XV.

Garibaldi collo stato maggiore e il quartier generale erano appena

entrati in Mentana, che le guide a cavallo venivano ad annunziare

la comparsa de’ Pontificii. Nello stesso tempo le fucilate degli

avamposti confermavano la notizia. Garibaldi ordinò tosto alla colonna

di arrestarsi, ma indarno cercava un luogo onde poter riconoscere

l’inimico. Mentana è quasi incassata in un avvallamento, e tutti i

poggi circostanti la dominano. Questo solo fatto mostrava già fin dalle

prime che la posizione era sfavorevole, e che la difesa di Mentana

sarebbe stata difficile. O bisognava avere il tempo e la possibilità di

spingersi ad occupare le posizioni davanti il villaggio, o abbandonarlo

interamente per difendere le posizioni indietro, tra Mentana e Monte

Rotondo, a noi d’altronde già note e in parte non ancora abbandonate.

Ci fu allora chi si peritò a profferire al Generale quest’ultimo

consiglio.[368] Garibaldi rispose: «Udite quel che ne dice Menotti,

e se crede che le posizioni davanti siano tenibili.» Menotti assicurò

«che davanti stava benissimo,» e.... un quarto d’ora dopo eravamo tutti

ricacciati nel villaggio.

Tuttavia ogni segno rendeva manifesto che il nemico, benchè abilmente

coperto dalle macchie e dalle pieghe del suolo, avanzava dalla destra,

e Garibaldi non titubò un istante. Ordinò ai battaglioni di Burlando,

di Missori ed ai Cacciatori livornesi di spiegarsi prontamente

sulle alture di destra; mentre il figlio Menotti portava avanti

a sinistra e sul centro altre forze in sostegno dei combattenti.

Allora il combattimento si propagò vivo ed energico su tutta la linea

dell’avanguardia. In sulle prime però parve che il nemico mirasse

a concentrare l’attacco sulla destra e sulla fronte di Mentana, e

soltanto dopo avere seriamente impegnati i Garibaldini in questi punti

si decise ad assalire anche la sinistra, sulla quale rovesciò il nerbo

principale delle sue forze. Frattanto la sua manovra era smascherata:

l’attacco di destra e di fronte, benchè gagliardo, non era che una

finta per coprire il vero attacco di sinistra e ingannarci sulle sue

intenzioni. Ma nessuno cascò nell’inganno, meno poi Garibaldi. A destra

e di fronte i battaglioni di Missori, di Burlando, di Carlo Mayer,

ai quali si erano venute a riunire le genti di Stallo risospinte,

furono lasciati soli a sostenere l’urto, certi che l’avrebbero fatto

bravamente, e non furono più rinforzati. D’altronde la strada era

stata quasi subitamente perduta, e non restava altro che arrestare

l’impeto de’ nemici, asserragliando alla meglio l’entrata del paese.

Così fu fatto: e lì dietro poche tavole tarlate e qualche frantume di

mobilia, simulacro squallido di barricata, i più volenterosi tenevano

testa intanto che col grosso delle forze si provvedeva alla sinistra

del villaggio, sempre più gravemente minacciata. Non v’era un attimo da

indugiare. Coperti dalle ortaglie e dai vigneti della villa Santucci,

dove era venuto a piantarsi il quartier generale del nemico, fitti

gruppi di Zuavi e Carabinieri esteri s’erano spinti fin presso alle

prime case, avvolgendo in un arco di fuoco i pochi Garibaldini che

al riparo de’ pagliai e delle fronteggianti finestre cercavano di

arrestarne la marcia. Ma il numero de’ nemici soperchiava: ufficiali e

soldati non s’erano ancora riscossi dalla prima sorpresa dell’inopinato

attacco; tutti consigliavano, comandavano, strafacevano: v’erano quelli

che gridavano «avanti» rimpiattati dietro le muraglie; v’erano gli

altri che stavano soli in mezzo alle palle a sfidare i battaglioni:

era un vocío, una confusione, un tumulto, sul quale, anche chi non

aveva perduta la testa mal riusciva a dominare. Mentana parve per un

istante perduta. Indarno ogni valoroso, soldato od ufficiale che fosse,

cercava far testa colla voce, col comando, coll’esempio, colla vita;

l’onda de’ nemici invadeva e sospingeva innanzi a sè l’onda non meno

rapida dei fuggenti. Molti si rifugiavano nelle case, ma pochi per

continuarvi la difesa, i più, doloroso a confessarsi se meritassero

pietà, per nascondersi e peggio. Tuttavia i nemici non avevano ancora

vinto, e purchè si fosse potuto rimettere un po’ d’ordine, di calma e

di silenzio — oh di silenzio soprattutto! — così negli allarmanti come

negli allarmati, e formare punta con una schiera di risoluti, le forze

fresche erano molte ancora, e le parti potevano essere mutate.

