In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi.

Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero

dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di

essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con

instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte.

Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò

meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio

Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano

sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto

pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva;

che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una

congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che

sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in

ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al

tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione

si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini

di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento

a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si

credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più

sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti,

faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto

di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai

mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse

al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto

evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia,

e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e

per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che

prima di tutto offerisse il governo del re indulto leale ed intiero a

tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case

loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i

Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti

i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere

e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le

repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe

il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete.

Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse

ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel

riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro

di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii,

tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per

dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema,

perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano

che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le

condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima,

ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di

temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i

sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.

Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi

aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo

sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia

coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la

sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva

ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed

assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva

forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo

da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione

d'Europa in quella capitale.

Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi

minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a

nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle

pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.

Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale

grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions

aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio,

con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver

combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte,

soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese,

per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente

a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta

apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove

ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce

fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed

accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte

spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele,

minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai

tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella

tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza

dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.

Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria

d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più

molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio

avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè

Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non

volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar

il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi

contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio, poichè gli era forza

traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo

che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare

pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad

invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di

Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica,

come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio

i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno

dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o

dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso

ch'ella dava a' suoi nemici.

Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo

prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e

di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due

parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani

ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più

condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure

per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che

per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e

svaligiavano i corrieri.

Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto,

il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo

Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza

qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane

l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era

di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo

dominio, di dar quiete a' suoi Stati.

Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo

al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse

tempo, fermar le genti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non

fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio

ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e

pericolosi accidenti.

Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non

si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno

generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione

avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato

il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio

e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza,

munirono di guardie tutte le alture circostanti.

A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano

si risentirono gravemente; le cose che scrissero sono piuttosto

pazze che stravaganti; ma Sottin non si restava alle parole, anzi,

accesamente appresso al direttorio ligure instando, operò di modo

che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nimico della

repubblica e ad intimargli la guerra. Or mentre Sottin spingeva la

repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguenè voleva impedire che

egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca

a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di

questa discordia. Rispondeva il ministro facendo proposizioni che non

dispiacevano all'ambasciatore, il quale mandava il suo secretario a

Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo piemontese,

non aspettate le intenzioni di Brune, volendo o per amare di concordia,

o per timore di Francia gratificare all'ambasciatore, aveva operato

che le truppe si ritirassero da Carrosio e ritornassero nei dominii

piemontesi oltre i confini liguri. Per la ritirata dei regi non

cessavano le ostilità; anzi i Liguri, venuti avanti coi novatori

piemontesi sotto la condotta del generale Siri, s'impadronirono, dopo

violento contrasto della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i

Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti, si erano fatti

signori di Loano.

Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per fare calare il re

a quello che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille

spaventi. Già Ginguenè, parlando con Priocca, aveva tentato per ogni

modo di spaventarlo. Affermava che in ogni parte appariva segni di una

feroce congiura contro i Franzesi in Italia; che già Napoli armava;

che già lo imperatore empiva gli Stati veneti di soldati; che in ogni

parte il fomentavano sedizioni, che in ogni parte con infiammative

predicazioni si stimolavano i popoli contro i Franzesi; che questo

fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era

l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica

Franzese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di

Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato

d'affari d'Inghilterra? ch'essi potevano dar denari al re, dei quali

che uso egli facesse bensì sapeva; che i fuorusciti franzesi, che

le macchinazioni dei preti, che le parzialità dei magistrati, che il

parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Franzesi della gente

in ufficio, non lasciava luogo a dubitare che qualche gran macchina si

ordisse contro la Francia.

A così gravi accuse rispondeva il ministro, non per persuadere

l'ambasciator di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole,

ma per purgare il suo signore delle note che gli si opponevano; e

conchiudeva, che sarebbe stato meglio e più onorevole per la Francia

lo spegnere il governo regio, innocente di tutti i carichi che gli si

davano non con altro fine che con quello di perderlo, di quello sia il

martirizzarlo. Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro

degli affari esteri di Francia a Ginguenè che manifestavano uno sdegno

grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati.

