Se la passata nel Regno era caldeggiata da quei medesimi che prima
l’avevano sconsigliata, l’eseguirla era impresa assai meno facile
di quanto, anche ai credenti nel genio e nella fortuna di Garibaldi,
potesse apparire.
L’esercito borbonico, non ostante le defezioni e le perdite, poteva
sempre mettere in linea un centomila uomini, e Garibaldi, sommati
insieme i Mille, le tre spedizioni Medici, Cosenz e Sacchi, la brigata
Türr di stanza a Catania e la brigata Bixio staccata a Taormina,[108]
non riusciva a rassegnarne diecimila. La flotta nemica teneva sempre
il mare con dieci fregate e cinque corvette a vapore, due vascelli e
quattro fregate a vela, senza contare i legni minori; e a tutte quelle
moli era già molto se la nascente marina siciliana poteva contrapporre
quattro o cinque piroscafi armati per ripiego, ed assolutamente
incapaci, non che a misurarsi col potente avversario, di recare, ad
una impresa tanto fortunosa qual è sempre uno sbarco di truppe, alcun
valido soccorso. E v’ha di peggio. La posizione dei Regi sullo Stretto
era formidabile. Dodicimila uomini protetti da una fitta linea di
forti guardavano da Bagnara a Reggio la costa calabrese; due grosse
fregate, il _Fieramosca_ e la _Fulminante_, fiancheggiate da legni
minori correvano il Canale e vi spadroneggiavano, infine sulla stessa
costa sicula possedevano nella cittadella di Messina un posto avanzato,
il quale, se altro non poteva, s’insinuava pur sempre come una spia
insidiosa nel campo garibaldino e nuoceva al segreto ed alla libertà
delle sue mosse.
Primo pensiero di Garibaldi perciò fu di uscire dalla città al
più presto e di trapiantarsi a Punta di Faro. E fu ispirazione
provvidenziale. Nessun luogo più opportuno all’impresa che Garibaldi
apparecchiava, di quella specie d’Istmo che costituisce la estrema
punta settentrionale dello Stretto e che, ora dalla sua forma e
giacitura, ora dalla torre che l’illumina, si chiama alternamente,
_Punta, Capo o Torre di Faro_. Posta tra l’alto mare e la parte
più angusta dello Stretto, essa era al tempo stesso un agguato, una
sfida ed uno zimbello. Un agguato, perchè nascondeva sempre la doppia
opportunità, o di traversare all’improvviso il Canale o di gettarsi
al largo per rischiare uno sbarco sopra un altro punto della costa
napoletana; una sfida, perchè minacciava, come un’opera avanzata, la
riva nemica, e opportunamente armata poteva ribattere i fuochi de’ suoi
forti e delle sue batterie; uno zimbello, perchè costringeva i Regi a
tenervi fissi gli occhi, ed a perdere di vista, per quel solo, tutti
gli altri punti.
Nessuno pertanto di questi vantaggi era sfuggito all’occhio esperto
del nostro Capitano; e senza aver in mente alcun concetto definito e
compiuto deliberò frattanto di fare di quella lingua di terra, obliato
nido di pescatori, la base delle sue operazioni e il campo delle sue
forze.
Eccolo quindi trasferire colà il suo Quartier generale: riunirvi le
due brigate Medici e Cosenz, tenendo pronta a raggiungerle quella del
Sacchi; farvi costruire batterie, ordinando all’Orsini di montarvi i
cannoni di grosso calibro presi a Milazzo ed a Messina; raccogliervi
infine, sotto gli ordini del Castiglia, un centinaio di barche da
pesca, che dovevano nella mente sua comporre la flottiglia da sbarco, e
tener il posto delle fregate da guerra di cui il nemico andava superbo.
Convintosi però che uno sbarco in massa, di viva forza, lungo lo
Stretto, era impossibile, Garibaldi deliberò sperimentare in sulle
prime il sistema dei colpi di mano, delle sorprese, degli assalti
alla spicciolata, mercè i quali afferrare un caposaldo sulla riva
opposta e preparare un colpo più decisivo. Infatti, nella sera dell’8
agosto, commetteva al calabrese Musolino di tentare, con una scelta
mano di volontari (lo secondavano come ufficiali, Missori, Alberto
Mario, Vincenzo Cattabeni), la sorpresa del forte Cavallo, e la
sommossa dell’ultima Calabria; e tre sere dopo, ordinava a Salvatore
Castiglia di sbarcare presso Alta Fiumara con altri quattrocento
uomini, che dovevano andare in rincalzo de’ primi e impadronirsi con
essi di qualche punto della costiera. È vero che nessuno di questi
tentativi riuscì: Musolino al primo colpo di cannone del forte, veduta
impossibile la sorpresa, non tentava nemmeno l’assalto e si rifugiava
nei forestali dell’Aspromonte; le barche del Castiglia, fulminate
dai fuochi incrociati delle fregate e delle batterie di terra, erano
costrette a virar di bordo e a ricorrere più che frettolose sotto la
tutela del Faro; ma ciò non ostante chi reputasse questi conati tutti
del pari infruttuosi, s’ingannerebbe a partito. Se altro buon effetto
non erano atti a produrre, questo di certo fruttavano: stancheggiavano
con allarmi e marcie continuate il nemico; ne dividevano le forze e
ne confondevano le idee, e sopra ogni cosa lo confermavano e quasi
indurivano nell’errore che unico disegno degl’invasori fosse la
traversata diretta del Canale: errore che Garibaldi aveva veduto
nascere con gioia, ch’egli stesso s’era studiato di nutrire e di
crescere, e che gli aprirà tra breve le porte del Regno.
Quando infatti vide i Borbonici ben bene sprofondati nell’illusione,
e fu certo ormai che tutti i loro sguardi e tutte le loro forze erano
converse all’unico punto del Faro, Garibaldi commette al Sirtori il
comando supremo dell’esercito, gli raccomanda di continuare come prima
in quelle finte e in quegli apparecchi che avevano tanto giovato fino
allora, e la notte del 12 scompare.
Dov’era andato?