Garibaldi collo stato maggiore e il quartier generale erano appena
entrati in Mentana, che le guide a cavallo venivano ad annunziare
la comparsa de’ Pontificii. Nello stesso tempo le fucilate degli
avamposti confermavano la notizia. Garibaldi ordinò tosto alla colonna
di arrestarsi, ma indarno cercava un luogo onde poter riconoscere
l’inimico. Mentana è quasi incassata in un avvallamento, e tutti i
poggi circostanti la dominano. Questo solo fatto mostrava già fin dalle
prime che la posizione era sfavorevole, e che la difesa di Mentana
sarebbe stata difficile. O bisognava avere il tempo e la possibilità di
spingersi ad occupare le posizioni davanti il villaggio, o abbandonarlo
interamente per difendere le posizioni indietro, tra Mentana e Monte
Rotondo, a noi d’altronde già note e in parte non ancora abbandonate.
Ci fu allora chi si peritò a profferire al Generale quest’ultimo
consiglio.[368] Garibaldi rispose: «Udite quel che ne dice Menotti,
e se crede che le posizioni davanti siano tenibili.» Menotti assicurò
«che davanti stava benissimo,» e.... un quarto d’ora dopo eravamo tutti
ricacciati nel villaggio.
Tuttavia ogni segno rendeva manifesto che il nemico, benchè abilmente
coperto dalle macchie e dalle pieghe del suolo, avanzava dalla destra,
e Garibaldi non titubò un istante. Ordinò ai battaglioni di Burlando,
di Missori ed ai Cacciatori livornesi di spiegarsi prontamente
sulle alture di destra; mentre il figlio Menotti portava avanti
a sinistra e sul centro altre forze in sostegno dei combattenti.
Allora il combattimento si propagò vivo ed energico su tutta la linea
dell’avanguardia. In sulle prime però parve che il nemico mirasse
a concentrare l’attacco sulla destra e sulla fronte di Mentana, e
soltanto dopo avere seriamente impegnati i Garibaldini in questi punti
si decise ad assalire anche la sinistra, sulla quale rovesciò il nerbo
principale delle sue forze. Frattanto la sua manovra era smascherata:
l’attacco di destra e di fronte, benchè gagliardo, non era che una
finta per coprire il vero attacco di sinistra e ingannarci sulle sue
intenzioni. Ma nessuno cascò nell’inganno, meno poi Garibaldi. A destra
e di fronte i battaglioni di Missori, di Burlando, di Carlo Mayer,
ai quali si erano venute a riunire le genti di Stallo risospinte,
furono lasciati soli a sostenere l’urto, certi che l’avrebbero fatto
bravamente, e non furono più rinforzati. D’altronde la strada era
stata quasi subitamente perduta, e non restava altro che arrestare
l’impeto de’ nemici, asserragliando alla meglio l’entrata del paese.
Così fu fatto: e lì dietro poche tavole tarlate e qualche frantume di
mobilia, simulacro squallido di barricata, i più volenterosi tenevano
testa intanto che col grosso delle forze si provvedeva alla sinistra
del villaggio, sempre più gravemente minacciata. Non v’era un attimo da
indugiare. Coperti dalle ortaglie e dai vigneti della villa Santucci,
dove era venuto a piantarsi il quartier generale del nemico, fitti
gruppi di Zuavi e Carabinieri esteri s’erano spinti fin presso alle
prime case, avvolgendo in un arco di fuoco i pochi Garibaldini che
al riparo de’ pagliai e delle fronteggianti finestre cercavano di
arrestarne la marcia. Ma il numero de’ nemici soperchiava: ufficiali e
soldati non s’erano ancora riscossi dalla prima sorpresa dell’inopinato
attacco; tutti consigliavano, comandavano, strafacevano: v’erano quelli
che gridavano «avanti» rimpiattati dietro le muraglie; v’erano gli
altri che stavano soli in mezzo alle palle a sfidare i battaglioni:
era un vocío, una confusione, un tumulto, sul quale, anche chi non
aveva perduta la testa mal riusciva a dominare. Mentana parve per un
istante perduta. Indarno ogni valoroso, soldato od ufficiale che fosse,
cercava far testa colla voce, col comando, coll’esempio, colla vita;
l’onda de’ nemici invadeva e sospingeva innanzi a sè l’onda non meno
rapida dei fuggenti. Molti si rifugiavano nelle case, ma pochi per
continuarvi la difesa, i più, doloroso a confessarsi se meritassero
pietà, per nascondersi e peggio. Tuttavia i nemici non avevano ancora
vinto, e purchè si fosse potuto rimettere un po’ d’ordine, di calma e
di silenzio — oh di silenzio soprattutto! — così negli allarmanti come
negli allarmati, e formare punta con una schiera di risoluti, le forze
fresche erano molte ancora, e le parti potevano essere mutate.