In mezzo a tanti terrori erano Priocca e Ginguenè venuti alle strette

per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per

pacificare il Piemonte voleva che concedesse ai sediziosi. Avrebbe

l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca,

che aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo

franzese esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne

con Ginguenè nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse

solamente i delitti politici anteriori e non gli estranei alla

sedizione; non guardasse nel futuro, e in modo alcuno non impedisse

il governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in

terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo

due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto

alcuno ripigliassero le armi contro il re.

Brune, al quale Ginguenè aveva annunziato le condizioni dell'indulto,

e che evidentemente mirava più oltre che alle servitù del re verso

la Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando,

voleva che si domandasse la consegnazione quale deposito, in mano

dei Franzesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre che il re

licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di

Carrosio e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla

cittadella, domandassela Ginguenè, e se la domanda gli ripugnasse,

domanderebbela egli.

Non abborrì l'animo di Ginguenè da sì insolente proposta, benchè se ne

potesse esimere, tanto più che gli era pervenuto comandamento espresso

da Parigi di non aggravar le condizioni e di stipularle tali quali il

governo glie le aveva mandate. Insistè adunque con apposita scrittura

appresso il ministro Priocca, notificando che Brune si era risoluto

a non accettar le condizioni; e aggiungendo di proprio capo molte

esagerazioni sulle cose correnti, conchiudeva che in tale condizione di

tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire una sicurtà

era necessaria, e quest'era la cittadella di Torino; che questo gran

preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per ogni lato,

dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte appianerebbe la

strada a buona concordia: che i democrati armati deporrebbero le armi,

vedendo l'indulto guarentito da tale atto; poserebbero la Cisalpina

e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete dello Stato stabilmente

confermato.

Persistettero Ginguenè e Brune nel volere la cittadella, sebbene

il ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore che le

condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la

sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo franzese, stante la

disposizione d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò

richiedevano dalla Francia; che per questa cagione e per avere Sottin

trasgredito questi ordini l'aveva il direttorio richiamato da Genova

e soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. In

fatti era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso

nello spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla

quale deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le

sue istanze e diligenza il conte Balbo a Parigi.

A così strana domanda si commosse il governo piemontese, e, già certo

del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere

felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò

primieramente il marchese Colli a Milano affinchè facesse opera

con Brune che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva

all'ambasciator di Francia parole che potrebbero servir di esempio ai

governi ridotti agli estremi casi da chi fa suo dritto la forza.

Brune che fomentava le sollevazioni contro il re per ridurlo agli

estremi spaventi perchè rimettesse in sua mano la cittadella di Torino,

non voleva a modo niuno udire che ella non gli si consegnasse: ed

ora spaventando con minaccie di nuove ribellioni, ed ora allettando

con isperanze di quiete, se si acconsentisse alla sua domanda,

perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano rappresentavano

instantemente in contrario i ministri che in un caso tanto grave ed

in cui il generale non aveva avuto da Parigi comandamento alcuno, si

rimetterebbero volentieri in arbitrio del direttorio. Si risolvettero

finalmente a consentire, in ciò mostrando una debolezza inescusabile

a quella condizione che toglieva al re le ultime reliquie della sua

dignità e della sua independenza.

Stipulavasi il dì 28 giugno a Milano fra Brune da una parte ed il

marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli

del quale erano i seguenti: che i Franzesi occupassero il 3 di luglio

la cittadella di Torino; che il presidio franzese di lei non potesse

mai passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e

liberamente e quietamente potesse esercitare il suo ufficio, nè fosse

lecito ad alcuno insultare o cambiare quanto si appartenesse alla

religione; che il governo franzese si obbligasse a cooperare alla

quiete interna del Piemonte, nè direttamente, nè indirettamente desse

soccorso o protezione a coloro che volessero turbare il governo del

re; che Brune con atto pubblico ordinasse e procurasse con ogni mezzo

che in suo potere fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del

Piemonte; che in fine usasse il generale tutta l'autorità e tutti

i mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure

cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse; e la buona

vicinanza e l'antico assetto di cose si ristaurassero. Per tutto

questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati,

a consentire che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò

non si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro

talento; che farebbero finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le

strade del Piemonte fosse a tutti libero e sicuro.

