M.DCCC.LXXI.

Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suo _Dopo la Laurea_, delle

scoperte paleontologiche, fatte da un certo Peppantonio, in una caverna

a pochi passi dal polo australe: -- «Scava scava, se n'è venuto via con

centoventiquattro sacca, piene piene di pezzettini d'ossi occipitali e

frontali e parietali, tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa

ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea di dedicarli a'

più eccellenti poeti epici e drammatici contemporanei. C'è la _Pratia

epileptica_ e la _Chiossonia paralytica_; e, per non far torto a quelli,

che si distinguono nel genere lirico, ha formato la _Vittorhughia

atassica_ e la _Zanellia superflua_». --

Queste due ultime parole sembran dapprima solo un frizzo garbato; ma le

credo il miglior giudicio possibile su' versi dell'abate Giacomo

Zanella, cavaliere dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale

dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario di lingua e

letteratura Italiana presso lo studio filosofico della R. Università di

Padova e condirettore del seminario filologico-storico, nonchè deputato

provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e (se non erro)

membro effettivo del R. Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia.

Quanta roba, eh! Può darsi, che egli sia un egregio sacerdote:

bisognerebbe sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca,

ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica Istruzione e gli

amministrati sono giudici legittimi se non competenti. Può darsi ancora,

ch'egli si dimostri professor valente; sebbene non nasconderò, che mi

sorprende il vederlo cattedratico ordinario, senza che sia noto per

alcun serio lavoro storico o critico; ma non è il solo in Italia, che

non possegga titoli giustificativi, cui possa gridarsi: _fuori i libri!_

Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè dello insegnante, nè

dell'accademico, nè dall'amministratore; bensì del verseggiatore. Come

tale, è superfluo: non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è superfluo,

perchè le sue qualità poetiche sono affatte nulle; perchè non

arricchisce il nostro mondo fantastico nè d'un concetto, nè d'una

immagine. Il dico con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del

volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini, i quali in Italia

fanno mercimonio di lodi e d'encomî. Il Zanella scrive versucciattoli,

che in un albo od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola

qualunque di famiglia, possono far buona figura; i molti di questo

genere, da lui rivolti a' componenti della famiglia Lampertico, lo han

fatto chiamare da qualche malevolo: _il poeta aulico di casa

Lampertico._ Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia doviziosa

ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti e nelle feste; e ben

altro il segnare, il significare un nuovo passo della fantasia di un

gran popolo, e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior passato

poetico.

Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender tanto. Ci contenteremmo,

ammireremmo, se il Zanella, anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di

crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace di piegare il

verso a nuove forme, lasciando pure ad altri di avvalersene a miglior

uopo.

Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da noi non fa mai difetto una

penna compiacente (la parola propria sarebbe _ruffiana_; ma non s'ha a

dire tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!) che si presti a

levare a cielo qualche chiarissimo; massime quando corrono

raccomandazioni di persone influenti; quando un Lampertico, per esempio,

ed un Giorgini commendano e vogliono. È così facil cosa il lodare a

casaccio, l'appiccicare una selva di epiteti gentili a' nomi ed alle

cose! il citare alcuni brani d'un autore ed andare in estasi senza dir

perchè! Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che ammirino senza

rendersi e render conto delle ragioni, che li fanno strasecolare, ci

vogliono e ce ne voglion molti. E' sono appunto quelli, che si

addimandano il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini di vaglia si

potrebbe stare al mondo; senza volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno,

che pretende d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare al pubblico

cosa debba approvare e biasimare, commette una vera indecenza,

schiccherando insulse dicerie encomiastiche. Per articolesse di tal

fatta, il gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamano

_soffietti_. I francesi le dicon _reclames_. Ad ogni modo son brutture.

Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo Isidoro Del Lungo,

professore di Letteratura Italiana presso il Regio Liceo Dante di

Firenze, cavaliere dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico

residente della Crusca e di quelli deputati alla compilazione quotidiana

del Vocabolario; prese l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era

sorto _un nuovo poeta_. Impiastricciò un dialogo, che incomincia con una

lode all'editore del Zanella, della quale non può discernersi altro

approposito od altro motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi

scrive, d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue, rivelando il

suo dispettuzzo, per non essere stato nominato membro della commissione,

che compila il vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a

tutti i verseggiatori moderni, perchè _verba generalia non sunt

appiccicatoria_; ed un inchino particolare a' più dappochi, che gli

avvenga di nominare. Una scappellata al Carducci, (ch'io non so come

possa nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino, senza che

l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto al Maccari ed al

Castagnola e persino un saluto al Rapisardi ed una reverenza al Ventura.

Cita titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e loda, senza

ragionar mai le tante lodi; ed appena appena in fine, in via di

concessione, ammette che non tutto sia perfetto nel volume; che la

_poesia_ del Zanella abbia _certi difetti_.

Veramente io ritengo le coserelle meschinissime del Zanella non meritare

il fastidio di una disamina seria. Allorchè il volume venne in luce, gli

detti una scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse,

ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del Del Lungo, risi del

maldestro incensatore; su conclusioni motivate in quel modo da un tale

avvocato fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto

all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico accetta i giudizî

bell'e formolati, senza criterio, da chiunque gli vengan porti, purchè

gli si porgano con improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e

sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi cancelliere di

autorità propria, gli pon sotto la penna. In fondo, il male poteva non

sembrar grande: che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento

d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti o quindici anni un po'

di mezza celebrità, non sembra affare capitale. Ma il vedere que' versi,

così raccomandati, per le mani di tanti; il vederli studiati ed imparati

a memoria; il vedere, in un programma ufficiale, parlato della

_Letteratura Italiana da Dante al Zanella_; mi ha fatto impensierire. Il

Zanella non appartiene alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i

suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti immorali; non è

forse una cattiva azione tanto il commendarli contro-coscienza, quanto

il tacerne un biasimo coscienzioso? -- «È insopportabile in un critico

la tolleranza di componimenti mediocri,» -- scriveva Giovanni Berchet.