Lo pensò Garibaldi, e sapendo quanto possa e sui nemici non solo,
ma sull’anima facilmente elettrizzabile de’ suoi Volontari il tuono
del cannone, corse egli stesso a postare e puntare contro il centro
nemico i due pezzi predati a Monte Rotondo, onde appena partirono i
primi colpi, giusti come in un bersaglio, se ne vide subito il magico
effetto. Il nemico si arrestò: i Volontari fra grida di gioia parvero
pronti a ripigliare l’assalto. Era il momento decisivo, e Garibaldi
slanciò quanta gente avea d’intorno alla baionetta. Fu davvero una
carica stupenda. Si rientrò in Mentana, si risalì ai perduti pagliai,
si ricaricò il nemico di siepe in siepe, di dosso in dosso, fin dentro
la cinta degli orti Santucci. Ancora uno sforzo, e la villa, chiave
della posizione, è presa e la giornata è nostra. Ad animare e dirigere
questo sforzo, Fabrizi, Menotti, Mario, Bezzi, Canzio, il Generale
non sono di troppo; ma una moschetteria diabolica partiva dalle file
nemiche sempre rinnovate, che ributtava sul terreno morti e feriti i
più audaci. Tuttavia si avanzava, e per un istante la fucilata nemica
parve allentare. Che era? Pur troppo non era che una sostituzione di
linee.
Ad un tratto, all’estrema nostra sinistra, due zone nere nere apparvero
traverso le ondulazioni dei colli di San Sulpizio: erano i due freschi
battaglioni del 1º di linea francese che entravano in battaglia.
Ma nessuno allora ci pensò, nessuno lo credette. La stragrande
uniformità delle assise e la somiglianza di linguaggio e di comando li
confondevano cogli Antiboini, e le minute distinzioni non erano in quel
momento permesse. Del resto un sentimento, una voce interiore più che
una ragione politica, facevan credere quella cosa impossibile. «Io non
avrei mai creduto — scriveva Garibaldi a Edgardo Quinet — che i soldati
di Solferino sarebbero venuti a combattere i fratelli, che avevano col
loro sangue liberati, e questa credenza mi valse una disfatta.»
Comunque erano nemici, e trovarono sulle prime degna resistenza. I
Francesi avanzavano su due ordini: davanti una catena di bersaglieri;
dietro, in sostegno, un battaglione per divisioni, descrivendo, di
mano in mano, una conversione a sinistra sempre più pronunciata,
coll’evidente intenzione di avviluppare l’esercito ribelle, di
tagliarlo interamente dalla sua ritirata. Garibaldi allora corse di
nuovo a puntare i due pezzi contro i nuovi nemici, ma ahi! que’ poveri
settanta colpi, unico tesoro del parco, erano esauriti. I nostri,
finchè ebbero cartucce, tennero fermo; Menotti tentò una carica, ma
fu ributtata, e il bravo maggiore Cantoni vi lasciò la vita. Alberto
Mario, che fu sempre in tutta la giornata dove più incalzava il
pericolo, tentò girare con un battaglione l’estrema destra francese, ma
era tardi: per difetto di forze, di munizioni, di fiato, in una parola,
nessun movimento approdava e nessun eroismo valeva più.
I Francesi avanzavano sempre. Villa Santucci, ristorata da nuove forze,
non avea ceduto; dalla destra un battaglione del 29º di linea francese
subentrava ai Pontificii e serrava dappresso gl’indomiti difensori di
quel fianco: non c’era più una compagnia disponibile; la giornata vinta
alle due, alle quattro era di nuovo perduta.
E non pareva vero. Fabrizi, il vecchio Fabrizi, sereno ed impassibile
in mezzo alle palle, quasi solo talvolta a un trar di pistola dal
nemico, implorava, dimentico di sè, quasi pregando ancora, pochi
istanti di resistenza; Bezzi, rimasto tutto il giorno con Cella ed
altri prodi contro Villa Santucci, e tratto anch’esso nel fiotto
de’ fuggenti, si strappava i capelli; Mario, Friggesy, Menotti,
Missori (parliamo di quelli che ci passarono davanti in quell’ora)
si spingevano dove più ardeva la mischia a contrastare il terreno.
Garibaldi, pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent’anni, seguíto
dall’indivisibile Canzio, ululava ai fuggenti: «Sedetevi, chè
vincerete.» Invano! tutto rigurgitava, correva, precipitava sulla via
finale della ritirata.
