Tuttavia, convien confessarlo, il Generale prima di risolversi al
partito che da ogni parte gli veniva proposto, ed egli stesso aveva
chiaramente indovinato, esitò. Qual pensiero lo trattenne? Noi
nol potremmo mallevare: appena ci periteremmo a supporre che egli
sperasse ad ogni istante di veder l’esercito italiano marciare contro
il nuovo invasore e chiedergli così ragione del violato suolo della
patria. Nessuno stupisca: son pensieri di Garibaldi! Il condottiero
di Volontari che lietamente si sarebbe messo alla coda dell’armi
nazionali, non voleva con una mossa apparentemente ostile aggravare
la situazione politica, nè guastare quelle che per lui erano buone
intenzioni del Governo italiano e nelle quali ancora confidava.
Comunque, l’esitazione di Garibaldi, fosse pur figlia d’un’alta e
patriottica ragione, pesò sulla bilancia degli eventi che il futuro
prossimo maturava.
Nel dopo pranzo del 2 novembre parecchi messaggeri al quartier generale
recarono che le truppe pontificie, non si diceva ancora le francesi, si
apparecchiavano ad uscir da Roma per venire ad attaccare i Garibaldini
a Monte Rotondo. Queste notizie, sebbene non certe, tolsero Garibaldi
ad ogni incertezza, e tutte le disposizioni per la marcia su Tivoli
furono prese, caute e sapienti come l’arte più rigorosa poteva
suggerire.
Il movimento che stava per intraprendere, era una marcia sul fianco
sinistro; e ognuno sa i rischi e i pericoli di siffatte manovre. Però
Garibaldi era di fronte a due ipotesi ugualmente probabili: che il
nemico, già in marcia su Monte Rotondo, ci incontrasse nella nostra
marcia su Tivoli: che il nemico, avvertito della nostra partenza,
sboccasse da Roma, e scegliendo il luogo e il tempo, ci assalisse
sul nostro fianco. Importava quindi parare a queste due eventualità,
potrebbesi già dire probabilità, ed ecco come Garibaldi provvide.
A levante della via Nomentana, da Mentana a Tivoli, si spiega un
sistema di piccoli poggi popolati di frequenti villaggi, i quali
paiono gettati là dalla natura per guardare quella strada fino al
suo punto d’incontro colla strada Tiburtina. Qualora perciò fossero
state occupate quelle alture, coll’ordine di spingere avamposti
e ricognizioni sulle diverse vie che da esse sboccano sulla via
Nomentana, si sarebbe stati per lo meno sicuri di queste due cose: o
che il nemico sarebbe stato scoperto molto prima che potesse incontrare
la colonna marciante, la quale perciò avrebbe avuto tempo di spiegarsi
come e dove voleva; o che il nemico anche sfuggendo alle scoperte,
comunque e dovunque attaccasse la colonna, avrebbe sempre avuto sul suo
fianco destro od alle spalle la minaccia, ed occorrendo anche il peso
dei battaglioni stesi lungo tutte quelle posizioni avanzate, e cadendo
fra due fuochi si sarebbe inevitabilmente esposto al pericolo di una
rotta là dove sperava trovare una vittoria.
Fermo in questi concetti, il generale Garibaldi fin dal 1º novembre
avea mandato il colonnello Paggi con tre battaglioni (900 uomini)
ad occupare i villaggi di Sant’Angelo in Capoccia e Monticelli e le
alture più avanzate di Monte Lupari e Monte Porci con tutte quelle
prescrizioni d’avamposti, di sorveglianza e di precauzioni che abbiamo
indicate. Date queste disposizioni, Garibaldi stesso, nel pomeriggio
del 2, andava a riconoscere le posizioni nuovamente occupate da Paggi e
lo stradale da percorrersi, e tranquillo da questo lato tornava a Monte
Rotondo per dare in un ordine del giorno, tutto scritto di suo pugno,
le disposizioni finali della partenza, che importa trascrivere:
«Colonnello Menotti Garibaldi,
»Le colonne da voi comandate marceranno per la sinistra sulla via
di Tivoli.
»Nella marcia esse si terranno compatte il più possibile ed in
ordine.
»Sulla destra delle colonne in marcia e sulle strade che conducono
a Roma si dovranno spingere delle pattuglie a piedi e degli
esploratori a cavallo bastantemente lontani, per essere avvisati
a tempo a poter prendere posizioni, in caso dell’approssimarsi del
nemico.
»Sulle alture di destra della linea di marcia si dovranno pure
tenere delle vedette allo stesso scopo.
»Una vanguardia precederà le colonne ad una distanza per lo meno
di millecinquecento a duemila passi, ed essa sarà preceduta pure da
esploratori e fiancheggiatori competenti.
»Una retroguardia pure molto importante, con rispettive guide
indietro a considerevoli distanze, per avvisare di qualunque cosa
utile.
