Ed eccoci a quel viaggio d’Inghilterra che per il modo onde fu
avviato e condotto, il clamore che menò, gli spettacoli che offerse,
i sentimenti che suscitò, i commenti a cui porse occasione divenne non
per Garibaldi e l’Italia soltanto, ma per buona parte d’Europa, un vero
avvenimento.
L’idea di veder Garibaldi nel loro paese non era nuova nei cervelli
inglesi, e fin dal 1862, e prima e dopo Aspromonte, a voce e per
iscritto, vecchi e novelli amici gliene avevan più volte ripetuto
l’invito. Il Generale però, pur protestandosi desiderosissimo di
ringraziare in persona il popolo inglese per il grande patrocinio
prestato in ogni tempo alla causa italiana, s’era sempre schermito
dal prendere alcun impegno definitivo. E ciò non tanto per l’argomento
della sua infermità, divenuto dopo Aspromonte, achilleo davvero, quanto
perchè non si sentiva in fondo all’animo abbastanza tranquillo circa
all’opportunità di quel viaggio che poteva vestire le apparenze d’una
vanitosa questua d’onori, e risolversi, anche contro sua volontà, nel
clamore d’un trionfo senza alcun beneficio per l’Italia.
Tuttavia, quando in sul finire del 1863 corse la notizia che il
Generale poteva coll’appoggio d’un tenue bastoncello passeggiare
francamente per l’Isola e che perciò quell’impedimento della salute,
l’unico riconosciuto dagli Inglesi, era cessato; i fautori del viaggio
gli furono novamente addosso con tanta concordia e tanta insistenza che
non gli fu più possibile pagarli di risposte evasive, e gli convenne
prendere un partito.
Nè si creda, come a taluno parve, che quei promotori o fautori fossero
pochi ed oscuri. V’erano persone di tutti i ceti e di tutte le parti,
_Whigs_ e _Tories_, nobili e popolani, commercianti ed avvocati,
segretari di Stato e membri del Parlamento, lordi scritti da secoli
nel _peerage_ e dame accolte ne’ penetrali più rigidi della società
inglese; v’era tutto ciò che in un paese di libertà e di discussione
forma, illumina e dirige l’opinione pubblica, se pure in quel caso
l’opinione pubblica non era anticipatamente formata dal consenso
istintivo del popolo intero.[258] Nè si vuol dire che queste persone
fossero mosse da un solo pensiero; come suole accadere, i motivi
personali si frammischiavano anche allora ai pubblici, ed è assai
probabile che i sentimenti di simpatia all’Italia e d’ammirazione
pel suo eroe non fossero le sole molle eccitatrici di tutto
quell’entusiasmo. Così, a mo’ d’esempio, mentre i _Whigs_ caldeggiavano
il viaggio, perchè vi scorgevano un mezzo di accrescere la popolarità
del Governo; i _Tories_ lo favorivano per il motivo precisamente
opposto, che il Ministero vi avrebbe trovato una certa cagione di
triboli e di guai: così intanto che i radicali, i socialisti, i
rivoluzionari, gli agitatori e i congiurati di tutte le cause e di
tutte le patrie, di cui la metropoli era il grande asilo, sollecitavan
la venuta di Garibaldi più per la speranza di farne uno strumento delle
loro idee e un vessillifero delle loro imprese che per il desiderio di
festeggiare la sua persona e rendere omaggio alle sue virtù, il popolo,
scevro di secondi fini, lo desiderava ed aspettava ansiosamente solo
per mirare in lui uno dei più nobili frutti del suo sangue; povero,
semplice, ingenuo, figlio delle sue opere come lui: il marinaio
divenuto redentore di popoli, e creatore di re.
Un dubbio solo restava a chiarire: fino a qual punto il Governo,
rappresentato a que’ giorni dal Gabinetto Palmerston, gradisse
quel viaggio e fosse disposto a favorirlo. Lord Palmerston infatti,
richiesto a nome del Comitato per il ricevimento di Garibaldi (poichè
un Comitato s’era già formato e lo presiedeva quello stesso signor
Richardson che aveva istituito il Comitato per le manifestazioni
garibaldine ai giorni d’Aspromonte), aveva manifestato intorno a quel
disegno un aperto scontento, non già perchè fosse o amasse apparire
freddo ammiratore del Generale, del quale pensava «che non avrebbe
mosso un dito per recar disturbi all’Inghilterra;[259]» ma perchè
non sapeva fino a qual segno l’agitazione popolare suscitata dalla
sua venuta potesse trascorrere, nè in qual modo un’accoglienza anche
semiufficiale potesse essere interpretata dai potentati, specie da
Napoleone III, del quale, ardendo la contesa dano-germanica, apprezzava
più che mai l’amicizia. Però resistette, traccheggiò, chiese proroghe,
suscitò inciampi; e sol quando i membri del Comitato per il ricevimento
gli fecero intendere che Garibaldi sarebbe venuto anche contro il suo
consenso, mutò tattica e volse tutto il suo ingegno a fare in guisa
che l’avvenimento ormai inevitabile gli tornasse più innocuo o meno
pericoloso.
