XVIII.

E se ne videro ben presto le prove. Le avanguardie del Werder

scorazzavano già nei dintorni di Gray, laonde Garibaldi, accortosi

della necessità di far argine all’invasione crescente, mentre con

abili manovre tra la Saone e l’Ognon tentava di arrestare la marcia

del nemico o di guastarne i disegni, insisteva col Cambriels, affinchè

cooperasse con lui, sia colle mosse combinate delle sue truppe, sia

coll’inviargli rinforzi, a contenere il nemico sempre più minaccioso.

Ma indarno. Ora il Cambriels dichiarava di non poter dare nè un uomo,

nè un cannone de’ suoi; ora invece sognando d’essere attaccato egli

stesso, interrompeva le operazioni meglio avviate di Garibaldi per

chiedere soccorso a lui;[381] ora infine per l’impotenza di Garibaldi,

ora per l’incapacità e il malvolere del Cambriels, la cosa andò tanto

a seconda ai Prussiani da quel lato, che alla fine dell’ottobre, avuta

pronta ragione dei pochi mobili che guardavano la città, entrarono, per

dedizione del municipio, in Dijon.

Il fatto era grave. Colla presa di Dijon non solo tutte le gole del

Morvan, dietro le quali la Francia possiede nei grandi opifici del

Creuzot una delle maggiori sue ricchezze, erano esposte all’invasione

nemica, ma persino le strade di Lione e di Nevers, quindi la linea

della Loira, dietro la quale il generale Bourbaky ordinava il suo

ultimo esercito salvatore, poteva essere minacciata. Di fronte pertanto

a questo pericolo, il governo di Tours pensò di incaricare il Generale

della difesa del Morvan, ordinandogli di trasportarsi con tutte le sue

forze ad Autun. E il Generale, che fino a quel giorno avea reso alla

difesa del Giura importantissimi servigi, arrestando coi felici scontri

di Genlis e Saint-Jean de Losne (5, 6, 7 novembre) i Prussiani al di

là della Saona, accettò, ringraziando, il nuovo mandato, e tra il 14

e il 15 novembre mosse per il nuovo teatro della guerra che gli era

destinato.

Ma quivi pure la parte affibbiatagli era superiore alle forze.

Col sopraggiungere della legione italiana e d’altri corpi franchi,

Garibaldi aveva potuto accrescere e riordinare il suo piccolo esercito

in quattro brigate; la prima comandata dal generale Bossack, veterano

delle guerre polacche, con circa quattromila uomini; la seconda agli

ordini del signor Delpeck, testè prefetto di Marsiglia, prode, ma nuovo

alle armi, di circa millecinquecento; la terza, capitanata da Menotti

Garibaldi, comprendente i Corpi franchi italiani, di circa cinquemila

seicento uomini; una quarta infine, posta sotto il comando di Ricciotti

Garibaldi, composta in gran parte di _francs-tireurs_, ma che a quei

giorni era tuttora in formazione a Dôle e superava di poco il migliaio

di combattenti.

E conviene sempre rammentarsi che se questa massa di circa

quattordicimila uomini cominciava a prendere qualche forma e qualche

aspetto militare, non aveva ancora al suo arrivo in Autun che quattro

pezzi d’artiglieria di montagna; contava tutt’al più un centocinquanta

cavalieri miseramente montati; penuriava de’ più necessari oggetti

di corredo, principalmente di cappotti e di scarpe, divenuti, pel

crudo inverno che s’innoltrava, assolutamente indispensabili. Il

nemico invece presidiava con circa ventimila uomini Digione, e nei

dintorni ne teneva altri diecimila tra Auxonne e Dôle, ed era già

potentemente fiancheggiato dalla 14ª divisione, del 7º corpo (Zastrow),

staccato dall’armata del principe Federico Carlo, le cui avanguardie

stormeggiavano tra Auxerre e Montbard e minacciavano insieme il fianco

sinistro di Garibaldi e le sue comunicazioni col sud. Erano insomma

cinquantamila uomini, muniti di potente e numerosa artiglieria e

forniti a dovizia d’ogni ben di Dio, contro quindicimila soldati

improvvisati, sprovvisti d’ogni cosa più necessaria.

È ben vero che il generale Garibaldi non era solo, e che quasi a

contatto della sua destra, tra Beaune e Chagny, stava scaglionato

tutto l’esercito dell’est, passato allora sotto gli ordini del generale

Crousat, per ripassare tra poco sotto gli ordini del generale Cremer;

ma chi rammenti dall’un canto la funesta dualità di comando che

paralizzava le migliori intenzioni dei due eserciti e l’antipatia che

i generali francesi avevano d’accordarsi col Condottiero italiano; chi

consideri dall’altro il modo veramente singolare con cui que’ generali

intendevano e facevano la guerra, senza concetto, senza iniziativa,

senza fede, vedrà che Garibaldi non poteva fare assegnamento per

operazioni importanti che sopra sè stesso; e leggendo attentamente la

storia di quel tratto di campagna, si convincerà che se egli non fosse

stato, nulla avrebbe impedito all’esercito di Werder di marciare un

mese prima sopra Lione, e di sorprendere dietro la Loira il generale

Bourbaky in piena formazione.

