CAPITOLO XXVIII

Colla caduta della fortezza di S. Veneranda, ultima sede della Ellenica

indipendenza nell’Epiro, Alì Pascià di Giannina videsi finalmente

padrone di tutta la Selleide. Ad oggetto di compiere quanto la sua

cieca ambizione si era da gran tempo proposto, egli popolò di soldati

quelle rupi formidabili, e ne formò tanti posti fortificati: dopo

di che, reclutando nuove truppe cogl’immensi tesori che possedeva,

e completando un ragguardevole esercito, non appena l’opportunità

lo permise, che inalberò sulle mura di Giannina lo stendardo della

ribellione. Irritato il Sultano contro questo suo schiavo che aspirava

a rendersi indipendente, spedì delle truppe per mare e per terra, onde

ridurlo alla obbedienza: il ribelle stretto d’ogni parte si afforzò

nella capitale dell’Epiro, procurandosi intanto all’intorno delle

favorevoli diversioni. Fu allora che il Barbaro videsi costretto

a valersi de’ Greci, onde far fronte all’armata nemica. Di fatto

propose loro di liberarsi per sempre dal giogo del Sultano: li fornì

di armi, munizioni e danaro; e così, spingendoli alla insurrezione,

egli stesso si fece la prima causa della emancipazione di quel popolo

generoso. In seguito di tempo, le vicende della guerra portarono la

morte del crudele Pascià, e la dispersione delle sue truppe: ma i Greci

che trovavansi di già avanzati con luminosi progressi nella nobile

carriera del politico loro risorgimento, non si perdettero d’animo:

che anzi, aumentandosi sempre più fra di loro l’amor della patria e

della indipendenza, e le isole ed il continente si unirono per mare e

per terra a rivendicar colla forza la giustizia dei proprj diritti.

Nel corso de’ molti anni ne’ quali durò questa guerra memorabile

fecero gli Elleni prodigii di valore. Versarono fiumi di sangue, ma

sempre vincitori: la gloria delle loro armi, impugnate a difendere

l’altare e la patria, si diffuse per tutta la terra: le grandi potenze

della civile Europa interposero l’alta loro mediazione; e, cessando

finalmente le stragi, fu la Grecia proclamata indipendente, ed aggiunta

al novero delle Nazioni.

Demetrio rifugiatosi entro Parga con Eugenio, e cogli altri pochi

Suliotti sfuggiti al pugnale de’ Barbari nella funesta giornata della

capitolazione, ed informato della tragica fine dei difensori di S.

Veneranda, caduto era nel più profondo abbattimento. La sola speranza

che in qualche modo confortavalo, era quella di presto seguir nella

tomba la cara amante perduta: ma allorquando vide la Grecia tutta

insorgere per la propria emancipazione, le forze di lui si rianimarono,

ed impugnò nuovamente le armi, dedicandole alla vendetta della patria

e di Olimpia. Coronata finalmente dal felice successo la generosa

intrapresa, e ridonata la pace alla propria Nazione, egli, a tutti

ignoto, consacrar volle al ritiro il resto de’ suoi giorni: lasciate

quindi per sempre le armi, ed abbandonate le fiorenti città che si

andavano ripopolando, il passo rivolse alle native rupi della tanto

amata Selleide. La ferocia dei Barbari rispettato avea l’eremo che un

giorno trascorrer vide la prima giovinezza di Olimpia: quivi tutto

era intatto, e le domestiche celle, e la sacra cappella; il limpido

ruscello cadeva tuttora nel suo bacino di sassi, e perdevasi mormorando

nella grande foresta degli abeti. In questo sacro asilo della pace

fermossi il figliuolo di Eutimia; ed indossatevi le lane di Atanasio,

l’Eremita addivenne della rupe.

L’amico Eugenio sovente portavasi a visitarlo in questo nuovo

soggiorno: confortarlo cercava delle più soavi parole: spesso

parlavagli di Olimpia; ed allora gli occhi di Demetrio, bagnandosi di

lagrime, ripigliar sembravano un istante la perduta vivacità. L’amore

di lui per l’Orfana non erasi punto diminuito: quei luoghi dell’eremo

che una più viva rimembranza gli ridestavano di lei, erano ad esso i

più cari. Così trovava egli ogni suo bene nelle umili celle, entro

cui tante volte trattenuto si era con Atanasio ed Olimpia; mentre

sacro eragli quel cipresso, posto su di una eminenza della rupe, a piè

del quale seduta essa mille volte aspettato avealo sorridendo dalla

sottoposta vallata. Ma nulla era così caro per lui quanto la cascata

della sorgente nella foresta, presso cui, sopra la bianca pietra che

serviva di sedile, ritrovato aveva una volta la prima dichiarazione

dell’amore di Olimpia. Ora di questa stessa pietra formato egli avea un

rustico monumento sacro alla memoria di lei che tanto amò sulla terra.

Il nome di «_Olimpia_» vi era inciso a grandi lettere, e due teneri

salici vi erano guidati a pianger sopra dolcemente. Quivi egli stesso

ogni giorno portavasi a versarvi anche una volta le lagrime dell’amore,

ed a pregarvi la pace dei secoli.

In questa guisa aspettava Demetrio il termine della vita, che un

interno presentimento del cuore non additavagli lontano.

Un giorno ritornando Eugenio dall’Arta ove privati interessi l’aveano

chiamato, e non lungi passando dalle rupi della Selleide, visitar volle

Demetrio che da lungo tempo più non avea riveduto. Legato il cavallo ad

un albero, picchiò alle celle dell’eremo, ma inutilmente: chiamò a nome

più volte l’amico della sua giovinezza... niuno risposegli: entrò nella

cappella... ed era questa deserta. Sperando tuttavia di ritrovarlo

presso la cascata della sorgente, s’incamminò alla foresta degli abeti.

— Scendeva il Sole al tramonto, ed il venticello della sera stormir

facea leggermente le foglie, allorchè Eugenio vide a qualche distanza

il Solitario prostrato sul terreno: avvicinossi a lui palpitando. —

Le sue braccia stringeano con forza il monumento di Olimpia, e la sua

fronte riposava sul sasso. — Chiamollo a nome anche una volta... tentò

sollevarlo... — Vane cure! Quegli occhi erano chiusi per sempre. —

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 37 / 39 题