M.DCCC.LXIX.

Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica

volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi

componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene

spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a

dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai

tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete

felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una

riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui

raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io

mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe

Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo

sul _Moto letterario in Italia_: -- «Abbiamo alcune traduzioni di autori

stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono

immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei

(_sic_) come in altre». -- Se non che, in letteratura ed in politica, il

Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è

un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed

avvertito, giovò all'incremento della celebrità del Maffei. Mi

assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le

bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di

lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli

scarabocchi femminili?

Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io

ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue

quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da

un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto

malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna

impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni

celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella

artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in

moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion

volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata.

Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i

validi dagl'inammessibili?

Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola: _Fausto, tragedia

di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione

compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869_.

(insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio

e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi

resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo

parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del

mare: -- «che v'è spazio per milioni, _Nicht sicher zwar doch

thätig-frei zu wohnen_ (per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed

operosi).» -- Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: -- «Non sol

per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». -- Tutto lo squarcio

seguente è franteso. Il Goethe scrive: _Und so verbringt, umrungen von

Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr_ (e così,

fanciulli, uomini e vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da

pericolo); ed il Maffei a controsenso: -- «Tal che il giovane, il

vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» -- Ora, il pericolo può

tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto

un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: -- «sorgente

di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni

di magnificenza». -- (_Confronta_ _Leopardi_, _A un vincitore nel

pallone_). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar

comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione

del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: -- «Chi posseder

la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». --

Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: -- «si provvegga

prudentemente di armi». -- In un altro punto, secondo il Maffei,

Mefistofele esclamerebbe: -- «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio

alla cieca angusta casa». -- Per poco che il traduttore avesse

riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe

messo un indeterminato _si va_ invece di quella prima persona plurale,

che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito

dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: -- «Poi che la

buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino al

_tumulo_ Mi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» -- Nel

testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che

appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: -- «Ora la perfida

vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio

della _fossa_...... perchè stava appunto aperta?» -- O quel _fossa_ reso

per _tumulo_ non è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse

il _cratere del Vesuvio_ e cui stampassero il _cono_, sotto pretesto,

che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove

Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi,

essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma i

guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia,

isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici

rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti,

contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in

quest'espressione: -- «dall'Hazio all'Ellade». -- La mia scienza

geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel

promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua.

Non potevo supporre un _lapsus calami_ od uno errore tipografico per

_dal Lazio all'Ellade_, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il

cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovo _Harz_, che vale quanto

_Selva Ercinia_. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda

l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie

popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da

Castrocaro.

Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi.

Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio

pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che

mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in

altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al

quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero

della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che

rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi

al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo;

e sopra c'era la scritta: _Quem genuit adoravit_; che il Manzoni

parafraserebbe:

E l'adorò; beata!

Innanzi al dio prostrata,

Che il puro sen le aprì.

Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la

frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando

forse a tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per

avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare

il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: -- «Già

monsignore, _que' di Genova l'indorarono_; chè qua, ed in tutta la

provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di

questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole

un'indoratura ammodo.» -- Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si

astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si

persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già

persuasissimi da un pezzo.

Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che

la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il

tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più

spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse

contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di

tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei

astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo

starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non

nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche.

L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco,

credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione

Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto

senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando

versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir

meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore,

in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta

in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui

seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si

rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si

divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono i ragunati, appunto

in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente

sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata;

e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i

compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del

Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne

trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini

che i granelli di crusca.

Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei

centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in

regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a

renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve

dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono

viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le

nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite

parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto

detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace

nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad

infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole;

spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di

corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale

astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso

variopinto, che ce ne offre la vita. -- «L'attività è l'uomo,» -- dice

il Barrili. -- «_Fare, fare_ è l'impresa gentilizia di questo credente

nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» -- ossia,

voluto incarnare -- «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche

l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non

tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero,

ha salvata l'anima sua (_L'Olmo e l'Edera._ X).» -- Del resto, questa

prima scena della seconda parte del _Fausto_ è fredda: non parla nèd al

cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto sentimento, punta poesia;

Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi

vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un

suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come

quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi,

materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane

ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio.

Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era

codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento

oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un

attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto

scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso

ed accadere in virtù de' canti soprannaturali delle _sifilidi_ (come

avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi,

in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario.

Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la

seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di

eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza

questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri

Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo

ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea

bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni

naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che,

nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la

deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni

canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche

versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza

connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il

seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla

relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima

s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della gioventù del

poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente

contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: -- «La

prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo

appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di

subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più

spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che

farsene». -- Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale,

nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della

coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo

della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti

della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza

a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la

sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre

riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe

interessarci e commuoversi. L'accompagnamento di _arpe eolie_ al canto

di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa

nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto

dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un

suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel

Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una

canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma,

_Totalità_, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla

prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a

bomba.

I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con

accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia.

Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: -- «il

numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con

la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta:

perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di ben

condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e

misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed

approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza».

-- E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: -- «Questa analogia dei

metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la

trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e

sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi

timpani è una facezia da carnevale». -- Il coro de' Silfi canta strofe

di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro

con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici

tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati.

Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane,

sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: --

«Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico

mastro ditta;» -- come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto

in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto

Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una

tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può

convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le

tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato:

il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello

Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina;

invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo

più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei,

non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in

decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse

solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver

tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo

scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele

non prescrive più a' Silfi il tono, in cui debbono cantare; cessa

d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa

immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente

fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero

intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne'

melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche

gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole;

sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti,

invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi

sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava

assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato

a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè

destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza

principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de'

metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che

erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene

conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi

determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.

Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.

VERSI I-VIII. _Tedesco._

_Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:_

Wenn der Blüthen Frühlings-Regen

Ueber alle schwebend sinkt,

Wenn der Felder grüner Segen

Allen Erdgebornen blinkt,

Kleiner Elfen Geistergrösse

Eilet wo sie helfen kann,

Ob er heilig? ob er böse?

Iammert sie der Unglücksmann.

Fame usurpate · 第 48 / 72 题