Colla caduta della fortezza di S. Veneranda, ultima sede della Ellenica
indipendenza nell’Epiro, Alì Pascià di Giannina videsi finalmente
padrone di tutta la Selleide. Ad oggetto di compiere quanto la sua
cieca ambizione si era da gran tempo proposto, egli popolò di soldati
quelle rupi formidabili, e ne formò tanti posti fortificati: dopo
di che, reclutando nuove truppe cogl’immensi tesori che possedeva,
e completando un ragguardevole esercito, non appena l’opportunità
lo permise, che inalberò sulle mura di Giannina lo stendardo della
ribellione. Irritato il Sultano contro questo suo schiavo che aspirava
a rendersi indipendente, spedì delle truppe per mare e per terra, onde
ridurlo alla obbedienza: il ribelle stretto d’ogni parte si afforzò
nella capitale dell’Epiro, procurandosi intanto all’intorno delle
favorevoli diversioni. Fu allora che il Barbaro videsi costretto
a valersi de’ Greci, onde far fronte all’armata nemica. Di fatto
propose loro di liberarsi per sempre dal giogo del Sultano: li fornì
di armi, munizioni e danaro; e così, spingendoli alla insurrezione,
egli stesso si fece la prima causa della emancipazione di quel popolo
generoso. In seguito di tempo, le vicende della guerra portarono la
morte del crudele Pascià, e la dispersione delle sue truppe: ma i Greci
che trovavansi di già avanzati con luminosi progressi nella nobile
carriera del politico loro risorgimento, non si perdettero d’animo:
che anzi, aumentandosi sempre più fra di loro l’amor della patria e
della indipendenza, e le isole ed il continente si unirono per mare e
per terra a rivendicar colla forza la giustizia dei proprj diritti.
Nel corso de’ molti anni ne’ quali durò questa guerra memorabile
fecero gli Elleni prodigii di valore. Versarono fiumi di sangue, ma
sempre vincitori: la gloria delle loro armi, impugnate a difendere
l’altare e la patria, si diffuse per tutta la terra: le grandi potenze
della civile Europa interposero l’alta loro mediazione; e, cessando
finalmente le stragi, fu la Grecia proclamata indipendente, ed aggiunta
al novero delle Nazioni.
Demetrio rifugiatosi entro Parga con Eugenio, e cogli altri pochi
Suliotti sfuggiti al pugnale de’ Barbari nella funesta giornata della
capitolazione, ed informato della tragica fine dei difensori di S.
Veneranda, caduto era nel più profondo abbattimento. La sola speranza
che in qualche modo confortavalo, era quella di presto seguir nella
tomba la cara amante perduta: ma allorquando vide la Grecia tutta
insorgere per la propria emancipazione, le forze di lui si rianimarono,
ed impugnò nuovamente le armi, dedicandole alla vendetta della patria
e di Olimpia. Coronata finalmente dal felice successo la generosa
intrapresa, e ridonata la pace alla propria Nazione, egli, a tutti
ignoto, consacrar volle al ritiro il resto de’ suoi giorni: lasciate
quindi per sempre le armi, ed abbandonate le fiorenti città che si
andavano ripopolando, il passo rivolse alle native rupi della tanto
amata Selleide. La ferocia dei Barbari rispettato avea l’eremo che un
giorno trascorrer vide la prima giovinezza di Olimpia: quivi tutto
era intatto, e le domestiche celle, e la sacra cappella; il limpido
ruscello cadeva tuttora nel suo bacino di sassi, e perdevasi mormorando
nella grande foresta degli abeti. In questo sacro asilo della pace
fermossi il figliuolo di Eutimia; ed indossatevi le lane di Atanasio,
l’Eremita addivenne della rupe.
L’amico Eugenio sovente portavasi a visitarlo in questo nuovo
soggiorno: confortarlo cercava delle più soavi parole: spesso
parlavagli di Olimpia; ed allora gli occhi di Demetrio, bagnandosi di
lagrime, ripigliar sembravano un istante la perduta vivacità. L’amore
di lui per l’Orfana non erasi punto diminuito: quei luoghi dell’eremo
che una più viva rimembranza gli ridestavano di lei, erano ad esso i
più cari. Così trovava egli ogni suo bene nelle umili celle, entro
cui tante volte trattenuto si era con Atanasio ed Olimpia; mentre
sacro eragli quel cipresso, posto su di una eminenza della rupe, a piè
del quale seduta essa mille volte aspettato avealo sorridendo dalla
sottoposta vallata. Ma nulla era così caro per lui quanto la cascata
della sorgente nella foresta, presso cui, sopra la bianca pietra che
serviva di sedile, ritrovato aveva una volta la prima dichiarazione
dell’amore di Olimpia. Ora di questa stessa pietra formato egli avea un
rustico monumento sacro alla memoria di lei che tanto amò sulla terra.
Il nome di «_Olimpia_» vi era inciso a grandi lettere, e due teneri
salici vi erano guidati a pianger sopra dolcemente. Quivi egli stesso
ogni giorno portavasi a versarvi anche una volta le lagrime dell’amore,
ed a pregarvi la pace dei secoli.
In questa guisa aspettava Demetrio il termine della vita, che un
interno presentimento del cuore non additavagli lontano.
Un giorno ritornando Eugenio dall’Arta ove privati interessi l’aveano
chiamato, e non lungi passando dalle rupi della Selleide, visitar volle
Demetrio che da lungo tempo più non avea riveduto. Legato il cavallo ad
un albero, picchiò alle celle dell’eremo, ma inutilmente: chiamò a nome
più volte l’amico della sua giovinezza... niuno risposegli: entrò nella
cappella... ed era questa deserta. Sperando tuttavia di ritrovarlo
presso la cascata della sorgente, s’incamminò alla foresta degli abeti.
— Scendeva il Sole al tramonto, ed il venticello della sera stormir
facea leggermente le foglie, allorchè Eugenio vide a qualche distanza
il Solitario prostrato sul terreno: avvicinossi a lui palpitando. —
Le sue braccia stringeano con forza il monumento di Olimpia, e la sua
fronte riposava sul sasso. — Chiamollo a nome anche una volta... tentò
sollevarlo... — Vane cure! Quegli occhi erano chiusi per sempre. —