Dunque mi rimanga il sole a tergo. Io miro con diletto crescente
la cascata, che attraversa rumoreggiando quel masso di rupi. Si
precipita di salto in salto, diffondendosi in mille e poi mille
correnti, e scaglia sibilando in aria schiuma sopra schiuma.
Eppure, come s'incurva magnificamente l'alterna durata dell'arco
variopinto, sorgendo da questa tempesta, ora nettamente
disegnato, ora dissolvendosi nell'aria, spargendo intorno un
raccapriccio profumato e fresco. Specchia l'affaticarsi umano.
Pensa ad esso e comprenderai più esattamente: nel riflesso
colorato abbiamo la vita.
TRADUZIONE di _Andrea Maffei_.
Dunque al sol diam le spalle. Il ruinoso
Torrente, che devolvesi fremendo
Per gli alpestri burroni, attrae con gioia
Ognor crescente il guardo mio. Lo veggo
Precipite avvallar di balzo in balzo.
Frangersi in mille rivi, ed una nube
Sgorgar per l'aere d'agitata spuma.
Oh come da quel vortice si leva
L'arcobaleno maestoso e spiega
La settemplice curva! Ora è distinto,
Or nell'aria è perduto, ed un ribrezzo
Vaporoso diffonde. E speglio forse
Quell'iride non è de' nostri affetti?
Pensavi e certo ne sarai. Nel lampo
Di quei sette colori abbiam la vita.
La descrizione della cataratta e dell'arcobaleno è stupenda
nell'originale. Il Goethe s'era occupato per anni ed anni del fenomeno
ottico, che produce l'iride. Nè queste sue descrizioni poetiche sono
senza sustrato d'impressione naturale. Una volta, che il Goethe
vecchissimo narrava, come ispirato dal bel paese intorno al lago de'
Quattro Cantoni, avesse meditato nel MDCCXCVII un'epopea in esametri sul
mito di Guglielmo Tell, (misericordia!) e come poi, distratto da
occupazioni diverse, avesse ceduto il soggetto allo Schiller, che ne
ricavò una tragedia (manco male!), Giampietro Eckerman osservò,
sembrargli, che la descrizione in terzine nella prima scena della
seconda parte del _Fausto_, dovess'essere una reminiscenza di quelle
impressioni della natura svizzera. Rispose il Goethe: -- «Nol nego; non
avrei mai potuto pensare il contenuto delle terzine, senza le fresche
impressioni di quella natura portentosa. Ma questo è quanto ho coniato
dell'oro di quelle località. Ho abbandonato il rimanente allo Schiller».
-- Ci abbiamo inoltre del Goethe una dipintura della cascata di
Pissevache nel Vallese, la quale aveva senza dubbio contribuito a
generare il fantasma nella sua immaginativa: -- «Ad un'altezza discreta,
prorompe da un crepaccio del monte un forte rivolo, fiammeggiando, in un
bacino, dove è ridotto in polvere e schiuma, che viene sparpagliata qua
e là dal vento. Apparve il sole e dette doppia vita allo spettacolo.
Giù, tra il vapore d'acqua, si ha dall'una e dall'altra parte, secondo
che si cammina, un arcobaleno proprio vicino. Andando più su, si gode un
fenomeno vieppiù bello ancora»; -- eccetera. Altrove parla della cascata
del Reno presso Sciaffusa, com'ei la rivedesse illuminata dal sole: --
«L'iride appariva nella sua maggior bellezza: poggiava tranquillamente
nell'immensa schiuma, che ferve, e, mentre minaccia di violentemente
distruggerla, è costretta a riprodurla di nuovo ogni istante». -- Ora,
Fausto ravvisa nell'iride della caduta un'immagine de' godimenti umani.