-- «La tolleranza è un dovere religioso, è una virtù sociale, ma in

materia poetica non è comandata da nessuna filosofia.» -- Ed io posso

soggiungere, come lui: -- «Eppure, sia detto in buona coscienza, non

entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna

in mano per muovere la bile ad una menoma persona.» -- Ma, chi ammira il

Zanella, a me sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico: chi

ne accetta le dottrine, è forza che diventi cattivo cittadino ed uomo di

sensi volgari. Il dimostrerò. Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non

credo davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere: c'è una

opinione giusta e ci ha le false; ed in affare di tanto momento, non

saprei ostentare l'apatia, di cui fa mostra a proposito della castità

della mogliera, Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (_Parte I,

Novella XXI_); nè dirò mai: -- «Credete voi ciò, che vi pare, che io non

ve lo divieto; e lasciate, che io creda quello, che più m'aggrada e mi

cape nella mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare, nè il

vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno, in

simili avvenimenti, pensare e credere ciò, che più gli va per l'animo!»

-- Gli àpati son ébeti.

Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un dente molare d'oro ad un

fanciullo slesiano. Il fatto commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed

un certo Horstius, professore di medicina in non so quale

universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche profonde,

pubblicò, due anni dopo, la storia del dente, dichiarandolo di natura

doppia come Gesù Cristo, cioè parte naturale, parte miracoloso; ed

assicurando, che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo mascellare

del ragazzo, per consolare la Cristianità afflitta dalle vittorie

turche. Dopo l'Horstius, scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due

anni dopo, l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò il

Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente. Un quarto

dottorone, in una monografia, raccolse tutte le opinioni già enunciate,

aggiungendovi la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad esaminare il

dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi, che non era altrimenti di

metallo massiccio; che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato,

rivestito d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato gli

Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli è ormai tempo, che un

povero orefice lo esamini e dica la sua.

L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento. Come distinguersi in

mezzo a tal frotta o caterva di mediocrità? Come fare per far chiasso?

come acquistare un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi? Ecco il

problema difficilissimo, che si presenta innanzi ad ogni sedicente poeta

Italiano. Chi fosse artista daddovero, chi avesse una potente

favoleggiativa, chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli si

affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè un mondo poetico

impaziente di esprimersi, di affermarsi. Ma questo è caso raro; i più,

senza ispirazione, senza fantasia, non avendo un vero contenuto poetico,

non sapendo in sostanza che dirci ed a che applicare la sciagurata

facilità, l'improba smania d'imbrattar carte, cercano di essere

originali o per qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi

abbiamo specialità poetiche come specialità mediche. In quella maniera

appunto, che ci sono dentisti ed ostetrici ed ortopedisti ed

oftalmoiatri; noi troviamo, che, per esempio, un novelliere non mette in

iscena se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti militari;

il tale altro parla solo di delitti, di sangue, di stupri e di patiboli:

ha la specialità delle storie giudiziarie; Meneghino si aggira sempre

tra le tombe e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni

coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione; Pulcinella ha il

monopolio dell'umanitarietà e della filantropineria; ed un Zanni, ossia

il Zanella, si è impossessato della natura e delle scienze naturali; e

si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo Italiano.

Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici del mondo. Non

è sorto per necessità logica; non proviene da una esigenza del pensiero

nazionale, da una evoluzione scientifica, cheh! In quel riffa raffa di

cattedre, che ha luogo dal cinquantanove in poi, parecchie cattedre

filosofiche vennero agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo

sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio, che al gran lotto

della pubblica istruzione guadagnasse l'ambo di una cattedra di

Filosofia, chi era cognito soltanto per qualche monografia storica più o

meno spropositata, più o meno monca, più o meno male scritta, piaggiando

ogni partito. Posizione imbarazzante! ma più d'una volta s'è visto, e

fuori e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame ad assumere

l'insegnamento di materie non per anco da loro studiate, mettendocisi

coll'arco della schiena, conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più

d'uno è stato vero, che _insegnando s'impara_. Invece coloro, cui

alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio, ritennero più comodo il

negare la scienza, che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber

dovuto imparare; il dire: -- «La filosofia non c'è, la filosofia è un

assurdo; le idee generali son ircocervi anzi ippotragelafi; non vi ha se

non fatti singoli; il mondo è essenzialmente frammentario; tutto è

accidente, o tutt'al più legge, che regola l'accidente; tutto è

empirismo; la cognizione assoluta, il vero assoluto,

Di fuor del qual nessun vero si spazia,

è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla cognizione di

qualche fenomeno, di mille fenomeni, via, d'una serie infinita di

fenomeni. Questo è il _non plus ultra_ dello sforzo intellettuale umano.

E se una voce segreta, anzi un bisogno imperioso vi costringe a chieder

qualcosaltro alla scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi,

oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi l'intelletto! E se la

ragione vi afferra e vi vuole fare entrare nel suo talamo, o casti

Giuseppi del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene in

farsetto, e rimanete involontariamente «ignari!» -- Il sacerdote

predicava l'ateismo! il professore bandiva l'inesistenza della scienza,

per insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo! Quando il prete od

il maestro dubitano del loro credo o della loro dottrina, se son

galantuomini scendano dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per

conto proprio.

E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi intellettualmente: e

credè che fosse un merito di esser più eunuca. E fu certo un titolo per

andare avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera Italia!

Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.

Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico, del modo nel

quale costui comprende la Natura, mi faccia il piacere di rileggere il

_Dopo la Laurea_ del De-Meis; e dico rileggere, perchè non posso

ammettere, che una persona colta non abbia letto quel volume. Vi trovi

una lettera, la seconda, che, se non fosse stata stampata parecchi anni

prima che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la cerchia de'

nobiluzzi veneti, si direbbe una continua allusione al poeta aulico di

casa Lampertico. L'argomento della lettera di Giorgio a Filalete è

assolutamente lo stesso della lirica zanelliana intitolata _Natura e

Scienza_; ne la direi il miglior commento, se i componimenti del Zanella

fossero tra le cose, che si commentano; ed essa ci abiliterà a

giudicarne ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione e

divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità fanciulla, che la

fantasia, fa de' fenomeni naturali. Verseggia così quel di Chiampo:

Come ritrosa Vergine, t'involi,

Discortese Natura, al guardo umano,

Che, pel lento mutar di mille soli,

Di cielo in terra t'ha cercato invano.

