In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini,
ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ordinamento d’una
spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna
secondava a spingersi anche nel Regno.
Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi
Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in
sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva
ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato
penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’altra si raccoglieva nelle
Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro
erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla
costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi
alle altre colonne.
Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di
Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica
sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della
rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione
trionfava, o a rovinare l’Italia, se la rivoluzione soccombeva.
Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione
trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma,
scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini
dell’intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione
fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la
fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli
esecutori, il metodo d’esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre
governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura,
scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune
ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al
sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si
studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ideata impresa.
In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro
di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito
d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti
vennero pel minor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le
truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese
per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena
radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini
di Garibaldi.
Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe
prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò
chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi
convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi
meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata
in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i
volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la
Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo,
faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser
sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio
dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno
a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la
sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi,
sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le
schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad
annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il
Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate
tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e
proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una
cannoniera della marina sarda, la _Gulnara_, navigava per Terranova
onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per
Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt
e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui
due piroscafi il _Franklin_ e il _Torino_, approdavano nel pomeriggio
del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la _Gulnara_
e da essa ricevuta l’intimazione di continuare la rotta volenti o
nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono.
Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Toccata
con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del
passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e
persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa; udito
dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita
legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo
addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione
romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma
si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli,
delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli
Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia.
Di tutte le azioni di Garibaldi questa fu quella che i repubblicani gli
perdonarono meno; ma pochi converranno nella loro sentenza. Certamente
egli, non che approvata aveva consigliata e affrettata la spedizione
negli Stati pontificii; talchè fa meraviglia che nel suo libro de’
_Mille_, dopo d’averla dichiarata _inutile_, anzi _nociva_, la rinfacci
poi con amare parole a coloro che pur la ordinarono e apparecchiarono
col suo esplicito consenso, stimolati e spinti fino all’ultimo istante
da lettere e telegrammi suoi, che lo scrittore dei _Mille_, più labile
di memoria del loro Capitano, può aver dimenticato, ma che la storia
non può scancellare.[109]
Ma ciò detto, il torto di Garibaldi si ferma qui. Generalissimo di
tutte le forze popolari in Italia, Dittatore d’uno Stato, garante
in quell’ora delle sorti della patria che a lui principalmente si
affidava, egli non solo aveva il diritto di muovere le sue insegne e
mutare i suoi disegni a seconda delle opportunità, e giusta il criterio
ch’egli via via se ne formava; ma n’aveva il preciso dovere. Pessimo
de’ Capitani colui che ad una male intesa fedeltà a formole preconcette
e convenzioni partigiane sacrifica la vittoria, prima e suprema
sua norma. I Mazziniani che consideravano di quella spedizione più
l’aspetto politico che militare, potevano credere sufficiente trionfo
della parte loro, anche la sola iniziativa; ma di questo Garibaldi,
uomo di guerra, non poteva appagarsi.
Più che alla gloria d’un partito egli guardava alla grandezza d’Italia,
e in ciò stava la sua eccellenza.
Che fossero primi a entrare nelle Marche e nell’Umbria le camicie rosse
o i cappotti bigi: che di far l’Italia egli dovesse dividere l’onore
con Vittorio Emanuele nulla gli caleva, se non è anche più giusto il
dire che gli caleva questo solo: di veder tutti gli Italiani uniti e
concordi affinchè la grand’opera si compisse più presto. Oltre di ciò
era naturale che giunto vittorioso al Faro, e in procinto di tentare
un altro passo decisivo, egli reputasse assai più saggio afforzarsi
nel suo campo per fornire prestamente la ben incominciata impresa,
anzichè sperdere le sue forze in un’avventura nuova, lontana e piena
tuttora d’alea e di difficoltà, osteggiata dal Governo nazionale,
temuta da buona parte degl’Italiani, e conducente ad una mèta, se pur
vi conduceva, alla quale per una via più lunga, ma più certa, poteva e
voleva arrivare quando che sia egli stesso.