Scriveva sulle prime, cioè il dì 30 maggio, Trouvè a Birago, ministro

degli affari esteri della Cisalpina, invitandolo ad operar per modo che

il governo cisalpino facesse rivoluzioni rigorose contro i fuorusciti

franzesi che si erano ricoverati nel territorio cisalpino; rispose

il cisalpino ministro all'ambasciatore di Francia, che il direttorio

cisalpino purgherebbe la terra della libertà da quegli uomini immorali,

come li qualificava per consuonare alle frasi del ministro franzese,

contaminati ed ipocriti.

Ma ben altri pensieri che questi nodriva l'ambasciatore nella sua mente

e per sè e per comandamento di chi il mandava. Tra per l'opposizione

tanto gagliarda che era sorta nei consigli contro il trattato

d'alleanza, e per la condotta che tenevano i libertini sinceri,

operando che l'odio contro i Franzesi moltiplicasse ogni giorno,

divenne certo pel direttorio che se non domava quei partigiani tanto

risentiti di libertà e d'indipendenza, la sua superiorità in Cisalpina

sarebbe sempre stata incerta e vacillante. Parve adunque che fosse

arrivato il tempo per la Francia di aggravar la mano e di porre il

freno, perchè per la pace fatta con l'imperadore d'Austria essendo

passata la stagione di fomentar le rivoluzioni in Lombardia, pensava

che alla sicurezza sua in Italia, così in pace come in guerra, si

appartenesse di farsene un appoggio introducendosi un vivere più quieto

e che più piacesse ai più ricchi e notabili cittadini. Per la qual cosa

Trouvè fece in casa sua un'adunanza segreta in cui si esaminarono i

cambiamenti da farsi nella costituzione cisalpina. Era il progetto di

ridurla a forma più aristocratica con diminuire il numero dei consigli,

e così ancora quello dei dipartimenti e dei magistrati distrettuali. Si

voleva altresì accrescer forza al direttorio, perchè si era non senza

ragione osservato, che egli si trovava nella costituzione molto impari

ai due consigli e quasi schiavo loro. Con questo si voleva frenare

la libertà della stampa e serrare i ritrovi politici, per la quale e

pei quali i pensieri buoni si facevano cattivi per la esagerazione, i

cattivi peggiori per l'impeto.

Ebbero i democrati ardenti avviso del disegno da un Montaldi

rappresentante, che, chiamato alle congreghe segrete nè approvandole,

aveva svelato ogni cosa al consiglio dei giovani. Il rumore fu

grande; le parole nei ritrovi non ancora chiusi, gli scritti nelle

gazzette non ancora frenate, erano in gran numero. Grande impressione

massimamente fece nel pubblico una orazione che sotto il nome supposto

di Marco Ferri, fu composta, data segretamente alle stampe e sparsa

copiosamente in ogni parte della Cisalpina da un giovane piacentino,

che aveva già stampato in Milano molte cose con non poca lode. Grave

e forte orazione era questa; sì che sentendo molto gravemente Trouvè

il fatto, condottosi in pompa al direttorio, il richiedeva con parole

aspre ed imperiose dell'arresto dell'autore dell'orazione, per avere,

come diceva, insultato la repubblica di Francia. Gii fu risposto

non trovarsi in Milano i caratteri di tale stampa, esser venuta di

fuori; cercherebbero, farebbero, non si dubitasse; ma se la passarono

con parole, perchè il direttorio non ancora riformato amava il moto

dell'oratore. Intanto rimostrarono i consigli legislativi, rimostrò il

direttorio, mandando anche un uomo a posta a Parigi. Vi andò eziandio

espressamente il generale Brune, che era succeduto a Berthier, per

rimostrare, perchè gli piacevano i governi più popolari e faceva

professione di amatore ardente di libertà.

Tutto fu indarno; Trouvè, al quale il direttorio portava molta

affezione, mandava ad effetto le accordate deliberazioni. La notte del

30 agosto chiamava in sua casa centodieci rappresentanti, che non erano

la metà di tutti: leggeva la nuova costituzione e le nuove leggi. Le

approvarono, chi per amore e chi per forza, perchè aveva intimato loro

che tale era risolutamente la volontà del direttorio di Francia, e

che se non l'accettasse di buon grado, lo avrebbe eseguita per forza.

Non ostante alcuni ricusarono e sdegnati si ritirarono. Il giorno

seguente l'opera si recava ad esecuzione. Le soldatesche circondavano

la sede dei consigli, ributtavano con le baionette i rappresentanti

non eletti dalla riforma, cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi;

si surrogavano Sopransi e Luosi; i rappresentanti renitenti scacciati

dai consigli; Fantoni, Custodi, Borghi, capi degli altri, posti in

carcere. La forza predominava. Fece Trouvè la nuova costituzione e

finalmente dichiarò, parendogli di aver operato abbastanza e bene

solidato l'imperio franzesein Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità

legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli

ordini della Cisalpina, buona in sè, viziosa pel modo. Ed ecco una

scena; una gran turba seguitava Ranza gridando: «Che vuol Ranza, che

scartafaccio è quello?» Lo scartafaccio era la costituzione disfatta

da Touvè, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del

Lazzaretto.