Con giocondo terror vide talvolta

Balenar dall'abisso il tuo sembiante;

Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,

Scese la notte sul deluso amante.

E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: -- «Quante volte,

prima di abbandonare la mia casa e la mia patria, mentre m'aggirava per

l'ameno boschetto, che circonda il mio tetto paterno, io era andato

pensando alla mia inutile vita e alla cieca ignoranza, in cui la traeva!

E poi, stanco, mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori,

all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a guardare il profondo cielo

e i lontani campi; e talvolta mi curvava a terra e guardava lungamente

le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno! Alla vista di

quelle cose sì belle, io era a poco a poco commosso. La giovane fantasia

mi s'infiammava; ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi e voltare

verso di me le loro punte; e da quelle tramandare un oscuro susurro, che

mi pareva la voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare. _O

natura, o Natura_, io pensava fra me, _parla dunque, spiegati chiaro,

dimmi chi sei! tu chiudi dentro di te qualche cosa, che i miei occhi non

veggono; giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli umili fiori, che

potrebbero farmi palpitare e tremare; esce da loro una virtù arcana, ci

è in loro qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde la mia

anima, che in questo momento si sente anche essa infinita ed immortale;

ci sei tu, o Natura. Ma io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno

di saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno e diradare questa

così fitta oscurità, che mi copre la mente. Ma.... non è più il tempo

delle rivelazioni, che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta

fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il tempo dell'ispirato

sentimento e della mistica immaginazione. È il tempo della profonda

ragione e della severa scienza, alla quale si perviene solo per la via

del lungo studio e della grave fatica. Non si ha dunque a fare come il

nostro Giacomo,_» -- Leopardi, veh! non Zanella; -- «_che aspettava

sempre l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se mai la risposta

della diva Natura si facesse un giorno sentire dentro al suo cuore; e,

non udendo mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece studierò;

io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò dappertutto; ti frugherò piega

per piega; ti rovisterò molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò

intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti avrò strappato il

tuo secreto: questo terribile secreto, di cui sei tanto gelosa, e che

tieni sepolto, io non so se nel profondo o di te stessa o del mio

cuore_.» --

L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo dell'Uomo anch'esso,

ambiscono tutt'e due di scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e

l'uno e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali,

empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il De-Meis, un naturalista

valente, rimpicciolisce il concetto della cosa, riducendola a mero

affare di microscopio e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo dotto

in botanica ed in mineralogia ed in zoologia ed in astronomia; eccolo

fisico, chimico e meccanico; eccolo cristallografo e fisiologo: -- «Il

secreto della Natura è scoperto!» -- sclama fanciullescamente lieto il

Zanella; ed innalza un inno alla potenza dell'ingegno umano. Nondimeno,

è costretto a soggiungere:

... Fuggon forse le tenebre di pria

E palese di dio splende il disegno?

è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: -- «A che tutto

questo? cos'è il mondo? qual è lo scopo dell'Universo? dell'uman genere?

ed io che sono?» -- E qui si stringe nelle spalle e vi dice tutto ciò

essere il secreto di domineddio, e noi non dover presuntuosamente

indagarlo. Cos'aveva egli dunque scoperto?

Ed ora ascoltiamo Giorgio: -- «Mi gittai di lancio e a corpo perduto

allo studio di quelle, che chiamano scienze naturali. Io sperava sempre

di riudire un giorno la voce della Natura. Io era certo, che uscirebbe

più chiara di dentro a que' vaghi cristalli, divenuti il mio più caro

trastullo; dall'interno di quelle innumerevoli forme vegetali, con le

quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle ricche forme animali,

che io curiosamente ricercava. Io diveniva di mano in mano più avido di

farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a quel sacro penetrale,

dove m'aspettava, che l'oracolo avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed

io non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava i dotti, che aveva

preso a guida in quegli ameni studî, se mai tenessero il grande

secreto.... Ma que' grandi uomini non mi davano se non piccole risposte.

Essi si ridevano della mia semplicità; o si rammaricavano e mi

compiangevano del mio poco progresso nella scienza. Poichè, a sentirli,

del vero progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè si fa più a sè

stesso di sì stolte quistioni, e più non vi pensa. _Ille se valde

proficisse sciat_, quegli solo, che s'è ben finito di persuadere, che

non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno la quistione; la quale

non è se non una nostra invenzione, una illusione ottica, che succede

nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non ha punto che far con la

Natura. E severamente mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar

davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso e tenessi bene a mente,

che quello era tutto: chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro

non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame e fanerogame senza

numero; e insetti piccoli e insetti grandi, come sarebbe a dire le

scimie, che è quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli

consiste la scienza. _Possibile_! io diceva fra me: _la scienza della

Natura sarebbe dunque la scienza degli amminnicoli!_ Io era tutt'altro

che persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva fare; non era

il frutto, che io anelava di raccogliere da' miei studii. A quel prezzo

io non avrei voluto giammai diventare uno scienziato.» --

Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi con qualunque e

religione e superstizione. Ed invero, quanto è oggetto della religione

(prescindendo dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso

dal campo delle investigazioni di questa ignoranza scientifica. Il

Zanella vi rappresenta il tipo dello scienziato evirato nel suo Galileo;

e gli fa recitare il credo e soggiungere:

Tal mi detta una fe'; sull'alto arcano

Tace scïenza. Dall'audaci inchieste,

Che di qua dell'avel non han risposta,

Tempo è ben, che si tolga; e di glossemi

Più non faccia tesoro, a cui (_sic_) suggello

Legittimo non pose esperïenza,

Paragone del vero. Allor ch'io venni

Ne' suoi giardini, a me disse Sofia:

-- «Figlio, del mondo le riposte origini

Non ricercar, nè a qual lontano termine

L'universo si volve; impervie tenebre

All'umana ragion, quando la fiaccola

La fe' non alzi e l'atro calle illumini.