Lo pensò Garibaldi, e sapendo quanto possa e sui nemici non solo,

ma sull’anima facilmente elettrizzabile de’ suoi Volontari il tuono

del cannone, corse egli stesso a postare e puntare contro il centro

nemico i due pezzi predati a Monte Rotondo, onde appena partirono i

primi colpi, giusti come in un bersaglio, se ne vide subito il magico

effetto. Il nemico si arrestò: i Volontari fra grida di gioia parvero

pronti a ripigliare l’assalto. Era il momento decisivo, e Garibaldi

slanciò quanta gente avea d’intorno alla baionetta. Fu davvero una

carica stupenda. Si rientrò in Mentana, si risalì ai perduti pagliai,

si ricaricò il nemico di siepe in siepe, di dosso in dosso, fin dentro

la cinta degli orti Santucci. Ancora uno sforzo, e la villa, chiave

della posizione, è presa e la giornata è nostra. Ad animare e dirigere

questo sforzo, Fabrizi, Menotti, Mario, Bezzi, Canzio, il Generale

non sono di troppo; ma una moschetteria diabolica partiva dalle file

nemiche sempre rinnovate, che ributtava sul terreno morti e feriti i

più audaci. Tuttavia si avanzava, e per un istante la fucilata nemica

parve allentare. Che era? Pur troppo non era che una sostituzione di

linee.

Ad un tratto, all’estrema nostra sinistra, due zone nere nere apparvero

traverso le ondulazioni dei colli di San Sulpizio: erano i due freschi

battaglioni del 1º di linea francese che entravano in battaglia.

Ma nessuno allora ci pensò, nessuno lo credette. La stragrande

uniformità delle assise e la somiglianza di linguaggio e di comando li

confondevano cogli Antiboini, e le minute distinzioni non erano in quel

momento permesse. Del resto un sentimento, una voce interiore più che

una ragione politica, facevan credere quella cosa impossibile. «Io non

avrei mai creduto — scriveva Garibaldi a Edgardo Quinet — che i soldati

di Solferino sarebbero venuti a combattere i fratelli, che avevano col

loro sangue liberati, e questa credenza mi valse una disfatta.»

Comunque erano nemici, e trovarono sulle prime degna resistenza. I

Francesi avanzavano su due ordini: davanti una catena di bersaglieri;

dietro, in sostegno, un battaglione per divisioni, descrivendo, di

mano in mano, una conversione a sinistra sempre più pronunciata,

coll’evidente intenzione di avviluppare l’esercito ribelle, di

tagliarlo interamente dalla sua ritirata. Garibaldi allora corse di

nuovo a puntare i due pezzi contro i nuovi nemici, ma ahi! que’ poveri

settanta colpi, unico tesoro del parco, erano esauriti. I nostri,

finchè ebbero cartucce, tennero fermo; Menotti tentò una carica, ma

fu ributtata, e il bravo maggiore Cantoni vi lasciò la vita. Alberto

Mario, che fu sempre in tutta la giornata dove più incalzava il

pericolo, tentò girare con un battaglione l’estrema destra francese, ma

era tardi: per difetto di forze, di munizioni, di fiato, in una parola,

nessun movimento approdava e nessun eroismo valeva più.

I Francesi avanzavano sempre. Villa Santucci, ristorata da nuove forze,

non avea ceduto; dalla destra un battaglione del 29º di linea francese

subentrava ai Pontificii e serrava dappresso gl’indomiti difensori di

quel fianco: non c’era più una compagnia disponibile; la giornata vinta

alle due, alle quattro era di nuovo perduta.

E non pareva vero. Fabrizi, il vecchio Fabrizi, sereno ed impassibile

in mezzo alle palle, quasi solo talvolta a un trar di pistola dal

nemico, implorava, dimentico di sè, quasi pregando ancora, pochi

istanti di resistenza; Bezzi, rimasto tutto il giorno con Cella ed

altri prodi contro Villa Santucci, e tratto anch’esso nel fiotto

de’ fuggenti, si strappava i capelli; Mario, Friggesy, Menotti,

Missori (parliamo di quelli che ci passarono davanti in quell’ora)

si spingevano dove più ardeva la mischia a contrastare il terreno.

Garibaldi, pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent’anni, seguíto

dall’indivisibile Canzio, ululava ai fuggenti: «Sedetevi, chè

vincerete.» Invano! tutto rigurgitava, correva, precipitava sulla via

finale della ritirata.

