persuadere
l'ambasciator di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole,
ma per purgare il suo signore delle note che gli si opponevano; e
conchiudeva, che sarebbe stato meglio e più onorevole per la Francia
lo spegnere il governo regio, innocente di tutti i carichi che gli si
davano non con altro fine che con quello di perderlo, di quello sia il
martirizzarlo. Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro
degli affari esteri di Francia a Ginguenè che manifestavano uno sdegno
grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati.
In mezzo a tanti terrori erano Priocca e Ginguenè venuti alle strette
per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per
pacificare il Piemonte voleva che concedesse ai sediziosi. Avrebbe
l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca,
che aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo
franzese esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne
con Ginguenè nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse
solamente i delitti politici anteriori e non gli estranei alla
sedizione; non guardasse nel futuro, e in modo alcuno non impedisse
il governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in
terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo
due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto
alcuno ripigliassero le armi contro il re.
Brune, al quale Ginguenè aveva annunziato le condizioni dell'indulto,
e che evidentemente mirava più oltre che alle servitù del re verso
la Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando,
voleva che si domandasse la consegnazione quale deposito, in mano
dei Franzesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre che il re
licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di
Carrosio e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla
cittadella, domandassela Ginguenè, e se la domanda gli ripugnasse,
domanderebbela egli.
Non abborrì l'animo di Ginguenè da sì insolente proposta, benchè se ne
potesse esimere, tanto più che gli era pervenuto comandamento espresso
da Parigi di non aggravar le condizioni e di stipularle tali quali il
governo glie le aveva mandate. Insistè adunque con apposita scrittura
appresso il ministro Priocca, notificando che Brune si era risoluto
a non accettar le condizioni; e aggiungendo di proprio capo molte
esagerazioni sulle cose correnti, conchiudeva che in tale condizione di
tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire una sicurtà
era necessaria, e quest'era la cittadella di Torino; che questo gran
preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per ogni lato,
dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte appianerebbe la
strada a buona concordia: che i democrati armati deporrebbero le armi,
vedendo l'indulto guarentito da tale atto; poserebbero la Cisalpina
e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete dello Stato stabilmente
confermato.
Persistettero Ginguenè e Brune nel volere la cittadella, sebbene
il ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore che le
condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la
sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo franzese, stante la
disposizione d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò
richiedevano dalla Francia; che per questa cagione e per avere Sottin
trasgredito questi ordini l'aveva il direttorio richiamato da Genova
e soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. In
fatti era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso
nello spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla
quale deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le
sue istanze e diligenza il conte Balbo a Parigi.
A così strana domanda si commosse il governo piemontese, e, già certo
del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere
felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò
primieramente il marchese Colli a Milano affinchè facesse opera
con Brune che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva
all'ambasciator di Francia parole che potrebbero servir di esempio ai
governi ridotti agli estremi casi da chi fa suo dritto la forza.
Brune che fomentava le sollevazioni contro il re per ridurlo agli
estremi spaventi perchè rimettesse in sua mano la cittadella di Torino,
non voleva a modo niuno udire che ella non gli si consegnasse: ed
ora spaventando con minaccie di nuove ribellioni, ed ora allettando
con isperanze di quiete, se si acconsentisse alla sua domanda,
perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano rappresentavano
instantemente in contrario i ministri che in un caso tanto grave ed
in cui il generale non aveva avuto da Parigi comandamento alcuno, si
rimetterebbero volentieri in arbitrio del direttorio. Si risolvettero
finalmente a consentire, in ciò mostrando una debolezza inescusabile
a quella condizione che toglieva al re le ultime reliquie della sua
dignità e della sua independenza.
Stipulavasi il dì 28 giugno a Milano fra Brune da una parte ed il
marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli
del quale erano i seguenti: che i Franzesi occupassero il 3 di luglio
la cittadella di Torino; che il presidio franzese di lei non potesse
mai passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e
liberamente e quietamente potesse esercitare il suo ufficio, nè fosse
lecito ad alcuno insultare o cambiare quanto si appartenesse alla
religione; che il governo franzese si obbligasse a cooperare alla
quiete interna del Piemonte, nè direttamente, nè indirettamente desse
soccorso o protezione a coloro che volessero turbare il governo del
re; che Brune con atto pubblico ordinasse e procurasse con ogni mezzo
che in suo potere fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del
Piemonte; che in fine usasse il generale tutta l'autorità e tutti
i mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure
cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse; e la buona
vicinanza e l'antico assetto di cose si ristaurassero. Per tutto
questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati,
a consentire che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò
non si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro
talento; che farebbero finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le
strade del Piemonte fosse a tutti libero e sicuro.