Modesta più, ma men fallace indagine

A te fia di Natura il libro svolgere,

Che chiuso giace, di secrete sillabe

Tutto vergato e d'incompresi numeri.» --

Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste sillabe chiede

ansiosamente l'uman genere; la cui semplice cognizione non ha pregio

alcuno od importanza. Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto d'una

lingua, ignorandone la grammatica e le parole, in modo da poter

compitare un libro sanscrito o russo, puta, senza capir nulla? A che

giova, per esempio, ad un contadino di poter materialmente legger la

_Divina Comedia_ o gli _Eroici furori_, se non giunge ad afferrarne pure

il senso? Questo _senso_ della Natura, la spiegazione delle sillabe

secrete e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa chiedere a Giorgio,

che lascia l'Italia per la Francia: -- «Lì vasti e bene ordinati musei;

professori di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti, ben

forniti e bene ordinati come i loro musei. Io era bramoso di vedere a

qual punto ne fossero; e fin dove con la mente si fossero spinti di là

da quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi intendo quello del

Giardino delle Piante e quell'altro, che se ne portano dentro il capo.

Entro nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini rapiti nella

contemplazione di tanti oggetti naturali, convenuti in quel luogo da

tutti i punti della terra; e andarne in estasi. -- § _C'est curieux!

c'est singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli! c'est

merveilleux!_ -- § _Mais quelle est la raison de toutes ces belles

choses? qu'est-ce donc que tout cela signifie?_ -- § _Monsieur, cela

signifie que le bon dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons

qu'à dire: ainsi soit-il!_ -- Questo era l'ultimo costrutto, questa la

definitiva conchiusione, alla quale i miei grandi naturalisti parevano

giunti, e l'alto cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io però

non mi teneva niente soddisfatto di questa nuova e veramente singolare,

curiosa e sorprendente scienza. Un buon dio senza ragione, che si mette

a fare delle cose curiose e strane, per divertire il prossimo, e farsi

particolarmente ammirare della sua abilità da qualche centinaio di

naturalisti, che le studiano ne' loro amminnicoli, in verità gli è un

dio troppo buono; ma non è cosa, di cui possa restar capace un

onest'uomo, che abbia dramma di ragione» --

Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da Giorgio, di buona fede

si chiudono nelle scienze sperimentali e negano le virtù speculative

alla mente umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia

confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene, ch'esso abbia

raggiunto la meta. Egli crede, che le _tenebre di pria_ siano svanite,

che l'uomo non sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia

afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè l'ha sentito

dire; questa credenza è un pregiudizio per lui, un preconcetto, ma ce

l'ha.

Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli o bacchettoni

volevano distogliere dalle investigazioni _pericolose_ la mente umana e

ricondurla in sacristia od all'ossequio per la rivelazione, cercavano di

provare l'incertezza della scienza, l'impotenza dello ingegno nostro,

cercavano di convincerci che la ragione e la scienza non valgono ad

assodare alcun vero, che sola fonte di verità è la religione. Il

Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza c'è e che può;

confessa, che la ragione ci dà il vero; ma, dice lui, ci tolgon la pace

del cuore; _ergo_, volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale

moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote; altri l'hanno

cantata prima di lui; altri ha rappresentato il contrasto tra 'l cuore e

la fantasia, che si riattaccano alla tradizione, al _dolce imaginare_, e

la mente, la ragione, che impone, deducendole, verità incresciose, che

pur non persuadono. Il Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:

_Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentée_

_Essaye en vain de croire et mon coeur de douter;_

_Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,_

_En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter._

Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:

Stretti nel pugno i conquistati veri

Sale superbo incontro al cielo: immensa

Luce è ne' suoi pensieri....

Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece! Il secolo ha conquistato

i veri; il secolo ha luce nei pensieri; la gigantomachia moderna, la

scalata, che gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un atto di

levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione; è, pel Zanella, la

pura e semplice estrinsecazione necessaria dell'attività del secolo. Il

Musset dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato

Aristotele e Platone, diceva: _j'applaudis et poursuis mon chemin_; e

quindi poteva anche tentare di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar

credenzone; sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa, imparandola,

acquistando quel sapere da sè, non potesse acquetarsi ne' dommi, che ci

si presentano bell'e formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava.

Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto XIX secolo (o lode o

biasimo, che a voi paja ed altrui) da creder fermamente alla scienza.

Perchè dunque mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa? Vel

dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona. Perchè

.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,

_Più non v'ha dio_, l'uom disse; e Re si assise

Dell'Universo, il volto

Scolorato abbassò, nè più sorrise.

Vi manca serietà di propositi, forza di carattere, vigoria di mente,

amore dello studio! La vostra personalità morale è nulla. Morta la

speranza, che riconduce a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra.

Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè Principe? non leggi

sacre ed amate? non avete doveri? non credete alla virtù? Avete tanto

imparato e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale, un

imperativo categorico, che dia norma e scopo al viver vostro! Tutte

quelle sante parole per voi sono vuote di senso, se vi manca la speranza

d'una ricompensa; e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste esser

premiato di non aver abbandonato la madre vecchia ed inferma e di non

avere avvelenato vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze, che

dite morte, erano ingannevoli e fallaci. E perchè vi fermate a

rimpiangerle? Animo, e createvi altre speranze, un altro ideale men

fragile, più conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli e

fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate con lo studio e la critica

la fede scrollata: la vera scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che

guarda l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.

Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto scalpore, non è per voi

qualcosa di serio, anzi una ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha

momenti, in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza,

simboleggiata nella favola della Psiche:

O dell'anima umana, a cui (_sic_) fatale

È sovente del ver la conoscenza,

Immagine gentil, Psiche immortale;

O divina farfalla, a cui (_sic_) l'essenza

Delle cose è nascosta, o sol si svela

Quanto basti al gioir dell'innocenza;

Lascia, Psiche, l'improvvida querela,

Nè desiar conoscere lo sposo,

Che la temuta oscurità ti cela.

Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?

