degli affari esteri della Cisalpina, invitandolo ad operar per modo che
il governo cisalpino facesse rivoluzioni rigorose contro i fuorusciti
franzesi che si erano ricoverati nel territorio cisalpino; rispose
il cisalpino ministro all'ambasciatore di Francia, che il direttorio
cisalpino purgherebbe la terra della libertà da quegli uomini immorali,
come li qualificava per consuonare alle frasi del ministro franzese,
contaminati ed ipocriti.
Ma ben altri pensieri che questi nodriva l'ambasciatore nella sua mente
e per sè e per comandamento di chi il mandava. Tra per l'opposizione
tanto gagliarda che era sorta nei consigli contro il trattato
d'alleanza, e per la condotta che tenevano i libertini sinceri,
operando che l'odio contro i Franzesi moltiplicasse ogni giorno,
divenne certo pel direttorio che se non domava quei partigiani tanto
risentiti di libertà e d'indipendenza, la sua superiorità in Cisalpina
sarebbe sempre stata incerta e vacillante. Parve adunque che fosse
arrivato il tempo per la Francia di aggravar la mano e di porre il
freno, perchè per la pace fatta con l'imperadore d'Austria essendo
passata la stagione di fomentar le rivoluzioni in Lombardia, pensava
che alla sicurezza sua in Italia, così in pace come in guerra, si
appartenesse di farsene un appoggio introducendosi un vivere più quieto
e che più piacesse ai più ricchi e notabili cittadini. Per la qual cosa
Trouvè fece in casa sua un'adunanza segreta in cui si esaminarono i
cambiamenti da farsi nella costituzione cisalpina. Era il progetto di
ridurla a forma più aristocratica con diminuire il numero dei consigli,
e così ancora quello dei dipartimenti e dei magistrati distrettuali. Si
voleva altresì accrescer forza al direttorio, perchè si era non senza
ragione osservato, che egli si trovava nella costituzione molto impari
ai due consigli e quasi schiavo loro. Con questo si voleva frenare
la libertà della stampa e serrare i ritrovi politici, per la quale e
pei quali i pensieri buoni si facevano cattivi per la esagerazione, i
cattivi peggiori per l'impeto.
Ebbero i democrati ardenti avviso del disegno da un Montaldi
rappresentante, che, chiamato alle congreghe segrete nè approvandole,
aveva svelato ogni cosa al consiglio dei giovani. Il rumore fu
grande; le parole nei ritrovi non ancora chiusi, gli scritti nelle
gazzette non ancora frenate, erano in gran numero. Grande impressione
massimamente fece nel pubblico una orazione che sotto il nome supposto
di Marco Ferri, fu composta, data segretamente alle stampe e sparsa
copiosamente in ogni parte della Cisalpina da un giovane piacentino,
che aveva già stampato in Milano molte cose con non poca lode. Grave
e forte orazione era questa; sì che sentendo molto gravemente Trouvè
il fatto, condottosi in pompa al direttorio, il richiedeva con parole
aspre ed imperiose dell'arresto dell'autore dell'orazione, per avere,
come diceva, insultato la repubblica di Francia. Gii fu risposto
non trovarsi in Milano i caratteri di tale stampa, esser venuta di
fuori; cercherebbero, farebbero, non si dubitasse; ma se la passarono
con parole, perchè il direttorio non ancora riformato amava il moto
dell'oratore. Intanto rimostrarono i consigli legislativi, rimostrò il
direttorio, mandando anche un uomo a posta a Parigi. Vi andò eziandio
espressamente il generale Brune, che era succeduto a Berthier, per
rimostrare, perchè gli piacevano i governi più popolari e faceva
professione di amatore ardente di libertà.
Tutto fu indarno; Trouvè, al quale il direttorio portava molta
affezione, mandava ad effetto le accordate deliberazioni. La notte del
30 agosto chiamava in sua casa centodieci rappresentanti, che non erano
la metà di tutti: leggeva la nuova costituzione e le nuove leggi. Le
approvarono, chi per amore e chi per forza, perchè aveva intimato loro
che tale era risolutamente la volontà del direttorio di Francia, e
che se non l'accettasse di buon grado, lo avrebbe eseguita per forza.
Non ostante alcuni ricusarono e sdegnati si ritirarono. Il giorno
seguente l'opera si recava ad esecuzione. Le soldatesche circondavano
la sede dei consigli, ributtavano con le baionette i rappresentanti
non eletti dalla riforma, cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi;
si surrogavano Sopransi e Luosi; i rappresentanti renitenti scacciati
dai consigli; Fantoni, Custodi, Borghi, capi degli altri, posti in
carcere. La forza predominava. Fece Trouvè la nuova costituzione e
finalmente dichiarò, parendogli di aver operato abbastanza e bene
solidato l'imperio franzesein Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità
legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli
ordini della Cisalpina, buona in sè, viziosa pel modo. Ed ecco una
scena; una gran turba seguitava Ranza gridando: «Che vuol Ranza, che
scartafaccio è quello?» Lo scartafaccio era la costituzione disfatta
da Touvè, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del
Lazzaretto.