Brune, ch'era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio

che lo voleva mitigare, richiamava Trouvè, dandogli scambio con

Fouchè. Le assemblee popolari che chiamavano i comizii, accettavano

la costituzione di Trouvè. I democrati non se ne potevano dar pace,

ma tra l'accettare e il non accettare non era differenza; la forza

forestiera reggeva lo Stato. Non piacquero al direttorio nè Fouchè

ne Brune. Mandava a Milano Jubert, invece di Brune, Rivaud invece

di Fouchè, strano inviluppo di uomini e di leggi tante volte mutate

in pochi mesi da chi reggeva il mondo con la forza e la forza col

capriccio. Non si mescolava Jubert, uomo generoso e magnanimo,

nelle riforme. Ricominciava Rivaud l'opera di Trouvè. La notte del

7 dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava

deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina

le baionette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da

Brune, rimettevano in carica il direttorio Adelasio, Luosi e Sopranzi

cacciati da lui. Fu imprigionato Visconti; frenata la stampa, serrati

i ritrovi; minacciaronsi i fuorusciti napolitani di espulsione, i

democrati cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue e gli

scritti. Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo

volevano ammazzare, e dipingevano nei loro scritti contro di lui non

sapresti che coltello di Bruto; ma non fu nulla. In questa guisa la

Cisalpina, tra la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati

la prepotenza delle soldatesche forastiere, il timore di tutti, se ne

stava aspettando i nuovi assalti dell'Austria.

Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento

levarono un grandissimo romore in Francia coloro che, o sedendo

nei consigli legislativi o con le stampe addottrinando il pubblico,

contrastavano al direttorio; e i cambiamenti stessi, fatti per forza

di soldatesche, diedero molto a pensare ai Cisalpini e generalmente a

tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente che la Francia tutt'altra

cosa voleva piuttostochè l'indipendenza loro, e che, dalle parole in

fuori, ch'erano veramente magnifiche, essi erano destinati a servitù.

Allora s'accorsero ch'era per loro diventato necessario, seppure liberi

e indipendenti volevano essere, il camminare con le proprie gambe, e

por mano essi stessi a quello che per opera dei forastieri non potevano

sperar d'acquistare. Sorse in quel punto specialmente una setta, la

cui sede principale era in Bologna, e che siccome da Bologna, come

da centro, spandeva a guisa di raggi tutto all'intorno negli altri

paesi d'Italia le sue macchinazioni, così fu chiamata Società dei

Raggi. Voleano costoro la libertà e l'indipendenza d'Italia contro e a

dispetto i di tutti, e queste cose vigorosamente tramavano ed i semi ne

spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le rotte dei Franzesi

per le quali tutti questi intendimenti diventarono vani. Nondimeno

le operazioni di Lahoz, che in progresso si leggeranno, furono, come

immediato effetto, così piccola parte di questa vasta macchinazione.

Passando ora alle cose di Sardegna, il re, serrato da ogni parte dalle

armi di Francia, aveva posto l'unica speranza nella sincerità della

sua fede verso il direttorio; non che nel più interno dell'animo non

desiderasse altre condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami

il suo male, ma vedeva che era del tutto in potestà dell'oppressore

il sovvertire i suoi Stati prima solo che l'Austria il sapesse.

Così la repubblica di Francia voleva la distruzione del re, sebbene

s'infingesse del contrario, ed il re voleva serbar fede alla

repubblica, quantunque altri desiderii avesse. Reggeva il Piemonte il

re Carlo Emmanuele IV, principe religiosissimo e di pacata natura, ma

poco atto a destreggiarsi in un secolo tanto rotto e sregolato.

In mezzo agli umori che regnavano in Italia per formarne, mutati

gli ordini politici in Piemonte, una sola repubblica, come alcuni

bramavano, o veramente due, dell'una delle quali fosse capo Milano,

dell'altra Roma, era arrivato l'ambasciatore di Francia Ginguenè a

Torino. Era Ginguenè uomo di tutte le virtù, ma molto incapriccito

in su quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli Stati

repubblicani. Di fantasia vivacissima ed essendosi poi molto nodrito

degli scrittori italiani, e specialmente di Macchiavelli, si era egli

dato a credere che l'Italia fosse piena di Macchiavelli e di Borgia,

ed aveva continuamente la mente atterrita da immagini di tradimenti, di

fraudi, di congiure, di assassinii, di stiletti e di veleni. Con questi

spaventi in capo, veduto prima il ministro Priocca in cui scoverse,

come diceva, non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo

ingresso al re. Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio

e del direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere,

si aveva Ginguenè apparecchiato un bello e magnifico discorso, non

considerando che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli

apparati di lei sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia.