E non parea vero! — Triste ritornello che ci torna sulle labbra
e ci riempie ancora di tutta l’amarezza di quell’ora! I Francesi
inoltravano così lentamente, con tanta cautela, con tale peritanza da
non riconoscergli più; non diciamo poi degli Zuavi, degli Antiboini e
di tutta la restante masnada. Non una carica, non una mossa risoluta da
que’ superbi soldati dell’Impero! Volevano avvilupparci e non osarono;
intendevano pigliarci tutti, compreso Garibaldi, e non seppero. Padroni
del campo, baionettarono i feriti; questo sì; ma bravura no! Erano
diecimila contro quattromila, e se quando incominciò la nostra rotta,
un solo sottotenente avesse cacciato su di noi il suo pelottone,
ci avrebbe con pochi uomini presi tutti prigionieri! Ma dov’erano
gli ufficiali francesi? dove le cariche decantate di Malakoff e di
Solferino! In quel supremo istante un’amara parola ci uscì dalle
labbra, e la ripetiamo ancora perchè dipinge Mentana a quattro ore
pomeridiane: _È un combattimento fra gente che fugge e gente che non
s’avanza_.
Perocchè, vogliamo dire anco questo a onore della verità e per
lasciare ai valorosi una gloria senza mistura, anche fra i Volontari
ci furono le centinaia di bravi che pagarono per tutti, ma il grosso
del corpo _non si battè_. E infatti come si sarebbe battuto? Il
coraggio è dovere, onore, patriottismo, ordine, disciplina, e non era
certo da quell’immondo lezzo che potevano scaturire queste virtù.
Finchè a vincere bastarono i pochi, i pochi ci furono e ammirandi:
quando occorsero tutti, i più mancarono e travolsero nella disfatta i
migliori.
Non restava ormai altro partito che la ritirata su Monte Rotondo, e fu
operata sotto la sinfonia _merveilleuse_ dei fucili _Chassepot_. Però,
sia ridetto per isbaldanzire ancora una volta un nemico che non seppe
aver rispetto nè pei vinti, nè per la verità, i tiratori francesi erano
circa a dugento passi dalla via che percorrevamo, vedevano noi a occhio
nudo, come noi essi, e non osarono scendere sulla strada.
In Mentana però tutto non era finito: un millecinquecento uomini circa
vi restavano sempre; e quali per paura d’uscirne, come coloro che fin
da principio corsero a rimpiattarsi nelle case; quali per non saperne
trovare la via, come i tardivi o gli sbandati: quali per vender cara
la libertà e la vita, come i Bersaglieri di Burlando, che, dopo aver
bravamente combattuto tutta la giornata, si buttarono con un centinaio
d’altri compagni nel castello e vi si rinchiusero; quali infine per
non voler disperare della vittoria, come i Carabinieri livornesi, che
già caduto il sole, ultimo quadrato di Waterloo, combattevano ancora;
venivano tuttavia per ragioni e con propositi diversi a formare una
massa che a prima giunta, a nemico non bene certo della vittoria,
poteva parere temibile.
E infatti di fronte a questa folla di feriti, di dispersi, di nascosti,
di impotenti, i generali franco-papali s’arrestarono; e non solo non
ardirono entrare in Mentana, ma, vedi sapienza! sospesero persino una
ricognizione che avevano ordinato per quella sera, accontentandosi di
mettere le gran guardie a un mezzo tiro di fucile dal paese.[369] E
questo lo scrive proprio il generale francese, e il fatto conferma,
almeno in questo punto, il suo rapporto. Una cosa sola inesatta
sfuggì al signor De Failly, «che egli dormì sul campo di battaglia.»
Il valente Generale dimenticò che il campo di battaglia era Mentana
stessa, e che egli per quella notte dormì fuori.
Garibaldi non l’avrebbe mai immaginato, e convinto che Mentana sarebbe
stata nella sera stessa in potere del nemico, vedendo omai vana, e più
per le ragioni politiche che per le militari, ogni altra resistenza,
ordinò per la sera stessa la ritirata di tutto il corpo (circa tremila
uomini) su Passo Corese. Egli sapeva, come noi tutti, che a Passo
Corese l’attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini,
poichè la era inevitabile, il differirla con un infecondo spargimento
di sangue, o con un ludo teatrale di gladiatori, mascherarla.
