Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica
volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi
componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene
spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a
dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai
tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete
felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una
riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui
raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io
mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe
Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo
sul _Moto letterario in Italia_: -- «Abbiamo alcune traduzioni di autori
stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono
immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei
(_sic_) come in altre». -- Se non che, in letteratura ed in politica, il
Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è
un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed
avvertito, giovò all'incremento della celebrità del Maffei. Mi
assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le
bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di
lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli
scarabocchi femminili?
Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io
ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue
quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da
un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto
malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna
impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni
celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella
artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in
moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion
volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata.
Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i
validi dagl'inammessibili?
Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola: _Fausto, tragedia
di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione
compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869_.
(insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio
e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi
resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo
parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del
mare: -- «che v'è spazio per milioni, _Nicht sicher zwar doch
thätig-frei zu wohnen_ (per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed
operosi).» -- Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: -- «Non sol
per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». -- Tutto lo squarcio
seguente è franteso. Il Goethe scrive: _Und so verbringt, umrungen von
Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr_ (e così,
fanciulli, uomini e vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da
pericolo); ed il Maffei a controsenso: -- «Tal che il giovane, il
vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» -- Ora, il pericolo può
tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto
un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: -- «sorgente
di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni
di magnificenza». -- (_Confronta_ _Leopardi_, _A un vincitore nel
pallone_). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar
comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione
del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: -- «Chi posseder
la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». --
Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: -- «si provvegga
prudentemente di armi». -- In un altro punto, secondo il Maffei,
Mefistofele esclamerebbe: -- «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio
alla cieca angusta casa». -- Per poco che il traduttore avesse
riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe
messo un indeterminato _si va_ invece di quella prima persona plurale,
che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito
dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: -- «Poi che la
buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino al
_tumulo_ Mi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» -- Nel
testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che
appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: -- «Ora la perfida
vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio
della _fossa_...... perchè stava appunto aperta?» -- O quel _fossa_ reso
per _tumulo_ non è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse
il _cratere del Vesuvio_ e cui stampassero il _cono_, sotto pretesto,
che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove
Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi,
essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma i
guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia,
isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici
rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti,
contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in
quest'espressione: -- «dall'Hazio all'Ellade». -- La mia scienza
geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel
promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua.
Non potevo supporre un _lapsus calami_ od uno errore tipografico per
_dal Lazio all'Ellade_, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il
cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovo _Harz_, che vale quanto
_Selva Ercinia_. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda
l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie
popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da
Castrocaro.
Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi.
Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio
pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che
mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in
altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al
quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero
della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che
rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi
al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo;
e sopra c'era la scritta: _Quem genuit adoravit_; che il Manzoni
parafraserebbe:
E l'adorò; beata!
Innanzi al dio prostrata,
Che il puro sen le aprì.
Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la
frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando
forse a tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per
avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare
il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: -- «Già
monsignore, _que' di Genova l'indorarono_; chè qua, ed in tutta la
provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di
questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole
un'indoratura ammodo.» -- Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si
astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si
persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già
persuasissimi da un pezzo.
Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che
la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il
tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più
spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse
contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di
tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei
astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo
starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non
nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche.
L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco,
credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione
Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto
senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando
versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir
meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore,
in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta
in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui
seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si
rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si
divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono i ragunati, appunto
in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente
sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata;
e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i
compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del
Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne
trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini
che i granelli di crusca.
Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei
centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in
regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a
renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve
dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono
viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le
nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite
parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto
detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace
nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad
infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole;
spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di
corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale
astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso
variopinto, che ce ne offre la vita. -- «L'attività è l'uomo,» -- dice
il Barrili. -- «_Fare, fare_ è l'impresa gentilizia di questo credente
nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» -- ossia,
voluto incarnare -- «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche
l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non
tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero,
ha salvata l'anima sua (_L'Olmo e l'Edera._ X).» -- Del resto, questa
prima scena della seconda parte del _Fausto_ è fredda: non parla nèd al
cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto sentimento, punta poesia;
Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi
vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un
suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come
quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi,
materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane
ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio.
Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era
codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento
oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un
attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto
scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso
ed accadere in virtù de' canti soprannaturali delle _sifilidi_ (come
avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi,
in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario.
Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la
seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di
eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza
questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri
Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo
ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea
bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni
naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che,
nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la
deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni
canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche
versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza
connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il
seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla
relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima
s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della gioventù del
poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente
contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: -- «La
prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo
appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di
subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più
spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che
farsene». -- Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale,
nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della
coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo
della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti
della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza
a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la
sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre
riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe
interessarci e commuoversi. L'accompagnamento di _arpe eolie_ al canto
di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa
nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto
dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un
suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel
Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una
canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma,
_Totalità_, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla
prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a
bomba.
I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con
accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia.
Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: -- «il
numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con
la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta:
perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di ben
condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e
misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed
approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza».
-- E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: -- «Questa analogia dei
metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la
trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e
sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi
timpani è una facezia da carnevale». -- Il coro de' Silfi canta strofe
di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro
con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici
tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati.
Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane,
sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: --
«Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico
mastro ditta;» -- come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto
in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto
Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una
tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può
convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le
tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato:
il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello
Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina;
invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo
più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei,
non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in
decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse
solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver
tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo
scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele
non prescrive più a' Silfi il tono, in cui debbono cantare; cessa
d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa
immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente
fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero
intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne'
melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche
gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole;
sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti,
invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi
sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava
assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato
a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè
destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza
principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de'
metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che
erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene
conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi
determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.
Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.
VERSI I-VIII. _Tedesco._
_Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:_
Wenn der Blüthen Frühlings-Regen
Ueber alle schwebend sinkt,
Wenn der Felder grüner Segen
Allen Erdgebornen blinkt,
Kleiner Elfen Geistergrösse
Eilet wo sie helfen kann,
Ob er heilig? ob er böse?
Iammert sie der Unglücksmann.