Fra i più entusiasti di quel viaggio v’erano certi signori Chambers
di Liverpool, marito e moglie, entrambi devoti al Generale e per le
cure prodigategli durante la sua infermità al Varignano ed a Pisa a
lui singolarmente cari: egli, il marito, rispettabile _tory_, maggiore
della milizia e colonnello dei _Rifles Volunteers_ della sua contea,
ma per l’indole flemmatica e aliena dalle brighe pubbliche assai più
inclinato a secondare le voglie della moglie che a dirigerle; ella
donna di scarse attrattive femminili, ma dotata in cambio di tutta la
energia che mancava al marito, invasata da quello ardore d’apostolato
che in molte donne della sua razza fa singolar contrasto collo
spirito di famiglia e il culto della _home_, e che essendosi fitta
in capo di condurre il Generale in Inghilterra s’era fatta oramai di
quest’impresa, lo scopo supremo della sua volontà tenace e della sua
febbrile operosità.
Ora, come tutto ciò era noto in Inghilterra, ad essi principalmente il
Comitato del ricevimento affidò il mandato di riannodare la pratica
del viaggio e di concertare tutto quanto fosse necessario alla sua
effettuazione.
Però s’intende che essi, la signora principalmente, non si fecero
pregare; giunsero in sullo scorcio di gennaio a Caprera, vi si
insediarono senza cerimonie e posero tosto il Generale in un vero
stato d’assedio. La signora Chambers non gli lasciava, staremmo per
dire, un istante di tregua; gli entrava in camera, lo seguiva alla
passeggiata, ne interrompeva i lavori, ne turbava le ore a lui più
care della meditazione e della solitudine, e sempre e dappertutto per
parlargli d’un argomento solo: il viaggio d’Inghilterra. Ora gli recava
i giornali che pronosticavano il suo arrivo, ora gli mostrava lettere
di questo o quell’Inglese che l’invitavano al viaggio, ora disputava,
ora pregava, ora per convincerlo dipingeva con enfatici colori le
accoglienze che lo attendevano: le contentezze della nobiltà; le gioie
della _city_; l’entusiasmo del popolo. Il Generale però esitava sempre;
sicchè può affermarsi che poche risoluzioni furono da lui più dibattute
e ponderate di quella. Due dubbi principalmente gli battagliavano
nell’animo e lo tenevano perplesso. Qual era il pensiero del Governo
britannico intorno a quel suo viaggio; quale profitto avrebbe potuto
ritrarne l’Italia? E poichè da un canto le esitanze del Palmerston
duravano sempre, e dall’altro la parola d’ordine mandata alla signora
Chambers era di togliere al viaggio qualsiasi colore politico e molto
più rivoluzionario, così le due principali obbiezioni del Generale
continuarono a restare lungamente intatte e i negoziati a non
progredire d’un passo.
Sui primi di marzo però arrivarono all’infaticabile plenipotenziaria
decisivi soccorsi. Dicemmo che Lord Palmerston, veduta l’impossibilità
di scongiurare un avvenimento che ormai l’Inghilterra tutta voleva,
aveva da quell’accorto uomo che era finito coll’acconciarvisi,
riserbandosi soltanto di studiare co’ suoi amici il modo onde
cansarne o almeno scemarne i probabili pericoli e i certi fastidi.