Al mattino seguente, 4 novembre, al primo apparire del 59º reggimento
francese, che, sotto gli ordini del tenente colonnello Bresolles,
marciava in ricognizione sopra Mentana, una bandiera bianca issata
sul castello annunziava che i Garibaldini ivi rinchiusi intendevano
capitolare, e furono tosto intavolate le negoziazioni. Il maggiore
Burlando per i suoi stipulò che _tutti i Volontari chiusi in Mentana_
avrebbero deposte le armi e sarebbero stati ricondotti al confine
italiano da una scorta francese. I generali franco-papali mostrarono
intendere, ed amiamo ancora crederlo, per l’onore di Francia,
incolpevole equivoco, che pei soli _rinchiusi nel castello_ fosse
pattuito il partire così, laonde tutti quelli che trovarono per le vie
di Mentana, circa ottocento, li ritennero prigionieri di guerra e li
portarono, trofeo non legittimo, in Roma.
Ridire poi tutte le prove di valore e di sacrificio sarebbe
impossibile: empirebbero un poema. I settanta Carabinieri livornesi,
la vecchia guardia della giornata, lasciarono circa la metà de’ loro
sul terreno, fra i quali dodici morti, dei quali troviamo in un album
pietoso registrati i nomi che ci par sacro ripetere.[370] Era stato
degno di comandarli fino all’ultimo istante, fino a che gravemente
ferito ad un braccio cadde egli stesso, Carlo Mayer, nome in Livorno
onorato, già soldato e ferito d’altre campagne, colto intelletto e
nobile cuore, fra i rari superstiti di quella generazione di veri
volontari, di veri patriotti, e, sia pur detto, di veri uomini, che le
battaglie della vita, più ancora che le battaglie del campo, vennero
decimando. Cantoni di Bologna, il conte Bolis romagnuolo, bravamente
morirono. Egisto Bezzi, di cui basta il nome, Adami livornese, Stallo
genovese, Erba e Vigo Pellizzari di Milano, molti altri de’ quali il
nome non si conosce, caddero feriti e con uno stuolo non meno ammirando
di usciti illesi per prodigio da ogni più disperato sbaraglio,
confermarono al nome italiano l’immortalità del valore.
Che cosa faceva intanto il colonnello Paggi co’ suoi tre battaglioni?
Aveva egli scoperto il nemico, aveva visto il combattimento, aveva
sentito la fucilata ed il cannone? Tanto Menotti Garibaldi quanto
il generale Fabrizi gli mossero ne’ loro rapporti grave censura per
non aver prima d’ogni altra cosa avvertita la marcia dell’esercito
franco-papale per via Nomentana, e non essere disceso, una volta
impegnato il combattimento, ad attaccare il nemico alle spalle.
Ma il colonnello Paggi in un suo rapporto, edito da’ giornali, s’è
giustificato adducendo che il nemico, girando per le posizioni di
Casale e Romitorio su Mentana, passò lontano da’ suoi avamposti otto
miglia: che Monte Porci e Monte Lupari, oltre che essere anch’essi
assai lontani e fuor d’ogni vista dalle accennate posizioni di Casale
e Romitorio, erano stati il giorno prima per ordine di Menotti stesso
abbandonati: che egli era stato mandato ad occupare _Palombara_ fuori
affatto di linea, mentre dovea occupare il monte _Palombino_ dominante
la strada; che infine egli avea udito il cannone soltanto verso il
tocco e mezzo, ma che non avendo ricevuto alcun ordine di muoversi,
stimò di non poterlo fare sulla sua responsabilità.
A noi mancano tuttavia argomenti bastevoli per pronunciare un giudizio.
È certo però che il generale Garibaldi contava molto sulla vigilanza
e sull’intervento della colonna del Paggi, tanto vero che durante il
combattimento spedì guide ed ufficiali di stato maggiore a chiamarlo,
ed è altresì certo che se un solo battaglione di quella colonna fosse
comparso anche verso le tre alle spalle del nemico, l’effetto ne poteva
essere grande e forse decisivo.
Tale fu la giornata di Mentana. In essa si trovarono di fronte,
secondo i nostri ed i rapporti dello stato maggiore dell’esercito
alleato, 11,000 Franco-papali contro 4652 Garibaldini. Tutto l’esercito
pontificio sì mercenario che indigeno era uscito da Roma, ed il
generale Fabrizi calcolando ai 5000 uomini si tiene molto al disotto
del vero. Dell’esercito francese erano in linea tutto il 1º, il 29º e
il 59º reggimento di linea, un battaglione di cacciatori di Vincennes e
un’intera batteria d’artiglieria.
Le perdite de’ nostri, secondo le informazioni raccolte dal corpo
sanitario, ammontarono a circa 240 feriti e 150 morti, oltre a circa
900 prigionieri. I morti del nemico ascesero a 256, sui quali, fatta
la proporzione, si può calcolare il numero dei feriti. La differenza è
dunque tutta a danno de’ Franco-papali; i Garibaldini non ebbero altro
privilegio che di lasciare un maggior numero d’ufficiali sul campo di
battaglia.[371]