Brune, ch'era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio
che lo voleva mitigare, richiamava Trouvè, dandogli scambio con
Fouchè. Le assemblee popolari che chiamavano i comizii, accettavano
la costituzione di Trouvè. I democrati non se ne potevano dar pace,
ma tra l'accettare e il non accettare non era differenza; la forza
forestiera reggeva lo Stato. Non piacquero al direttorio nè Fouchè
ne Brune. Mandava a Milano Jubert, invece di Brune, Rivaud invece
di Fouchè, strano inviluppo di uomini e di leggi tante volte mutate
in pochi mesi da chi reggeva il mondo con la forza e la forza col
capriccio. Non si mescolava Jubert, uomo generoso e magnanimo,
nelle riforme. Ricominciava Rivaud l'opera di Trouvè. La notte del
7 dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava
deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina
le baionette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da
Brune, rimettevano in carica il direttorio Adelasio, Luosi e Sopranzi
cacciati da lui. Fu imprigionato Visconti; frenata la stampa, serrati
i ritrovi; minacciaronsi i fuorusciti napolitani di espulsione, i
democrati cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue e gli
scritti. Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo
volevano ammazzare, e dipingevano nei loro scritti contro di lui non
sapresti che coltello di Bruto; ma non fu nulla. In questa guisa la
Cisalpina, tra la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati
la prepotenza delle soldatesche forastiere, il timore di tutti, se ne
stava aspettando i nuovi assalti dell'Austria.
Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento
levarono un grandissimo romore in Francia coloro che, o sedendo
nei consigli legislativi o con le stampe addottrinando il pubblico,
contrastavano al direttorio; e i cambiamenti stessi, fatti per forza
di soldatesche, diedero molto a pensare ai Cisalpini e generalmente a
tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente che la Francia tutt'altra
cosa voleva piuttostochè l'indipendenza loro, e che, dalle parole in
fuori, ch'erano veramente magnifiche, essi erano destinati a servitù.
Allora s'accorsero ch'era per loro diventato necessario, seppure liberi
e indipendenti volevano essere, il camminare con le proprie gambe, e
por mano essi stessi a quello che per opera dei forastieri non potevano
sperar d'acquistare. Sorse in quel punto specialmente una setta, la
cui sede principale era in Bologna, e che siccome da Bologna, come
da centro, spandeva a guisa di raggi tutto all'intorno negli altri
paesi d'Italia le sue macchinazioni, così fu chiamata Società dei
Raggi. Voleano costoro la libertà e l'indipendenza d'Italia contro e a
dispetto i di tutti, e queste cose vigorosamente tramavano ed i semi ne
spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le rotte dei Franzesi
per le quali tutti questi intendimenti diventarono vani. Nondimeno
le operazioni di Lahoz, che in progresso si leggeranno, furono, come
immediato effetto, così piccola parte di questa vasta macchinazione.
Passando ora alle cose di Sardegna, il re, serrato da ogni parte dalle
armi di Francia, aveva posto l'unica speranza nella sincerità della
sua fede verso il direttorio; non che nel più interno dell'animo non
desiderasse altre condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami
il suo male, ma vedeva che era del tutto in potestà dell'oppressore
il sovvertire i suoi Stati prima solo che l'Austria il sapesse.
Così la repubblica di Francia voleva la distruzione del re, sebbene
s'infingesse del contrario, ed il re voleva serbar fede alla
repubblica, quantunque altri desiderii avesse. Reggeva il Piemonte il
re Carlo Emmanuele IV, principe religiosissimo e di pacata natura, ma
poco atto a destreggiarsi in un secolo tanto rotto e sregolato.
In mezzo agli umori che regnavano in Italia per formarne, mutati
gli ordini politici in Piemonte, una sola repubblica, come alcuni
bramavano, o veramente due, dell'una delle quali fosse capo Milano,
dell'altra Roma, era arrivato l'ambasciatore di Francia Ginguenè a
Torino. Era Ginguenè uomo di tutte le virtù, ma molto incapriccito
in su quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli Stati
repubblicani. Di fantasia vivacissima ed essendosi poi molto nodrito
degli scrittori italiani, e specialmente di Macchiavelli, si era egli
dato a credere che l'Italia fosse piena di Macchiavelli e di Borgia,
ed aveva continuamente la mente atterrita da immagini di tradimenti, di
fraudi, di congiure, di assassinii, di stiletti e di veleni. Con questi
spaventi in capo, veduto prima il ministro Priocca in cui scoverse,
come diceva, non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo
ingresso al re. Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio
e del direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere,
si aveva Ginguenè apparecchiato un bello e magnifico discorso, non
considerando che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli
apparati di lei sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia.