Per condurre, ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti
d'indulto a favore dei sollevati, Brune da Milano il dì 6 luglio
pubblicava altre cose, al fine delle quali esortava ed ammoniva tutti
gli amici dei Franzesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle
minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese
le armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi e
tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita.
Circa quelli poi, minacciava, che tenute in niun conto queste solenni
ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non
dipendenti dagli ordini dell'esercito franzese o dalle truppe dei
governi d'Italia, gli chiamerebbe nemici della Francia, partigiani
dell'Inghilterra, autori di sedizioni e come gente di tal fatta li
perseguiterebbe.
A dì 3 di luglio entravano i Franzesi condotti da Kister nella
cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento
di Monferrato che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei
novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose
donne ed i galanti giovani concorrevano volentieri, essendo il tempo
bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così,
contro la data fede e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva
il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.
Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo e
l'incaricato di affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani
loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo
Emmanuele non più re di Sardegna, ma servo di Francia e l'ambasciator
franzese vero e reale sovrano del Piemonte.
Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato
d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per
nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava nel tempo stesso, per
mezzo di Ginguenè, al re sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si
uniformava Carlo Emmanuele allo intento, non senza però lamentarsi
e protestare con forti e generose parole contro quella insolente
imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini; solo i
regi fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano ed altri
paesi perduti nella contesa precedente; le quali sarebbero troppo
minuta e fastidiosa narrazione.
Ma è ben d'uopo raccontare un fatto orribile in sè, orribile per le
cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi
nemici del nome reale tornati a stanziare ed a far massa a Carrosio
da poi che il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le
sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso
da quelli stessi che più intimamente assistevano ai consigli segreti
di Brune, dell'accordo che si trattava tra Francia e Sardegna per
la rimessa della cittadella e per la quiete del Piemonte. Nè parendo
loro che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo
ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere
obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il
divieto col fare un moto, il quale confidavano avesse ad allargare se
non tutto almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento
di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero
improvvisamente verso Alessandria, gli ufficiali del generale Menard,
che comandava a tutte le truppe franzesi in Piemonte avevano loro
dato speranza che le truppe repubblicane di Francia che stanziavano
in quella città si accosterebbero loro ad impresa comune contro il
re. Non dubitavano che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla
fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra
tutte lo provincie che bevono le acque del Tanaro; il che, giunto
all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori che
anche le provincie del Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta
vittoria aspettavano in tutto il Piemonte. Era stato l'indulto
pubblicato in Torino il lunedì, secondo giorno di luglio, ed il giorno
seguente erano i Franzesi entrati nella cittadella.
La mattina del 5 molto per tempo uscirono i sollevati, ed in numero
di circa mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Franzesi
che presidiavano la piazza facessero alcun motivo per impedirli,
marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta,
alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto
pericolosa, se Solaro, governatore di Alessandria, non avesse avuto
avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il
quale, per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era
consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa,
Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla
Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti e cento
cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati
di Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto
avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo
effetto; imperciocchè uscendo i regi all'impensata dall'agguato, e con
repentino romore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani,
che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, li ruppero
facilmente, togliendo loro due cannoni e bestie da soma cariche di
non poche munizioni. I soldati regi, salvo nel primo impeto della
battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e
gli arrendentisi; ma si erano a loro mescolati gli abitatori della
Fraschea, gente fiera di natura ed avversa al nome franzese ed a
coloro che l'amavano. Costoro, crudelmente procedendo, ammazzavano e
spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta
in abbominio agli ufficiali ed ai soldati regi che si sforzavano,
sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si
ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i
vinti repubblicani nascosti chi qua chi là per le selve, pei vigneti
e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla
spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per
quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani.
Durò ben due giorni questa piuttosto caccia che battaglia, e piuttosto
carnificina che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala,
giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto
se non di opinioni false ed esagerate in materia di libertà.