Dolci meno gli amplessi e le parole;

Onde bea Quel non visto il tuo riposo?

Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza e' vuol cavarne un

epimitio, dovrebbe insegnargli, che non vi ha godimento vero, schietto,

sincero, senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e gentile il

pensiero della plebe pagana che quello di questo mezzoprete

semicristiano! Certo di baci, che imitavan le colombe, e di bene scossi

congiungimenti, avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se... fosse stata

contenta alla brutalità. Ma, contentandosene, sarebbe stata solo una

meretrice volgarissima, degna che Amore le recesse addosso, come

racconta il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual vecchia scrofa,

che gli si prostituiva al bujo. E finchè la Psiche tollera pazientemente

gli amplessi dell'ignoto nume, perchè questi le scuote bene il

pelliccione e le procaccia copia di grandi agi e comodi, essa Psiche è

ben poco interessante, è una volgarissima mantenuta. Solo allora ci

commuove, solo allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il

pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue gioie ove turpe ne

ravvisasse la fonte; quando è perseguitata e raminga ed infelice ed

_amante_; ed è divenuta amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco,

dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi travagli son

poetici e commoventi; solo in virtù di essi diventa degna dell'apoteosi.

Ma, sacrosanti dei! chi di noi non istima orrendo e turpe, che una donna

faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!

Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria, questo inculcar la

ciucaggine, che accade metaforicamente qui, è altrove fatto a viso

impudentemente scoperto. Leggasi la poesia intitolata: A _mia madre_,

dove il Zanella dichiara di riconoscere, che la mamma gli ha dato ad

intender da bimbo un mondo di corbellerie; eppure dichiara di antepor

quelle, che e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati

della scienza, perchè questi _non appagano il core_. Insomma, lui alla

scienza chiede pace dell'animo e piacere; chiede quel, che la scienza

non ha missione di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze, ove

non gli garbino:

Madre! di dotte inchieste

Tornan ben lagrimevoli gli allori,

Se più crucciose e meste

Fansi le vite e più gelati i cori.

Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)

Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.

Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può chiudere volontariamente

gli occhi al vero! La fede cristiana per lui non è un convincimento, non

è una fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le porte del

sapere e ne è uscito un vento, che l'ha spenta: presto, il Zanella

ritappa l'uscio e rimane al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può

rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non può, quando sieno

state distrutte da un altro convincimento e più maturo, non può credervi

unicamente, perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato d'esser

tradito dalla ganza? Dopo le pruove del tradimento, si può fingere di

ignorarlo, si può perdonarlo, si può continuare la relazione; una sola

cosa è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha mentito e che

conoscete falsa. A nutrir fede in una persona non basta volere. E molto

meno può credersi per un effetto della propria volontà arbitraria,

quando il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri primi

convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti e stringenti vi

dimostrano. Questo, ben inteso, per le anime oneste; coloro poi, la cui

religione è una pura moda ed un semplice mezzo, possono veramente

credere quel, che vogliono, pur che vogliano. Ma chiameremo fede la

loro?

Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello, e con le parole del

grande novelliere potremmo rendere il suo concetto della vita umana

(_parte I, Novella XXV_): -- «Io non vo' già dire, che la investigazione

della verità non sia cosa lodevolissima, anzi l'affermo e lodo; ma ben

vo' dire, che tutti gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo...

Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare o far lite, ma

per ricrearci, darci piacere e stare con gioja ed allegrezza.» -- Ma il

Zanella ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce

su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine. Guai al popolo, che

cade nello indifferentismo, nell'apatia filosofica o religiosa; che non

pensa più alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere! Il

vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè ci possa esser

baconianamente utile: anzi quell'idea di servirsene per un qualche scopo

meschino e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche insalubre e

velenoso; quello, che infelicita ed opprime. Amo quel vero, che mi fa

soffrire; ed il preferisco all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei

colui, che mi provasse con documenti alla mano l'amico venerato essere

un malvagio e la donna amata essere venale. Certo, da tali rivelazioni

sarei reso infelicissimo e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei un

errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente Tommaso Stigliani

in principio del XX canto del suo _Mondo Nuovo_:

Ben finsero a ragion gli antichi esperti,

Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;

E quel del vizio, con fioretti inserti,

Una pianura delicata e molle:

Poichè il volgare stuol de l'alme inerti

Vive tranquillo e mai noja non tolle;

E quei, che ad alte imprese opera dànno,

Soggiaccion sempre ad infinito affanno.

Ora nessuna impresa v'ha più alta della ricerca disinteressata del vero

assoluto.

Nel Zanella non c'è alcuna serietà. Questo fabbro di versi non ha ideale

alcuno, non ha nulla di generoso. Scommetterei, ch'è un buontempone.

Sicuro, qua e là, sotto alla misera porpora di pensieri accattati,

trasparisce la natura del beone e del ghiottone, come si scorse

l'orecchia dell'asino sotto la spoglia del Leone: sembra poeta

_famelico_, anzi che _melico_. Qua e là una immagine gastronomica rivela

l'indole vera dello scrittore: il soldato usa sempre immagini guerriere;

il marinajo traslati marinareschi; ed il Zanella toglie con predilezione

i paragoni e le metafore dal desco e dalla mensa. Parla del taglio

dell'istmo di Suez, ne parla in via di paragone e quindi non avrebbe

dovuto diffondervisi intorno; eppure egli non sa astenersi

dall'aggiungere questi due versi, affatto superflui:

E, sul desco de' popoli, il tributo

Porran d'avversi climi Orto ed Occaso;

sicchè, per lui, l'importante, il caratteristico, nel taglio dell'istmo

di Suez, è la maggior facilità di procacciarsi taluni oggetti di

buccolica. Altrove fa che Galileo deplori i guai, che accadono

... se custode de' celesti veri

Autorità non siede; e sola il pane

Di sapienza a' parvoli non frange.

Quando vuol descrivere l'affratellamento degli uomini, sel raffigura

sotto la forma d'un simposio:

..... convenuti

A banchetto comun da tutti i venti,

Varî di volto e d'abito, i mortali

La prima volta si gridâr fratelli.

