Mentre tale magnanima risoluzione prendevasi dai generosi difensori
di S. Veneranda, la salute di Olimpia, cedendo sempre più, avvicinata
erasi ad una totale decadenza. L’infelice avea notabilmente dimagrito:
un tremito convulsivo impadronito erasi delle sue membra; ed alla
fresca rosa della giovinezza, dileguatasi per sempre dalle sue
gote, succeduto era il tetro pallore della morte. Il buon Solitario
non perdeva mai di vista questa amabile creatura, che rapidamente
avvicinavasi al termine della sua dolorosa carriera: spesso parlavale
della instabilità delle umane vicende: e facendole un luttuoso quadro
dei mali della terra, dipingevale coi più vivi colori la felicità
immensa del Cielo.
«Quanto mai stolto (le diceva) è colui che un’ombra di vero bene
quaggiù ravvisa fra noi! ma non è tutto caduco, tutto apparente?
Voi lo sapete, Olimpia: in questa bassa valle di pianto non mai le
labbra schiudeste al sorriso della gioja, se non che per gustar quindi
più amaro il nappo delle avversità. Dal momento stesso in che gli
occhi apriste alla luce incominciaste a soffrire: vi mancò la madre
nel darvi la vita: uno zio che solo rimasto vi era fra quelli a cui
vincoli di natura e di sangue vi legavano, lasciovvi nella prima vostra
giovinezza; e gl’implacabili nemici de’ nostri altari vi tolsero
prima una benefattrice, ed una saggia amica, quindi uno sposo... Ma
non vi rattristate, no: rallegratevi, Olimpia! non siete ancor sola
sulla terra, a Dio piace riguardarvi dall’alto. Voi gli siete cara:
la vostra virtù vi rende ben meritevole dinanzi a Lui: il premio vi è
preparato immenso, immutabile, eterno, e pochi giorni vi mancano per
conseguirlo... ah! sì. Egli disse nella sua giustizia. — Ritorni alla
sua stella quest’anima a me diletta! abbandoni finalmente una terra,
ove io non la trattenni che per farla quassù rivivere più meritevole e
pura. — Oh, voi felice! Sciolta finalmente dalla grave salma mortale,
volerete bellissima in seno all’eternità: nel dipartirvi da noi
piangerete anche una volta sulla nostra miseria; mentre il globo della
terra disparirà poco a poco dai vostri occhi, come dispare il lido alla
nave che lo abbandona!»
A queste soavi parole confortatrici Olimpia sorrideva dolcemente: e
le sue pupille rivolgendosi verso il Cielo, anelar parevano a sì beato
momento.
Per lenta febbre che serpeggiando nelle sue vene tolto aveale ogni
resto di forze, giaceva ella entro piccola cameretta nel più appartato
luogo della rôcca: quivi omai rapidissima toccava il termine la sua
vita, ed il buon Solitario non mancava di portarvisi più volte nel
giorno. Vedeva egli con un certo moto di nobile invidia quell’amabile
tranquillità che leggevasi in tutti i lineamenti del volto di lei: e
tanta era la sua ammirazione per essa, che più volte veder parvegli un
raggio del Cielo brillar tremolante sulla pallida sua fronte.
Avvolta finalmente fra la nebbia de’ sepolcri, picchiò l’ora fatale
all’albergo della innocenza. L’udì l’Orfana, ma non turbossi: le labbra
schiudendo al più dolce sorriso. «Padre mio! (disse al venerando
Solitario) la voce dell’Onnipotente giunge alle mie orecchie: Egli
mi chiama colassù. — O madre mia!... oggetti i più cari della mia
tenerezza!... come siete voi belli!... quanta luce vi circonda!!...
«Ah, che Dio le apre i Cieli! (esclamò allora piangendo il buon
Solitario). Ella è vicina a trapassare da noi: i suoi occhi si sono in
alto fissati, e la sua anima è fuori de’ sensi. — Olimpia!... Olimpia!
non udite voi la mia voce?
— «Sì: (rispose l’Orfana languidamente) sì: l’odo ancora, ma per poco:
essi mi chiamano... ed io... vado... a loro...»
— «Ah! se dunque (riprese il vecchio) il momento è venuto in cui lo
spirito vostro separare si debbe dalla inerte materia, io ministro
degli altari, lo raccomando a Colui che lo creò. Nel tuo bacio lo
lascio, o Regina Coronata: ad esso incontro venga per gli spazii
immensi del firmamento lo stuolo delle vergini, che esultando lo
accolga qual novello concittadino della patria Celeste! — Che mai
sono i nostri giorni, o Signore? nebbia, polvere, fumo, che rapidi
si disperdono col solo tuo soffio. Ma la vita dello spirito non
è la terrena: questa è fragile e caduca, ed esso è creato per la
immortalità. — Riunisciti dunque, Olimpia, al tuo Principio: parti da
questa valle di pianto, e la mia voce ti benedica nel Nome di Dio!»
Pronunziava appena queste parole il venerando Solitario, allorchè,
preceduta da un prolungato grido, videsi ad un tratto una tetra luce,
che tutto all’intorno rischiarò il loco come un vivido lampo: ad essa
rapidissimo seguì un orribile scoppio... tremò la terra fin dai cardini
suoi, e tutto crollò quindi con istrepito orrendo.
Più non esisteva la rôcca di S. Veneranda. Un solo istante ridotta
aveala un mucchio di rovine: dei famosi dugento, ma insieme di più
migliaja di Barbari, memorando sepolcro!