E il modo fu ben presto trovato. Anzitutto per levare viemeglio dal
viaggio ogni ombra d’intento politico si doveva propalare la voce, e
non mancavano giornali all’uopo,[260] che il Generale, non per anco
ristabilito dalla sua ferita, venisse solo in Inghilterra per cercare,
in un clima diverso, un ristoro alla sua malferma salute; poscia
importava fare in guisa che il Generale appena messo piede sul suolo
britannico fosse circondato da tali persone e cadesse in tali mani che
gl’impedissero, senza parere, qualsiasi scarto e, assopendolo tra le
carezze e cingendolo di catene di rose, lo tenessero, a sua insaputa,
prigioniero. Così fermato il disegno, l’esecuzione fu un portento
di abilità e di esattezza. Il signor Seely, membro del Parlamento e
insieme del Comitato promotore, cominciò ad accaparrarlo per la sua
villa di Brook-House nell’isola di Wight, dove avrebbe potuto, diceva,
rimettersi dai disagi del viaggio prima d’accingersi alla maggior
fatica dell’ingresso in Londra; ma dove infatti era convenuto dovesse
passare una specie di quarantena, la quale desse modo a’ suoi ospiti
di scrutarne le intenzioni, catechizzarne lo spirito ed apparecchiarne
il contorno. Nello stesso tempo il Duca di Sutherland gli scriveva per
offrirgli la principesca ospitalità del suo palazzo di Stafford-House,
più volte insistendo perchè non gli fosse negato tanto onore. Infine
il signor Thornton Hunt, segretario, o uno dei segretari privati di
Lord Palmerston, parlando in proprio nome, ma lasciando intendere che
era certo d’interpretare i propositi del suo Ministro, toglieva su
di sè di vincere quella che fin allora era stata una delle più forti
obbiezioni del Generale, assicurandolo che il governo della Regina
non poteva nutrire alcun sentimento avverso ad un fatto che non solo
era voluto dalla grande maggioranza del popolo britannico, ma tendeva
ad onorare una delle più schiette personificazioni del patriottismo
e della virtù; certo, soggiungeva, non era quello il caso di parlare
di accoglienze ufficiali; ma qualora tanto il Generale quanto i suoi
amici si fossero studiati a spogliare la visita desiderata da ogni
carattere politico, impedendo sopratutto che potesse mai degenerare
in pretesto di agitazioni e di tumulti, egli, il signor Hunt, poteva
quasi star mallevadore che così Lord Palmerston come i suoi colleghi
sarebbero stati lietissimi d’incontrare dove che sia l’ospite onorato
dall’Inghilterra, e associarsi come cittadini inglesi al meritato onore
che la loro patria gli tributava.[261]
Al ricevere di questi iterati inviti, alla lettura di queste lettere,
il Generale si diede per vinto; e non già perchè le offerte del signor
Seely, o del Duca di Sutherland lo avessero sedotto o le dichiarazioni
del segretario Hunt appagato: ma perchè dopo due anni di negoziati, di
dispute, di lotte, egli pure era all’estremo delle sue forze; perchè
una volta assicurato che al desiderio del popolo inglese s’associava
il consenso del suo Governo, non avrebbe più potuto senza taccia di
selvatichezza rispondere a tanta cortesia con un rifiuto; perchè se
anco gli fosse impedito di bandire ai quattro venti quale fosse il
vero ed ultimo scopo della sua visita e quali aiuti sperasse ritrarre a
profitto della sua Italia, si lusingava tuttavia che non gli sarebbe o
prima o poi mancata l’occasione di farlo intendere in segreto; perchè
infine se non poteva propriamente definire in che quell’ultimo scopo
avesse a consistere ed a quale impresa quegli aiuti dovessero servire,
sperava sempre che da cosa nascesse cosa, e che in ogni caso le
circostanze l’avrebbero ispirato e la fortuna come sempre soccorso.
Ed è questo un punto che nella storia di quest’episodio non va
dimenticato. Garibaldi non aveva intorno al suo viaggio in Inghilterra
alcun fermo e chiaro concetto: avrebbe voluto che non isterilisse
in una vana mostra; ma in qual modo renderlo fecondo, egli pel primo
sarebbe stato incapace ad affermare. Più volte infatti, interrogato
da chi l’attorniava,[262] che cosa si farebbe in Inghilterra? dava
risposte diverse e contradittorie: ora accennava in confuso all’idea
di armar in qualche porto inglese uno o più bastimenti per muovere
una disperata guerra di corsari contro l’Austria allora impegnata
nel litigio danese; ora delineava vagamente progetti di spedizioni
in Grecia o in Polonia; ora carezzava il disegno di raccogliere in
Inghilterra denari ed armi per una futura impresa veneta; ed altre
siffatte fantasticaggini. Delle quali fantasticaggini però era utile
toccare per mettere in sodo fin da principio che nessuna libidine di
popolarità, nessuna vanità di pompe e di trionfi spingeva l’eroe a
quel pellegrinaggio; ma soltanto la speranza, vaga, annebbiata, finchè
si voglia, di poter giovare un’altra volta, come si fosse, alla causa
della patria sua, alla causa di tutti i popoli oppressi, per la quale
andava, da circa trent’anni, apostolo armato pel mondo predicando e
combattendo.