Questo secolo XIX è grande, secondo lui, perchè migliora ed accresce le

risorse culinarie, migliorando ed accrescendo le quali, le anime

anch'esse si trovano migliorate:

Lode all'età, che, migliorando il vitto

E la veste e l'albergo all'umil volgo,

L'alme ancor ne migliora....

Sapevo, che qualche volta s'insegna a leggere ai bimbi con le chicche;

ma, che si migliorasser le anime col buon vitto, mi giunge nuovo. Il

contrario è vero: il benessere materiale corrompe, stempra. Lo scopo

dell'uman genere, pel Nostro, è il mangiar bene:

Or tanta luce di scoperte e tanta

Fiamma di brame indefinite, immense.

All'uom largite non avrebbe iddio;

Se del pan, che matura il patrio solco,

E del vestir, che la vellosa groppa

Di domestica agnella gli consente,

Dirsi pago dovea.

Dunque, questo bisogno di scienza, che ci travaglia, questa sete

misteriosa di sapere, ha per oggetto principale di trovar nuove salse ed

intingoli, stoffe più leggiadre per adornarsi! Vergogna, a chi può

contentarsi del pane, che matura il patrio sole o come dice il Giusti:

_del fiasco paesano e del galletto!_ La nobiltà d'animo sta nel sentire

una brama indefinita, immensa di leccornie esotiche e di bottiglie

peregrine! Ned Apicio nè Sardanapalo giunsero mai a proclamar dottrine

così turpi; e ciò, che vi ha di più turpe, è l'incoscienza, con cui le

profferisce il Zanella, _sans s'en douter_. Anche descrivendo il

mattino, la divina bellezza del sole, ispiratrice di tante teogonie a'

popoli antichi, suscita nella fantasia del sor Abate idee di pranzo:

Nell'umida zolla discende feconda

Del sole la luce, che il germe matura;

S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;

Il desco a' mortali prepara Natura.

Egli trova, che gl'Irlandesi debbono esser lietissimi di lasciar la

patria, dove tocca loro (povera gente!) di mangiar solo patate, ossia il

.... sordido pomo,

Ne' (_sic, ahi!_) squallidi inverni miserrimo pasto;

pe' pingui novali di

.... un terreno, che accoglie la greggia,

Al gelso benigno, benigno alla vite.

Patate in Irlanda, manzo in Australia, c'è da rimaner sospesi forse un

istante solo? Curioso, che gl'Irlandesi non emigrino però, se non col

pianto agli occhi e col core straziato; e che i più preferiscano la

miseria in patria a tanto bene lontano da essa! Tutta la poesia _Egoismo

e Carità_ è su questo tono. Una madrefamiglia dev'essere, dice il

Zanella,

... lieta, se miri

Giulivo il suo drappello al desco accolto.

Cornelia, lei, s'allegrava pensando a' trionfi oratorî futuri de'

figliuoli! Un pellegrino va a visitare gli amici esuli, unicamente, dice

lui:

Per bevere un bicchier del loro vino.

Per dio, solo s'io fossi vinattiere avrei gusto d'una visita, fatta con

questo scopo dichiarato. Beninteso, che amor di patria nel Zanella non

ne trasparisce, non ce n'è: si mangia anche in Australia e forse meglio

e certo più mercato che in Italia. _Patria est ubi pasco, non ubi

nasco_, mi diceva il mio primo maestro di matematica, emigrato spagnuolo

carlista (valente maestro d'un pessimo scolare). Ed il Zanella:

A' greppi divelta dell'Alpe natale,

In rive migliori, la pianta si attrista;

Ma sotto ogni cielo l'errante mortale

Con vomero e pialla la patria conquista.

Il Danton, gran farabutto, ci fa perdonare ogni sua colpa, od almeno si

fa compatire, malgrado la sua perversità, quando rifiuta di fuggire per

salvar la vita, dicendo la patria non portarsi via attaccata alle suola

delle scarpe. Io confesso (anche a rischio d'essere paragonato ad una

pianta) di farmi della patria un'idea un po' più alta e spirituale: e di

non saper concepire come il vomero e la pialla possano conquistarla ad

alcuno. Patria significa leggi, istituzioni, costumi, storia, lingua,

abitudini, relazioni, affetti; e tutto ciò concretato in un dato luogo e

fra date persone. Amo quest'Italia così fatta, così organata:

mutatemela, e chi sa, se continuerei ad amarla ugualmente? Un'Italia

repubblicana a me sarebbe ancor qualcosa? _Nescio._ Ma qual dottrina più

immorale di questa, che consiglia e loda di sprezzare e spezzare i

doveri, che s'hanno verso lo Stato, i vincoli, che legano alla patria ed

al principe, per procacciare alla propria persona un benessere maggiore?

Per un vescovado in Istiria od in Ungheria sarebbe dunque divenuto buono

Austriaco il Zanella?

Abbiamo visto, che la scienza, pel Zanella, è l'amminnicolo. Ma ci è

almeno esattezza nelle minute particolarità scientifiche, ch'egli

affastella? nel qual caso, i suoi versi, come quelli dello _Invito a

Lesbia Cidonia_, potrebbero avere qualche utilità pedagogica. Niente

affatto. Io, che sono pure il grand'asino in tutte le scienze

sperimentali, che ne ho soltanto quelle nozioni imperfette e

superficiali, le quali oggigiorno son patrimonio universale, io posso

pur cogliere ad ogni piè sospinto il Zanella in fallo. Per esempio,

scrive il sor abate del sole, chiamandolo:

..... l'astro gigante

Che indura la quercia sul dorso del monte,

Che spento carbone ralluma in diamante.

Che il diamante sia puro carbonio, come il carbone stesso, sapevamcelo;

ma che il carbone divenga diamante e divenga tale per azione del sole, è

falso. Oh, se così fosse, quanti carboni spenti vedremmo esposti al sole

su pe' tetti!

Manca al Zanella il senso del vero. Udite un po', com'ei descrive

Galileo Galilei, che, vecchio e cieco, siede a respirare un po' d'aria

verso il tramonto, avendo a fianco una sua figliuola:

.... Ei tenea sovra una sfera

La manca mano; e, con la destra, in aria

Scrive taciti cerchi...