E non parea vero! — Triste ritornello che ci torna sulle labbra

e ci riempie ancora di tutta l’amarezza di quell’ora! I Francesi

inoltravano così lentamente, con tanta cautela, con tale peritanza da

non riconoscergli più; non diciamo poi degli Zuavi, degli Antiboini e

di tutta la restante masnada. Non una carica, non una mossa risoluta da

que’ superbi soldati dell’Impero! Volevano avvilupparci e non osarono;

intendevano pigliarci tutti, compreso Garibaldi, e non seppero. Padroni

del campo, baionettarono i feriti; questo sì; ma bravura no! Erano

diecimila contro quattromila, e se quando incominciò la nostra rotta,

un solo sottotenente avesse cacciato su di noi il suo pelottone,

ci avrebbe con pochi uomini presi tutti prigionieri! Ma dov’erano

gli ufficiali francesi? dove le cariche decantate di Malakoff e di

Solferino! In quel supremo istante un’amara parola ci uscì dalle

labbra, e la ripetiamo ancora perchè dipinge Mentana a quattro ore

pomeridiane: _È un combattimento fra gente che fugge e gente che non

s’avanza_.

Perocchè, vogliamo dire anco questo a onore della verità e per

lasciare ai valorosi una gloria senza mistura, anche fra i Volontari

ci furono le centinaia di bravi che pagarono per tutti, ma il grosso

del corpo _non si battè_. E infatti come si sarebbe battuto? Il

coraggio è dovere, onore, patriottismo, ordine, disciplina, e non era

certo da quell’immondo lezzo che potevano scaturire queste virtù.

Finchè a vincere bastarono i pochi, i pochi ci furono e ammirandi:

quando occorsero tutti, i più mancarono e travolsero nella disfatta i

migliori.

Non restava ormai altro partito che la ritirata su Monte Rotondo, e fu

operata sotto la sinfonia _merveilleuse_ dei fucili _Chassepot_. Però,

sia ridetto per isbaldanzire ancora una volta un nemico che non seppe

aver rispetto nè pei vinti, nè per la verità, i tiratori francesi erano

circa a dugento passi dalla via che percorrevamo, vedevano noi a occhio

nudo, come noi essi, e non osarono scendere sulla strada.

In Mentana però tutto non era finito: un millecinquecento uomini circa

vi restavano sempre; e quali per paura d’uscirne, come coloro che fin

da principio corsero a rimpiattarsi nelle case; quali per non saperne

trovare la via, come i tardivi o gli sbandati: quali per vender cara

la libertà e la vita, come i Bersaglieri di Burlando, che, dopo aver

bravamente combattuto tutta la giornata, si buttarono con un centinaio

d’altri compagni nel castello e vi si rinchiusero; quali infine per

non voler disperare della vittoria, come i Carabinieri livornesi, che

già caduto il sole, ultimo quadrato di Waterloo, combattevano ancora;

venivano tuttavia per ragioni e con propositi diversi a formare una

massa che a prima giunta, a nemico non bene certo della vittoria,

poteva parere temibile.

E infatti di fronte a questa folla di feriti, di dispersi, di nascosti,

di impotenti, i generali franco-papali s’arrestarono; e non solo non

ardirono entrare in Mentana, ma, vedi sapienza! sospesero persino una

ricognizione che avevano ordinato per quella sera, accontentandosi di

mettere le gran guardie a un mezzo tiro di fucile dal paese.[369] E

questo lo scrive proprio il generale francese, e il fatto conferma,

almeno in questo punto, il suo rapporto. Una cosa sola inesatta

sfuggì al signor De Failly, «che egli dormì sul campo di battaglia.»

Il valente Generale dimenticò che il campo di battaglia era Mentana

stessa, e che egli per quella notte dormì fuori.

Garibaldi non l’avrebbe mai immaginato, e convinto che Mentana sarebbe

stata nella sera stessa in potere del nemico, vedendo omai vana, e più

per le ragioni politiche che per le militari, ogni altra resistenza,

ordinò per la sera stessa la ritirata di tutto il corpo (circa tremila

uomini) su Passo Corese. Egli sapeva, come noi tutti, che a Passo

Corese l’attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini,

poichè la era inevitabile, il differirla con un infecondo spargimento

di sangue, o con un ludo teatrale di gladiatori, mascherarla.

