CAPITOLO XXVII

Mentre tale magnanima risoluzione prendevasi dai generosi difensori

di S. Veneranda, la salute di Olimpia, cedendo sempre più, avvicinata

erasi ad una totale decadenza. L’infelice avea notabilmente dimagrito:

un tremito convulsivo impadronito erasi delle sue membra; ed alla

fresca rosa della giovinezza, dileguatasi per sempre dalle sue

gote, succeduto era il tetro pallore della morte. Il buon Solitario

non perdeva mai di vista questa amabile creatura, che rapidamente

avvicinavasi al termine della sua dolorosa carriera: spesso parlavale

della instabilità delle umane vicende: e facendole un luttuoso quadro

dei mali della terra, dipingevale coi più vivi colori la felicità

immensa del Cielo.

«Quanto mai stolto (le diceva) è colui che un’ombra di vero bene

quaggiù ravvisa fra noi! ma non è tutto caduco, tutto apparente?

Voi lo sapete, Olimpia: in questa bassa valle di pianto non mai le

labbra schiudeste al sorriso della gioja, se non che per gustar quindi

più amaro il nappo delle avversità. Dal momento stesso in che gli

occhi apriste alla luce incominciaste a soffrire: vi mancò la madre

nel darvi la vita: uno zio che solo rimasto vi era fra quelli a cui

vincoli di natura e di sangue vi legavano, lasciovvi nella prima vostra

giovinezza; e gl’implacabili nemici de’ nostri altari vi tolsero

prima una benefattrice, ed una saggia amica, quindi uno sposo... Ma

non vi rattristate, no: rallegratevi, Olimpia! non siete ancor sola

sulla terra, a Dio piace riguardarvi dall’alto. Voi gli siete cara:

la vostra virtù vi rende ben meritevole dinanzi a Lui: il premio vi è

preparato immenso, immutabile, eterno, e pochi giorni vi mancano per

conseguirlo... ah! sì. Egli disse nella sua giustizia. — Ritorni alla

sua stella quest’anima a me diletta! abbandoni finalmente una terra,

ove io non la trattenni che per farla quassù rivivere più meritevole e

pura. — Oh, voi felice! Sciolta finalmente dalla grave salma mortale,

volerete bellissima in seno all’eternità: nel dipartirvi da noi

piangerete anche una volta sulla nostra miseria; mentre il globo della

terra disparirà poco a poco dai vostri occhi, come dispare il lido alla

nave che lo abbandona!»

A queste soavi parole confortatrici Olimpia sorrideva dolcemente: e

le sue pupille rivolgendosi verso il Cielo, anelar parevano a sì beato

momento.

Per lenta febbre che serpeggiando nelle sue vene tolto aveale ogni

resto di forze, giaceva ella entro piccola cameretta nel più appartato

luogo della rôcca: quivi omai rapidissima toccava il termine la sua

vita, ed il buon Solitario non mancava di portarvisi più volte nel

giorno. Vedeva egli con un certo moto di nobile invidia quell’amabile

tranquillità che leggevasi in tutti i lineamenti del volto di lei: e

tanta era la sua ammirazione per essa, che più volte veder parvegli un

raggio del Cielo brillar tremolante sulla pallida sua fronte.

Avvolta finalmente fra la nebbia de’ sepolcri, picchiò l’ora fatale

all’albergo della innocenza. L’udì l’Orfana, ma non turbossi: le labbra

schiudendo al più dolce sorriso. «Padre mio! (disse al venerando

Solitario) la voce dell’Onnipotente giunge alle mie orecchie: Egli

mi chiama colassù. — O madre mia!... oggetti i più cari della mia

tenerezza!... come siete voi belli!... quanta luce vi circonda!!...

«Ah, che Dio le apre i Cieli! (esclamò allora piangendo il buon

Solitario). Ella è vicina a trapassare da noi: i suoi occhi si sono in

alto fissati, e la sua anima è fuori de’ sensi. — Olimpia!... Olimpia!

non udite voi la mia voce?

— «Sì: (rispose l’Orfana languidamente) sì: l’odo ancora, ma per poco:

essi mi chiamano... ed io... vado... a loro...»

— «Ah! se dunque (riprese il vecchio) il momento è venuto in cui lo

spirito vostro separare si debbe dalla inerte materia, io ministro

degli altari, lo raccomando a Colui che lo creò. Nel tuo bacio lo

lascio, o Regina Coronata: ad esso incontro venga per gli spazii

immensi del firmamento lo stuolo delle vergini, che esultando lo

accolga qual novello concittadino della patria Celeste! — Che mai

sono i nostri giorni, o Signore? nebbia, polvere, fumo, che rapidi

si disperdono col solo tuo soffio. Ma la vita dello spirito non

è la terrena: questa è fragile e caduca, ed esso è creato per la

immortalità. — Riunisciti dunque, Olimpia, al tuo Principio: parti da

questa valle di pianto, e la mia voce ti benedica nel Nome di Dio!»

Pronunziava appena queste parole il venerando Solitario, allorchè,

preceduta da un prolungato grido, videsi ad un tratto una tetra luce,

che tutto all’intorno rischiarò il loco come un vivido lampo: ad essa

rapidissimo seguì un orribile scoppio... tremò la terra fin dai cardini

suoi, e tutto crollò quindi con istrepito orrendo.

Più non esisteva la rôcca di S. Veneranda. Un solo istante ridotta

aveala un mucchio di rovine: dei famosi dugento, ma insieme di più

migliaja di Barbari, memorando sepolcro!

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 36 / 39 题