Questa è una mossa, un atteggio, una posa, alla quale il Zanella ha

condannato il povero vecchio; non una posizione naturale e spontanea di

lui.

Sopraggiunge il Milton, chiamato dal Zanella: _anglico bardo_: il Milton

non è mai stato bardo, nè bardato. La Maria Galilei gli chiede:

Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?

Perchè incauto? perchè tanta rettorica? Sembra di legger le novelle

delle balie, quando due incauti picchiano all'uscio dell'Orco e

l'Orchessa li ammonisce di fuggir subito, subito, subito.

Se il Zanella vuol descrivere le ore notturne, vi dirà:

Appena è vespero.

E già tranquilla

Sovra le coltrici

Posa la villa.

Lasciando che qui _villa_ pe' _villani_ fa un bruttissimo effetto (_la

villa, che posa sopra le coltrici!_), falso è, che al vespero già si

dorma in villa; assolutamente fuor di proposito quel _coltrici_, pe'

duri letti de' contadini; mera reminiscenza manzoniana: _Sulla diserta

coltrice, Accanto a lui posò_. Ma coltrice è una delle parole predilette

dal Zanella, come _transito_, _sonito_. Passiamo oltre: ecco come egli

rappresenta una fanciulla, che fa toletta:

Scalpita e smania

La giovinetta,

Che il velo roseo

Del ballo aspetta.

Che è fatta giumenta? Scalpitare è fuor di posto affatto e smaniare è

fuor di luogo. Lassù, nell'Osservatorio:

Sbadiglia, abbrivida,

Scote di brine

Vigile astronomo

Rorido il crine;

e questo nel momento in cui _Iadi e Pleiadi fansi più chiare_.

Sbadiglia! è ignobile e comico; perchè cel rappresenta noiato e

distratto. Andiamo avanti. Si festeggia l'onomastico d'una signora? La

cognata defunta il festeggia in paradiso con gli angeli!

Ella non viene. Il biondo capo adorno

D'eterni fiori nell'eterna Reggia,

Agli angioli confusa, ella festeggia

Il tuo bel giorno.

Sudicia adulazione ed empia; come se gli angeli di paradiso dovessero

incaricarsi degli onomastici e de' pranzi di famiglia di casa

Lampertico! Una suocera decanta al genero la merce, vo' dir la

figliuola, ch'ella gli consegna:

Fresche ghirlande arrecheratti in dono

D'immutabile amore; in sulla sera

Attenderà di tue pedate il suono....

La seconda immagine è buona; ma che canchero sono le fresche ghirlande

d'immutabile amore?

Lo esprimere con verità ciò, che veramente si sente, con que' piccoli

tratti, che testificano l'impressione originale, fa propriamente il

grande scrittore. I volgari si servono sempre di frasi fritte e

rifritte, bell'e fatte, senza il conio loro proprio, che somigliano alle

vesti accattate da' rigattieri.

Quindi tutte le vecchie ciarpe mitologiche, che credevamo da lunga pezza

smesse, il Zanella le adopera ancora; e mille cifre morte e per sempre,

che esprimono la freddezza assoluta, assiderante della sua mente. Quindi

Apollo e Pindo ed Elicona tornano in ballo; quindi fa dire al Milton

(che mi diventa un Alpinista).

...... In sogno

A me spesso venian l'ombre de' vati

E mi dicean: -- «Del glorioso monte

Figlio, dispera guadagnar la cima...» --

Quindi fa, che il Galilei gli risponda:

-- «Se brama

Del poetico allor, figlio, ti punge,

Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» --

.... «d'Elicona

Alle velate finzïoni avvezzo.» --

Quindi, altrove, vi assicurerà, che alcuni, se avessero sortito

l'ingegno d'un suo amico:

Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,

Avrian levato ambizïoso suono.

E ci darà la preziosa notizia, che Camillo Benso di Cavour si dedicava

occultamente a pratiche di cerimonie pagane:

A' cupi genî del Tirren custodi

Serti offriva non visto....

E parlerà così de' sogni:

Con ala nivea,

Per l'aure brune,

I sogni or piovono

Sopra le cune.

E, per dare un ultimo esempio di queste ciarpe, ci apprenderà, che la

gioventù fugge

Su' veloci del tempo invidi vanni.

Il Zanella pretende di essersi formato lo stile, traducendo dagli

erotici latini; ed ha voluto comunicare al pubblico alcuni saggi di

coteste sue versioni. Egli stima, essergli tornato utilissimo siffatto

esercizio, abituandolo a non contentarsi della prima forma; e vuol darci

quindi modestamente ad intendere, d'aver acquistate, mercè di esso,

tutte le qualità, che ci vogliono per durare immortale: -- «Nelle cave

di pietra, che sono in Chiampo, mio luogo natale, ho veduto, che i primi

strati non hanno valore; come quelli, che facilmente si sfogliano e si

sgretolano. Solamente dopo il secondo o il terzo, esce la lastra

magnifica, che resiste alla forza dissolvente del sole e del ghiaccio».

-- Veramente, a me non pare, che lo stile del Zanella valga gran cosa;

ma non posso recisamente negare, che l'esercizio di tradurre gli sia

tornato giovevole, perchè può benissimo darsi, che prima egli facesse

peggio. Quel, che discerno chiaro, è, che i suoi volgarizzamenti sono

fatti senza intelligenza poetica del testo, senza gusto alcuno. Prendo a

caso qualche esempio. Ecco, mi cade sott'occhi l'Elegia III del Libro I

de' _Tristi_ di Publio Ovidio Nasone, voltata dal Zanella in istrofette

savioliche. Gli è un metro, che spesso rende ammodo i distici latini,

sebbene in questo caso non mi paia indicato, non mi sembri grave

abbastanza e solenne; però, non oso biasimarne la scelta, giacchè non

saprei proprio quale altro proporne in vece: la terzina, metro forse più

acconcio per tradurre i distici, quando trattasi di Ovidio, riesce

troppo lunga, perchè già Ovidio è un po' vuoto. Ma che dire del modo di

volgarizzare?