Al mattino seguente, 4 novembre, al primo apparire del 59º reggimento

francese, che, sotto gli ordini del tenente colonnello Bresolles,

marciava in ricognizione sopra Mentana, una bandiera bianca issata

sul castello annunziava che i Garibaldini ivi rinchiusi intendevano

capitolare, e furono tosto intavolate le negoziazioni. Il maggiore

Burlando per i suoi stipulò che _tutti i Volontari chiusi in Mentana_

avrebbero deposte le armi e sarebbero stati ricondotti al confine

italiano da una scorta francese. I generali franco-papali mostrarono

intendere, ed amiamo ancora crederlo, per l’onore di Francia,

incolpevole equivoco, che pei soli _rinchiusi nel castello_ fosse

pattuito il partire così, laonde tutti quelli che trovarono per le vie

di Mentana, circa ottocento, li ritennero prigionieri di guerra e li

portarono, trofeo non legittimo, in Roma.

Ridire poi tutte le prove di valore e di sacrificio sarebbe

impossibile: empirebbero un poema. I settanta Carabinieri livornesi,

la vecchia guardia della giornata, lasciarono circa la metà de’ loro

sul terreno, fra i quali dodici morti, dei quali troviamo in un album

pietoso registrati i nomi che ci par sacro ripetere.[370] Era stato

degno di comandarli fino all’ultimo istante, fino a che gravemente

ferito ad un braccio cadde egli stesso, Carlo Mayer, nome in Livorno

onorato, già soldato e ferito d’altre campagne, colto intelletto e

nobile cuore, fra i rari superstiti di quella generazione di veri

volontari, di veri patriotti, e, sia pur detto, di veri uomini, che le

battaglie della vita, più ancora che le battaglie del campo, vennero

decimando. Cantoni di Bologna, il conte Bolis romagnuolo, bravamente

morirono. Egisto Bezzi, di cui basta il nome, Adami livornese, Stallo

genovese, Erba e Vigo Pellizzari di Milano, molti altri de’ quali il

nome non si conosce, caddero feriti e con uno stuolo non meno ammirando

di usciti illesi per prodigio da ogni più disperato sbaraglio,

confermarono al nome italiano l’immortalità del valore.

Che cosa faceva intanto il colonnello Paggi co’ suoi tre battaglioni?

Aveva egli scoperto il nemico, aveva visto il combattimento, aveva

sentito la fucilata ed il cannone? Tanto Menotti Garibaldi quanto

il generale Fabrizi gli mossero ne’ loro rapporti grave censura per

non aver prima d’ogni altra cosa avvertita la marcia dell’esercito

franco-papale per via Nomentana, e non essere disceso, una volta

impegnato il combattimento, ad attaccare il nemico alle spalle.

Ma il colonnello Paggi in un suo rapporto, edito da’ giornali, s’è

giustificato adducendo che il nemico, girando per le posizioni di

Casale e Romitorio su Mentana, passò lontano da’ suoi avamposti otto

miglia: che Monte Porci e Monte Lupari, oltre che essere anch’essi

assai lontani e fuor d’ogni vista dalle accennate posizioni di Casale

e Romitorio, erano stati il giorno prima per ordine di Menotti stesso

abbandonati: che egli era stato mandato ad occupare _Palombara_ fuori

affatto di linea, mentre dovea occupare il monte _Palombino_ dominante

la strada; che infine egli avea udito il cannone soltanto verso il

tocco e mezzo, ma che non avendo ricevuto alcun ordine di muoversi,

stimò di non poterlo fare sulla sua responsabilità.

A noi mancano tuttavia argomenti bastevoli per pronunciare un giudizio.

È certo però che il generale Garibaldi contava molto sulla vigilanza

e sull’intervento della colonna del Paggi, tanto vero che durante il

combattimento spedì guide ed ufficiali di stato maggiore a chiamarlo,

ed è altresì certo che se un solo battaglione di quella colonna fosse

comparso anche verso le tre alle spalle del nemico, l’effetto ne poteva

essere grande e forse decisivo.

Tale fu la giornata di Mentana. In essa si trovarono di fronte,

secondo i nostri ed i rapporti dello stato maggiore dell’esercito

alleato, 11,000 Franco-papali contro 4652 Garibaldini. Tutto l’esercito

pontificio sì mercenario che indigeno era uscito da Roma, ed il

generale Fabrizi calcolando ai 5000 uomini si tiene molto al disotto

del vero. Dell’esercito francese erano in linea tutto il 1º, il 29º e

il 59º reggimento di linea, un battaglione di cacciatori di Vincennes e

un’intera batteria d’artiglieria.

Le perdite de’ nostri, secondo le informazioni raccolte dal corpo

sanitario, ammontarono a circa 240 feriti e 150 morti, oltre a circa

900 prigionieri. I morti del nemico ascesero a 256, sui quali, fatta

la proporzione, si può calcolare il numero dei feriti. La differenza è

dunque tutta a danno de’ Franco-papali; i Garibaldini non ebbero altro

privilegio che di lasciare un maggior numero d’ufficiali sul campo di

battaglia.[371]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 114 / 147 题