Rimasta sola, l’Orfana non ancor persuasa di tanta felicità, tornò
a rileggere il foglio dell’amante: lo baciò quindi con entusiasmo, e
vivamente esclamò: — «Oh Dio! Non è dunque un sogno: Demetrio stesso
è quegli che mi scrive: queste cifre sì conosciute e sì care vengono
a rendermi alfine la speranza e la vita!» Ciò detto le lagrime della
gioja larga strada si aprirono sulle sue guance, scorrendo così dolci
per lei, come il fine della sventura al principio della felicità.
— Ogni volta che l’orologio del castello coi misurati colpi le ore
accennava che fuggivano «ed anche una di meno: (esclamava Olimpia):
poco ancora, e Demetrio mi rivedrà. Dio immortale che presiedi ai
destini degli uomini, volgiti dall’alto delle sfere a questa infelice
che è pur figlia tua! Deluse non restino le mie speranze! proteggi
la mia fuga! ed involami per sempre a questo carcere odiato, ove ogni
giorno profanasi dagli Infedeli il Nome tuo!»
Finalmente la estiva vampa diurna lasciato avea poco a poco di sferzare
la terra: il Sole era già sceso al tramonto. Con gioja vide Olimpia il
ritorno della notte: uscendo da’ suoi appartamenti, gittò un ultimo
sguardo su quelle superbe pareti testimonj di tante sue lagrime, e
tacita e sola scese palpitando al giardino. Quivi attendevala Selim:
appena vi giunse, egli incontrolla sorridendo, ed ambedue ad aspettar
si posero a piè della grande inferriata. Oh, quanto lunghi sono
gl’istanti per chi attende con impazienza un qualche bene! Ad ogni
momento la figliuola d’Evantìa rivolgeva gli sguardi sul lago: ed il
più debile fiotto dell’onda, il più lieve venticello, pareva dovesse
annunziarle la barca liberatrice.
S’udì finalmente l’agitarsi del remo che appressavasi; ed al chiarore
della luna riconobbe l’Orfana il generoso amico di Demetrio. Ad
un segno di questi, cui rispose Selim, fermossi la barca sotto il
giardino. La scala di corda raccomandata prima nell’interno alle grosse
spranghe della inferriata, e gittata quindi all’infuori, additò il
mezzo di scendere: ajutata da Selim, Olimpia vi si appese, salendo
fin sopra al muro, ove aspettò ch’egli la raggiungesse: discendendolo
quindi all’esterno, giunsero l’un dopo l’altra a toccare la barca. Il
primo moto della gratitudine di lei fu quello di stringere vivamente
la salvatrice mano di Eugenio: le sue ginocchia poi si piegarono: i
suoi occhi si volsero al Cielo, e «grazie o Numi di pietà! (esclamò
sommessamente). Libera alfine son io dai vili lacci della schiavitù;
ritorno pure a’ tuoi altari, alla sacra patria degli avi miei!»
Eugenio frattanto a forza di remo allontanato erasi da quella remota
parte dell’isola: tutto pareva assicurato; se non che rimaneva peranco
buon tratto di via, ed un vento sciroccale levatosi all’improvviso,
perigliosa rendeva la navigazione dell’alto lago. La barca pertanto dei
fuggitivi radeva leggermente la costa dell’isola, ove l’onda era più
cheta d’assai: e già il fragile legno oltrepassava non visto sotto il
cannone del forte, allorquando una guardia, che fumando stavasi seduta
sui baluardi, lo scoperse. — «Olà: chi siete?» (gridò minacciosa).
— «Pescatori» (risposegli Eugenio in lingua turca, con voce franca
e risoluta: Olimpia agghiacciava di spavento). — «Allontanati dunque
di qui: a che radi le mura? — «Mi vi spinge il vento; ma ormai l’ho
guadagnato, e m’allontano.»
Parve il Maomettano appagato di questa risposta perchè nulla più
soggiunse: ritornò tranquillamente alla sua pipa, e la barca senza
altro ostacolo giunse felicemente alla riva. Sbarcati che furono,
Olimpia vestita degli abiti turchi che Eugenio aveale procurati onde
patria e sesso mentisse, salì insieme con esso e con Selim, sui cavalli
che rinvennero presso alcuni salci, ai quali Eugenio annodati li aveva
nella sera medesima, poco prima di portarsi per la concertata fuga
sotto il giardino del serraglio. A spron battuto si allontanarono dalle
vicinanze del lago: e ad evitare ogni altro pericolo, percorsero strade
scoscese e deserte durante tutto il resto della notte. Fu in mezzo al
silenzio di questo viaggio che Eugenio narrò all’Orfana tutta la storia
dell’accaduto, incominciando dall’istante in cui egli, piangente sul
freddo cadavere d’Irene, unito erasi a Demetrio con i più saldi vincoli
di amichevole affetto. Pianse Olimpia di tenerezza e di gratitudine,
al racconto del suo liberatore: e l’anima sua, assuefatta a calcolare
tutti i gradi della sventura, conobbe anche allora che non può essere
vero amico di un infelice se non colui che egualmente soggiacque ad
avversa fortuna.
La notte frattanto era al suo termine; e già l’aurora spargeva di rosea
luce le immense vie del firmamento, allorchè la figliuola d’Evantìa
coi primi raggi del Sole nascente scoperse in lontano le indorate cime
delle rupi native. Quale straordinaria commozione fu in quell’istante
la sua! Lagrime di gioja cadevano in copia sulle pallide sue guance: ed
il sorriso brillando sulle sue labbra, con dolce contrasto opponevasi
a quell’aria di melanconia che segnava da lungo tempo ogni traccia del
suo volto. I generosi destrieri secondavano l’ardente desiderio de’
giovani Suliotti, divorando col veloce corso la via: scoprivansi omai
vicinissime le minori rupi della Selleide: e di già apparecchiavasi
Eugenio ad internarsi in una scoscesa gola incognita forse ai nemici,
allorchè udir sembrogli in distanza il romore del cannone. Affrettarono
il passo anche più, e videro finalmente attraverso una densa nube
di fumo che un fiero combattimento impegnato erasi fra i Greci ed i
Turchi. Non giunse nuova ad Olimpia questa disgrazia: nella giovane
sua età passato avea forse un intero giorno tranquillo? Non doveva
dunque meravigliarsi; l’animo suo era da lungo tempo assuefatto a
soffrire: ma in un momento in cui lusingata erasi di respirar nuova
vita; allorquando, rapita alla schiavitù, ritornar credeva alle braccia
del fedel suo... sentì certamente ben grave il peso della propria
disgrazia.
Vedendo Eugenio che impossibile saria stato tradurre l’infelice alle
gole nel calore del combattimento, risolvette collocarla in luogo
sicuro, finchè, cessato il tumulto delle armi, Demetrio medesimo avesse
potuto più opportunamente ricondurla alle rupi. Divergendo pertanto
dal già preso cammino, giunsero sotto la rocca di S. Veneranda, primo
baluardo della Selleide, fortissima posizione difesa da imponente
presidio. Ad un noto segno ch’egli fece, le scôlte calarono il ponte,
e tutti vi entrarono. Eugenio manifestò col proprio il nome di Selim,
e quello della travestita donzella: raccomandolla ai capi del presidio
siccome sposa di Demetrio; e dopo averle promesso un pronto ritorno
appena finita, la pugna, Selim ed egli indossarono greche vestimenta,
ed a spron battuto corsero a prender parte alla mischia.