»Questa retroguardia non deve lasciare dietro di sè un solo
individuo delle colonne ed un solo carro o bagaglio.
»L’artiglieria e munizioni marceranno nel centro.
»I bagagli, i viveri, ec. potranno marciare in testa od in coda
delle rispettive colonne.
»Si raccomanda ai comandanti le colonne il buon ordine che col
valore dei nostri Volontari deve acquistarci la stima delle
popolazioni.
»Monte Rotondo, 2 novembre 1867.
»Il Capo di Stato Maggiore
»N. FABRIZI.
»G. GARIBALDI.»
L’ordine di marcia dapprima era fissato per l’alba del 3; se non che
il colonnello Menotti, opponendo la necessità di una distribuzione di
oggetti di vestiario e specialmente di scarpe, arrivate poco prima,
pregava il padre a sospendere la partenza fino alle 11 del giorno
stesso.
Garibaldi, pieno di paterna fede nella voce del figlio, si arrese,
e quel che gli abbia costato quella condiscendenza l’evento lo
dimostrerà. Che cosa era mai il bisogno, fosse pur sentito, di
scarpe, davanti alla suprema necessità d’una marcia manovra di quella
importanza e natura, gravida di tanti pericoli e di tanti effetti,
e fallita la quale, tutto era perduto? Come si poteva posporre il
principale all’accessorio? Come intraprendere una marcia, che doveva
esser fatta di soppiatto, in pieno mezzogiorno? Basti il dire che alle
11, marciando anche senza scarpe, tutta la colonna sarebbe stata a
Tivoli; e che i Pontifici, giungendo in faccia a Mentana, l’avrebbero
trovata vuota. Quale scacco per i generali francesi! Quale trionfo per
Garibaldi!
Non si potè naturalmente partire che a mezzogiorno. Garibaldi poco
prima aveva spedito un altro messo all’Orsini, subentrato al Nicotera,
perchè sollecitasse la sua marcia su Tivoli, e quando vennero ad
avvertirlo che tutto era pronto per la marcia, si mosse senza dir
verbo, pensieroso e triste, zufolando per le scale una sua vecchia
canzone d’America,[367] quasi volesse dai ricordi di quei giorni
gloriosi trarre gli auspicii del destino al quale andava incontro. Indi
montò a cavallo ed al galoppo, cosa insolita in lui, passò via, rapido
e silenzioso davanti ai battaglioni schierati in battaglia lungo la
strada di Mentana, e poco dopo dietro a lui tutta la colonna si pose in
cammino.
Il servizio d’esploratori e fiancheggiatori, oltre ad un manipolo di
guide mal montate e per la maggior parte nuove a quel delicatissimo
servizio, fu affidato al 1º battaglione dei Bersaglieri genovesi,
comandati dal maggiore Stallo. Dietro dovevano seguire, sempre
come avanguardia, i due altri battaglioni di bersaglieri, il 2º de’
Genovesi, comandato da Burlando, e il 3º dei Lombardi e Romagnoli
comandato da Missori, e con essi la compagnia de’ Carabinieri
livornesi, forte non più di 70 uomini, sotto gli ordini del capitano
Mayer. Ora senza rivangare qui le molte ragioni che possono avervi
influito, ma incontrastabilmente per la principalissima che la
distribuzione del mattino avea disturbato le ordinanze, il fatto sta,
e importa notarlo, che tra l’avanguardia e il corpo principale sparì,
appena staccata la marcia, ogni intervallo, talchè persino l’estrema
punta del maggiore Stallo non potè che assai malamente adempiere
all’ufficio suo di scoprire il nemico e di proteggere la testa e il
fianco della colonna marnante. D’altra parte il colonnello Paggi, che
avea spedito al comando generale a prendere nuove istruzioni, riceveva
firmato dal signor Berna, capo di stato maggiore del colonnello
Menotti, l’ordine di lasciare Monte Porci e Monte Lupari e di andare
colle stesse forze ad occupare Palombara (se il Paggi aveva letto
bene), paese a settentrione delle posizioni prima occupate, rivolto a
tutt’altra direzione e che nulla avea a che fare nè colla via Nomentana
nè con nessun’altra via onde il nemico potesse sboccare. Quest’ordine
accrebbe nella mente del Paggi la confusione, laonde la sorveglianza
che egli stesso dovea esercitare sulla via Nomentana, divenne disforme
interamente dalle istruzioni del Generale in capo, e affatto illusoria.
A sommar tutto, gli ordini chiari, accurati e precisi dati da Garibaldi
non furono che imperfettamente eseguiti e negligentemente sorvegliati,
onde non sarà gran meraviglia se il nemico potrà quasi improvviso
piombare sulla testa della colonna garibaldina e prima ancora che ella
si fosse riavuta dalla sorpresa costringerla a duro cimento.