Traversate le stanze piene di soldati bene armati e di cortigiani
pomposi, entrava Ginguenè in abito solenne e con una sciabola a
tracollo nella camera d'udienza dove si trovò solo col principe. Stupì
l'ambasciator repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del
Piemonte. Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare
il discorso, perchè e le adulazioni ed i rimproveri erano ugualmente,
non chè intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, il recitava
al re.
Al discorso squisitissimo del repubblicano non rispose il re, non
essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio
e della buona salute dell'ambasciatore; poi toccò delle infermità
proprie, e della consolazione che trovava nella moglie, ch'era sorella
di Luigi XVI re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguenè le
parole, disse che ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà
e di virtù. Si allegrava a queste lodi della regina il piemontese
principe, e mettendosi anch'egli sul lodarla, molto affettuosamente
spaziò nel favellare delle virtù e della bontà di lei. Poi seguitando
venia dolendosi del mancar di prole: Non ne ho, diceva, ma mi consolo
per la virtuosa donna. Ritiratosi dalla reale udienza l'ambasciator di
Francia, e, sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di
quei tempi, si sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta
bontà, semplicità e modestia del sovrano del Piemonte.
Frequentavano la casa dell'ambasciatore di Francia i desiderosi di
novità in Piemonte, i quali, standogli continuamente a' fianchi, gli
rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando il vero col
falso sulle condizioni del Piemonte e sulla facilità di operarvi la
rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a' versi delle sue
opinioni, così egli se li credeva molto facilmente. Per la qual cosa
sentiva egli sempre sinistramente del governo, e, volendo tagliarvi i
nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse
il re a licenziare i suoi reggimenti svizzeri, che tuttavia conservava
a suoi soldi.
Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori,
vedendoli volentieri e dando facile ascolto ai rapportamenti loro, e
dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri,
i mali semi producevano in Piemonte frutti a sè medesimi conformi.
Sorgevano in più parti moti pericolosi suscitati da gente audace
con intendimento di rivoltar lo Stato. Il più principale pel numero
e pel luogo ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio dove erano
concorsi oltre un migliaio i fuorusciti piemontesi. Circa due mila
soldati liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica,
ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio
la squadra dei Piemontesi. Capi principali del moto erano uno Spinola,
nobile, Pelisseri e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita ed
intenta a novità. Un Guillaume ed un Colignon franzesi erano con loro.
Nissuno pensi che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicate cose più
immoderate contro i re di quelle che costoro mandarono fuori contro
quel di Sardegna.
Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo,
svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia
più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono
armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed
assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la
peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con
esito ora prospero ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle
frontiere del Piemonte.
Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle
sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la
Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani
Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale
Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione
l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse
l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come
capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai
soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un
Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna
favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di
Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro,
e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria.
Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle
valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava
a Pinerolo.
Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che
il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a
fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano
ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la
Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando
i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e
faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto
per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a
sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo
uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi
serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta
altrui con impeto nelle prosperità.
Non ignorava però il re che la rabbia e la ostinazione delle opinioni
politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo
maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul
lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè
combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro
mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente
mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo
si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle
valli dei Valdesi.
Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica
di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le
fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva
fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse
qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo
franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente
monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non
sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva
persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.
Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma
del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui
il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi
che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze,
del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni.
Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo,
se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era
da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito
felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il
passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo
tutto che si prometteva dalla rivoluzione.
In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguenè, come se
desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il
tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di
travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i
comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò
ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da'
suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di
morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se
nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed
assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed
affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto
vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva
anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo
gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai
democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare
anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra
questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino,
che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il
re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà
l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.
I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei
democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro
pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler
camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli
di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione
d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri
che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più
smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono
attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli
era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente
patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le
mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini
in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro
voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso
tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo
aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato
dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e
non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la
Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti
i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio
ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo
ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna
stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta
tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra
del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per
compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro
amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della
libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei
tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano,
scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della
patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli
splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile
ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli
si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la
guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei
tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è
spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile.
Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi
hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio
della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro,
abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non
atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto
fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo
proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che
divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena
bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e
non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni
e ruine.»
Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto
contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto
la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori
della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse
aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore.
Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio,
con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio
cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in
ciò andarvi la salute della Francia.
L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta
tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i
regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e
soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto
si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più
possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono
nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento
furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la
battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condotti nel castello
di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue
condannati a morte.