_Cum subit illius tristissima noctis imago_

_Quae mihi supremum tempus in urbe fuit;_

_Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;_

_Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis._

Quando alla notte orribile

Io col pensier ritorno,

Che sotto il ciel romuleo

Fu l'ultimo mio giorno;

Quando cotante io medito

Dolcezze, che lasciai;

Di subitana lagrima

Molli ancor sento i rai.

Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine è codesta? Ovidio ha

scritto _supremum tempus_, rappresentandola quasi come un'agonia fatale.

_Il ciel romuleo_ non vale quell'_Urbe_ tanto semplice e tanto

eloquente. Non è mica Ovidio, che torna col pensiero alla sua partenza

per l'esiglio, oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile, la

ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte si risveglia da sè

nella fantasia di lui, dovunque, fatalmente; vi s'introduce quasi di

soppiatto: _subiit_. Solo quando questa immagine si è già insignorita di

lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono di tante care cose.

Questo secondo momento è del tutto pretermesso dal Zanella, che invece

fa meditare le dilezioni lasciate. Il _tot mihi cara_ comprende mille

cose, che non sono _dolcezze_: i lari, l'esercizio della cittadinanza,

eccetera. Sopraffatto dall'amara ricordanza, Ovidio piange. Ma non

confessa di piangere il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi. Ed

è sorpreso, che ciò accada ancora: _nunc quoque_, in quella età! dopo

tanto tempo del fatto! Dico _tanto tempo_, perchè il dolore lo ha fatto

sembrar lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi irresponsabile

del pianto: è una cosa, che accade per forza maggiore. Come ci stia a

pigione il _subitana_ è evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una

stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome proprio. Che dire poi

di quel _rai_, per occhi! Un uomo, un cavalier romano, chiama raggi i

proprî occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha abbattuti, quando

non hanno più nulla di radiante!

_Jam prope lux aderat, qua me discedere Caesar_

_Finibus extremae jusserat Ausoniae._

Era il mattin già prossimo;

E, per regale editto,

Io dai confini Italici

Uscir dovea proscritto.

Qui è sparita l'antitesi fra l'_aderat_ e il _discedere_; fra il reddire

della luce, che lascia l'Italia ogni sera per tornare ogni mattina, e la

partenza senza reddita del poeta. La luce è giunta: _aderat_;

soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che tutto abbella e che

deve far palese a tutti il suo partire! Confesso di non capire il

_regale editto_. Cesare non era Re: povera storia! Anche più bestiale è

quel _proscritto_. Ovidio non era _proscritto_. Si allontanava per un

semplice comando di un uomo; non dava noja se non ad un solo nella vasta

città: ed il nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato per

_misura di polizia_, per un _provvedimento economico_; soggiaceva ad un

arbitrio ed il fa capire senza espressamente dirlo. _Uscire da' confini

Italici_ è frase, che non rende il _discedere finibus extremae

Ausoniae_; quel _discedere_ ci dà lo strazio del distacco; quel _finibus

extremae Ausoniae_ ci rappresenta tutto il dolore, che cresce a mano a

mano che il profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in un

cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti, sarebbe già duro e

crudele; ma Cesare vuol di più: vuole che l'infelice vada tra' barbari.

Son queste minuzie, che producono lo effetto poetico.

Che dire del _torpuerant longa pectora nostra mora_, reso con:....

_immenso Sbalordimento all'animo Moto avea tolto a senso_? Che dire di

questa insulsa imitazione del Manzoni:

Giacqui, percosso, attonito,

Come percosso e domo

Uom giace dalla folgore:

Tronco vital, non uomo;

che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:

_Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictus_

_Vivit; et est vitae nescius ipse suae._

_Disperato spasimo_, non traduce punto l'_imbre per indignas usque

cadente genas_. _Fortuna amara_ è tutt'altra cosa del fato, che diamine!

Cerco invano nel testo latino l'equivalente della zeppa: _lungi dal

patrio Tevere_. Ovidio dice più in là, che ogni angolo della casa avea

lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:

Non ha la casa un angolo,

Che sia di pianto asciutto.

_I Lari_, non son _le case_; e la serie d'idee, che suscitava nel

lettore latino l'allusione agli dei domestici, è uccisa dalla

espressione sostituita dal Zanella. Ned Ovidio ha mai detto, che la

moglie irreligiosamente _assalisse di acre rimprovero i Penati_; anzi

afferma, che li pregò prolissamente e indarno! Ma basta! Questo saggio è

sufficiente per mostrare con quanta intelligenza letterale e poetica del

testo e con quanto gusto traduca il Zanella. E si tratta d'Ovidio, vale

a dire del più facile scrittore latino! d'uno, che sarei forse forse

buono a tradurre anch'io, figuriamoci!

So, che a molti queste mie parole sul Zanella sembreranno uno scandalo.

So, che s'egli avesse a morire oppure ad impazzare, diranno che ci colpo

io e che la mia penna è peggio del pugnale del sicario. Dicano!

Sbraitino! Poco male! Padroni! Si servano! Se dovessimo preoccuparci de'

falsi giudicî d'ogni dappoco o d'ogni farabutto, che si smaschera;

d'ogni manutengolo letterario o politico, che si mette alla berlina, e

cui si guastan l'ova nel paniere; d'ogni asino, che diventa nimico

giurato di chiunque abbatte quegl'Idoli, ch'egli si compiaceva

nell'adorare, si starebbe freschi! Col dimostrare irrazionale un

ossequio, spero poco di ritrarne subito il volgo, perchè conosco la

pecoraggine umana e l'irragionevolezza; ma voglio lavarmi le mani dello

errore de' miei coevi. Ho bandito verità, che mi stavano a cuore,

lealmente. E so di poter iscrivere su qualunque cosa mia le parole

stesse, che ho lette sul frontespizio d'un manoscritto d'Alchimia

mostratomi dal Minieri Riccio:

QUI FRAUDEM

QUAERIT ET

HABET COR

IMPURUM

A ME RECEDAT.

Fame usurpate · 第 45 / 72 题