Per condurre, ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti

d'indulto a favore dei sollevati, Brune da Milano il dì 6 luglio

pubblicava altre cose, al fine delle quali esortava ed ammoniva tutti

gli amici dei Franzesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle

minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese

le armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi e

tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita.

Circa quelli poi, minacciava, che tenute in niun conto queste solenni

ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non

dipendenti dagli ordini dell'esercito franzese o dalle truppe dei

governi d'Italia, gli chiamerebbe nemici della Francia, partigiani

dell'Inghilterra, autori di sedizioni e come gente di tal fatta li

perseguiterebbe.

A dì 3 di luglio entravano i Franzesi condotti da Kister nella

cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento

di Monferrato che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei

novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose

donne ed i galanti giovani concorrevano volentieri, essendo il tempo

bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così,

contro la data fede e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva

il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.

Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo e

l'incaricato di affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani

loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo

Emmanuele non più re di Sardegna, ma servo di Francia e l'ambasciator

franzese vero e reale sovrano del Piemonte.

Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato

d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per

nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava nel tempo stesso, per

mezzo di Ginguenè, al re sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si

uniformava Carlo Emmanuele allo intento, non senza però lamentarsi

e protestare con forti e generose parole contro quella insolente

imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini; solo i

regi fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano ed altri

paesi perduti nella contesa precedente; le quali sarebbero troppo

minuta e fastidiosa narrazione.

Ma è ben d'uopo raccontare un fatto orribile in sè, orribile per le

cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi

nemici del nome reale tornati a stanziare ed a far massa a Carrosio

da poi che il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le

sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso

da quelli stessi che più intimamente assistevano ai consigli segreti

di Brune, dell'accordo che si trattava tra Francia e Sardegna per

la rimessa della cittadella e per la quiete del Piemonte. Nè parendo

loro che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo

ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere

obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il

divieto col fare un moto, il quale confidavano avesse ad allargare se

non tutto almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento

di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero

improvvisamente verso Alessandria, gli ufficiali del generale Menard,

che comandava a tutte le truppe franzesi in Piemonte avevano loro

dato speranza che le truppe repubblicane di Francia che stanziavano

in quella città si accosterebbero loro ad impresa comune contro il

re. Non dubitavano che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla

fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra

tutte lo provincie che bevono le acque del Tanaro; il che, giunto

all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori che

anche le provincie del Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta

vittoria aspettavano in tutto il Piemonte. Era stato l'indulto

pubblicato in Torino il lunedì, secondo giorno di luglio, ed il giorno

seguente erano i Franzesi entrati nella cittadella.

La mattina del 5 molto per tempo uscirono i sollevati, ed in numero

di circa mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Franzesi

che presidiavano la piazza facessero alcun motivo per impedirli,

marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta,

alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto

pericolosa, se Solaro, governatore di Alessandria, non avesse avuto

avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il

quale, per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era

consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa,

Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla

Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti e cento

cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati

di Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto

avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo

effetto; imperciocchè uscendo i regi all'impensata dall'agguato, e con

repentino romore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani,

che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, li ruppero

facilmente, togliendo loro due cannoni e bestie da soma cariche di

non poche munizioni. I soldati regi, salvo nel primo impeto della

battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e

gli arrendentisi; ma si erano a loro mescolati gli abitatori della

Fraschea, gente fiera di natura ed avversa al nome franzese ed a

coloro che l'amavano. Costoro, crudelmente procedendo, ammazzavano e

spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta

in abbominio agli ufficiali ed ai soldati regi che si sforzavano,

sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si

ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i

vinti repubblicani nascosti chi qua chi là per le selve, pei vigneti

e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla

spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per

quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani.

Durò ben due giorni questa piuttosto caccia che battaglia, e piuttosto

carnificina che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala,

giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto

se non di opinioni false ed esagerate in materia di libertà.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 67 / 99 段