La fruizione piena, assoluta, non è per noi; ma ne abbiamo un riflesso
nella vita, quando operosamente ci affermiamo ne' limiti, che la natura
ci assegna. La traduzione sembra d'uomo, che non abbia mai viste
cataratte ed archibaleni. Il _torrente ruinoso, che si revolve fremendo
per gli alpestri burroni_ desta in Fausto estasi e non gioia: c'è di che
rimanere estatico, ma non di che rallegrarsi nello spettacolo. Non
capisco _la nube di spuma, che sgorga per l'aere_. Sembra, che il
Goethe, massime invecchiando, prediligesse smodatamente le frasi, in cui
si ripete un medesimo vocabolo; ne abbiamo incontrate parecchie in
questa scena, ed ecco tre ripetizioni in un sol periodo in tre versi
successivi: _Von Sturz zu Sturzen_; _in tausend dann aber tausend
Strömen_; _Schaum an Schäume_. Perchè cancella il Maffei due di queste
ripetizioni intenzionali? o che il nostro linguaggio non le ammette o
non se ne compiace? _Das menschliche Bestreben_ non è _i nostri
affetti_; _begreifen_ vuol dire _concepire_, _capire_ e non
_certificarsi_. Tradur l'ultimo verso, come fa il Maffei, gli è un
certificare di non aver capito ciò, che l'Autore intendeva dire. Antonio
Bruni, volendo indicare un pensiero non dissimile da quello del Goethe,
ha scritto: _Pria che vestisse in me spoglia mortale Quest'alma, o mio
bel nume,... Nel Sole inaccessibile immortale Mirò il tuo Bello; e s'or
pur l'ama e in voto Gli sacra il cor divoto, De l'eterno splendore ama
un riflesso_. Nel tedesco leggo _riflesso colorato_ e non _lampo di que'
sette colori_; riflesso non è il medesimo di lampo.
Il lettore può giudicare ora, se ho disaminato ed analizzato con
imparzialità questo brano di traduzione, scelto a caso, e tra' più
facili. Avrei potuto giustamente sì, ma malignamente ricorrere a squarci
malagevoli; e mostrare anche più chiaro, che ho ragione di chiamare
usurpata la fama del Maffei. M'hanno appoggiato a volte l'incarico di
esaminare alcuni pretendenti alla patente d'idoneità per insegnare il
tedesco. Ebbene, in coscienza, se mi ritrovassi in quel ballo, ed i
candidati traducessero come il Maffei, io non li riconoscerei mica
idonei. -- «Una patente, a voialtri? Patente d'incapacità!» -- Invece
quest'uomo, che tradisce in tal modo i malcapitati testi, conta tra di
noi per una autorità in fatto di letteratura alemanna. Ha panegiristi
ridicoli; giovanotti, i quali ignorando fin l'alfabeto tedesco,
discorrono del _Fausto_, scarabocchiando cicalate inconcludenti,
compilazioni eseguite sugli articoli della _Rivista de' Due Mondi_.
Giuochi, che fanno i letterati oggi, come farebbero gli agenti di cambio
od i capistazione, od altro, se sperassero di lucrar qualche soldarello
di più. Buffoncelli, che chiamano il traduttore-traditore -- «ingegno
poderoso, che ha padronanza sulle due lingue, e lunghi e pertinaci studî
su tutta quanta la letteratura tedesca, e straordinaria felicità di
sapere trovar sempre nella poesia e nell'idioma della sua patria la
frase, la parola, il modo di dire, che corrispondano a ciò, che volle
significare l'autore nella propria lingua». -- Il pubblico ignaro,
sentendo affermare così ricisamente, crede alla competenza
dell'encomiasta e plaude ingannato, senza sapere quel che si applauda.
Ben inteso poi, che s'usa _ora in Italia un traffico di lodi, Pur che al
lodato il lodator risponda; E l'adulazion va per vicenda_ (come scrisse
nel secolo scorso il sedicente inventore de' versi martelliani, a
proposito d'un altro Maffei, Scipione, assai da più). Quindi, imitando
la carità di Giovanni da S. Giovanni, Andrea Maffei chiamerà -- «giovane
d'alto ingegno» -- nella prefazione al secondo volume, chi gli ha
dimenato sotto il naso quell'incenso smaccato in un discorso prefisso al
primo. Non c'è cosa, che più ripugni alla dignità d'un principiante,
dell'assumer l'incarico d'una prefazione all'opera d'un autore vivo e
riputato; l'è un impegnarsi a lodare, a panegirizzare in tutto e per
tutto. A questo non pensa il pubblico; e, sulla fede del Maffei, ritiene
grand'uomo in erba anche quel ragazzo lì: _sic itur ad astra_.
È triste a dirsi; ma da cinquant'anni, che il Maffei traduce e vien
lodato, non un solo de' suoi lettori infiniti, non uno de' suoi
panegiristi, s'è incomodato a riscontrarne le versioni con l'originale.
Non uno ha sentito il bisogno, ha sospettato che fosse dovere, obbligo,
di esaminare prima di applaudire! È una immoralità letteraria, che fa
spavento! Per me, non voglio esserne complice.