Tuttavia, come al solito, egli disse: «i’ mi sobbarco,» e si mise

all’opera. Fino a quei giorni i prussiani avevano potuto scorazzare

impunemente il paese e con pochi ulani spadroneggiarlo. Da che entrò

in campo Garibaldi la scena mutò, ed essi pure dovettero pensare un

po’ più seriamente ai casi loro. Oramai in quell’arte delle scoperte,

dei volteggiamenti, delle sorprese in cui si eran chiariti maestri,

avevano trovato un emulo, e un emulo degno di loro. D’ora in poi non un

bivio, non un villaggio, non un bosco, in cui i formidabili scorridori

tedeschi non incontrassero, pronte a riceverli, anzi desiderose

d’incontrarli, le pattuglie dei franchi tiratori garibaldini. Il giuoco

delle allegre scorribande nel Morvan e sulla Costa d’Oro era finito,

quando non erano i superbi vincitori di Sédan e di Strasburgo che ne

pagavano le spese.

Munita alla meglio Autun, scaglionatosi arditamente da Epinac a

Soubernon, Garibaldi non s’accontenta di star sopra una inerte difesa;

attacca, sorprende, molesta egli stesso il nemico, e col moto perpetuo

sulla fronte, sui fianchi, alle spalle, gli nasconde i suoi disegni.

Così il 20 lancia a fondo la brigata Ricciotti sulla colonna Zastrow,

e il figliuolo fa così bene la sua prima prova di comandante che

sorprende, a Châtillon-sur-Seine, una delle avanguardie nemiche, le

uccide dugento uomini, le porta via centosessanta prigionieri,[382] e

quattro carri di munizioni.

Ma di ciò non s’appagava. Da lungo tempo Garibaldi mulinava di tentare

un colpo di mano notturno su Dijon, e nella sera del 24, lasciata parte

delle forze a guardia d’Autun, mosse colla 1ª e 3ª brigata Bossack

e Menotti, all’ardua impresa. Se non che la brigata Bossack essendo

incappata negli avamposti prussiani di Velars, che avrebbe dovuto

cansare, la sorpresa, come accade di sovente, fu sventata e il disegno

mutato. Non per questo Garibaldi indietreggiò. Presa posizione sulle

alture e nei dintorni di Lantenay, Garibaldi aveva concertato col

capo di stato maggiore del generale Cremer di attirare nella Val di

Suzon l’inimico, per lasciar modo ai Francesi di accostarsi a Dijon da

sud-est, e se era possibile penetrarvi.

Ai Prussiani però importava troppo di non avere un siffatto nemico,

potrebbe dirsi, a ridosso; sicchè intanto che egli meditava di

attaccarli nelle loro posizioni di Plombières, aggirandoli per

nord-ovest, essi si movevano ad attaccar lui nelle sue posizioni

di Lantenay aggirandolo per la strada di Prenois-Pasques, d’onde

lo scontro e quel che fu detta la battaglia di Pasques. Garibaldi

però, vigile sempre, aveva scoperto fin dal mattino (26 novembre),

la marcia del nemico, sicchè non appena egli cominciò a spuntar colle

avanguardie su Pasques, potè salutarlo colle sue artiglierie. Allora

il combattimento s’accese, e Garibaldi in persona, montato pel primo

giorno a cavallo, lo dirigeva. E quantunque il numero de’ Prussiani

fosse da quel lato minore (la sola brigata Degenfeld), la superiorità

della loro artiglieria era tale che la bilancia delle forze traboccava

ancora in loro favore. Tuttavia l’ardore dei Garibaldini è in quel

mattino grandissimo; la legione italiana, condotta dal Tanara, si

lancia alla baionetta; alcune compagnie di _franchi tiratori_, guidati

da Canzio, secondano il Movimento; la brigata Delpeck spuntando

da Ancey minaccia la destra di Pasques, talchè i Prussiani, in

presentissimo pericolo d’essere tutti avvolti, si ripiegano disordinati

su Prenois. Colà però trincerati dietro le case, e protetti dalle

muraglie dei giardini, ripiglian la resistenza; ma di là pure

intrepidamente assaliti da ogni fianco cominciano a vacillare ed a

cedere terreno. Egli è allora che Stefano Canzio, il quale in tutta

quella campagna manifestò doti d’intelligentissimo capitano, veduto il

balenar de’ nemici si pone a capo di quel distaccamento di _cacciatori

a cavallo_ e di quelle poche guide garibaldine, che facevan tutta la

cavalleria dell’esercito, raccozza quanti altri ufficiali e soldati

a cavallo gli cadon pel momento sotto mano, e formato così un gruppo

di forse centocinquanta cavalieri, si lancia ventre a terra, Murat

improvvisato, contro il fianco sinistro dell’inimico sulla strada di

Prenois-Darois, e ne compie la rotta.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 117 / 147 题