Traversate le stanze piene di soldati bene armati e di cortigiani

pomposi, entrava Ginguenè in abito solenne e con una sciabola a

tracollo nella camera d'udienza dove si trovò solo col principe. Stupì

l'ambasciator repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del

Piemonte. Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare

il discorso, perchè e le adulazioni ed i rimproveri erano ugualmente,

non chè intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, il recitava

al re.

Al discorso squisitissimo del repubblicano non rispose il re, non

essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio

e della buona salute dell'ambasciatore; poi toccò delle infermità

proprie, e della consolazione che trovava nella moglie, ch'era sorella

di Luigi XVI re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguenè le

parole, disse che ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà

e di virtù. Si allegrava a queste lodi della regina il piemontese

principe, e mettendosi anch'egli sul lodarla, molto affettuosamente

spaziò nel favellare delle virtù e della bontà di lei. Poi seguitando

venia dolendosi del mancar di prole: Non ne ho, diceva, ma mi consolo

per la virtuosa donna. Ritiratosi dalla reale udienza l'ambasciator di

Francia, e, sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di

quei tempi, si sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta

bontà, semplicità e modestia del sovrano del Piemonte.

Frequentavano la casa dell'ambasciatore di Francia i desiderosi di

novità in Piemonte, i quali, standogli continuamente a' fianchi, gli

rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando il vero col

falso sulle condizioni del Piemonte e sulla facilità di operarvi la

rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a' versi delle sue

opinioni, così egli se li credeva molto facilmente. Per la qual cosa

sentiva egli sempre sinistramente del governo, e, volendo tagliarvi i

nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse

il re a licenziare i suoi reggimenti svizzeri, che tuttavia conservava

a suoi soldi.

Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori,

vedendoli volentieri e dando facile ascolto ai rapportamenti loro, e

dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri,

i mali semi producevano in Piemonte frutti a sè medesimi conformi.

Sorgevano in più parti moti pericolosi suscitati da gente audace

con intendimento di rivoltar lo Stato. Il più principale pel numero

e pel luogo ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio dove erano

concorsi oltre un migliaio i fuorusciti piemontesi. Circa due mila

soldati liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica,

ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio

la squadra dei Piemontesi. Capi principali del moto erano uno Spinola,

nobile, Pelisseri e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita ed

intenta a novità. Un Guillaume ed un Colignon franzesi erano con loro.

Nissuno pensi che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicate cose più

immoderate contro i re di quelle che costoro mandarono fuori contro

quel di Sardegna.

Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo,

svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia

più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono

armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed

assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la

peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con

esito ora prospero ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle

frontiere del Piemonte.

Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle

sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la

Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani

Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale

Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione

l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse

l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come

capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai

soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un

Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna

favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di

Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro,

e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria.

Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle

valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava

a Pinerolo.

Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che

il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a

fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano

ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la

Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando

i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e

faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto

per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a

sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo

uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi

serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta

altrui con impeto nelle prosperità.

Non ignorava però il re che la rabbia e la ostinazione delle opinioni

politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo

maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul

lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè

combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro

mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente

mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo

si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle

valli dei Valdesi.

Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica

di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le

fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva

fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse

qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo

franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente

monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non

sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva

persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.

Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma

del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui

il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi

che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze,

del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni.

Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo,

se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era

da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito

felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il

passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo

tutto che si prometteva dalla rivoluzione.

In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguenè, come se

desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il

tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di

travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i

comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò

ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da'

suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di

morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se

nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed

assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed

affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto

vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva

anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo

gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai

democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare

anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra

questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino,

che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il

re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà

l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.

I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei

democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro

pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler

camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli

di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione

d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri

che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più

smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono

attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli

era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente

patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le

mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini

in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro

voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso

tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo

aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato

dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e

non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la

Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti

i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio

ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo

ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna

stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta

tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra

del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per

compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro

amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della

libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei

tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano,

scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della

patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli

splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile

ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli

si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la

guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei

tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è

spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile.

Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi

hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio

della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro,

abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non

atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto

fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo

proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che

divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena

bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e

non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni

e ruine.»

Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto

contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto

la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori

della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse

aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore.

Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio,

con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio

cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in

ciò andarvi la salute della Francia.

L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta

tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i

regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e

soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto

si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più

possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono

nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento

furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la

battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condotti nel castello

di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue

condannati a morte.

Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 66 / 99 段