Tuttavia le notizie della Sicilia tornavano quella volta troppo gravi
ed insistenti perchè Garibaldi non dovesse impensierirsene. Il 7
aprile era a Torino, condottovi, come vedemmo, dall’interpellanza sulla
cessione di Nizza, quando si presentavano, quasi improvvisi, nella sua
stanza Francesco Crispi e Nino Bixio. Venivano entrambi da Genova;
avevan recenti novelle dell’insurrezione; chiedevano a nome degli
amici comuni, per l’onore della rivoluzione, per carità della povera
Isola, per la salute della patria intera, che Garibaldi si mettesse a
capo d’una spedizione d’armati e la conducesse egli stesso in Sicilia.
L’eroe sfavillò al magnanimo invito, ma il condottiero esitò; e quando
finalmente, vinto dalle pertinaci istanze de’ suoi amici, rispose
d’accettare, fece ancora una riserva: che la rivoluzione fosse tuttora
viva e tenesse fermo fino al suo arrivo.
Partirono paghi della risposta i due amici, e reduci a Genova si
accontarono tosto co’ più intimi della parte loro, con Agostino Bertani
principalmente, per la scelta e l’allestimento de’ mezzi. Occorreva
uno, e forse due piroscafi, e di questi si tolse l’assunto Nino Bixio;
occorrevano armi e danari, e per questi fidavano soprattutto nel
Comitato del _Milione di fucili_, fattura, a dir così, di Garibaldi,
che chiudeva già in cassa una discreta somma e nascondeva in certi
arsenali di Milano alcune migliaia di carabine colle rispettive
cartuccie.
Quanto poi a’ soldati, nessun timore che difettassero. Da mesi migliaia
di giovani non facevano che attendere un segnale; bastava che Garibaldi
mandasse una voce, facesse un cenno, perchè vedesse balzar dal suolo
legioni. E tuttavia, nel primo suo concetto, non era con un Corpo
irregolare e improvvisato di Volontari che la spedizione di Sicilia
avrebbe dovuto iniziarsi. Anco qui di sotto all’eroe traspariva il
capitano. Non che avesse perduto la fede nell’armi popolari, molto
meno ne’ suoi vecchi commilitoni; ma unico, forse, fra quanti lo
consigliavano, a giudicar con occhio esperto tutte le difficoltà
dell’impresa, non gli pareva troppo il tentarla con un’agguerrita e
ordinata milizia.
Però, cosa fin qui non risaputa, appena ebbe impegnata co’ Siciliani
la sua parola, Garibaldi presentossi al re Vittorio Emanuele, e
confidatogli tutto il disegno, gli chiese se avrebbe permesso ch’egli
si togliesse seco una delle brigate dell’esercito; precisamente la
brigata Reggio, un reggimento della quale era comandato dal Sacchi, e
contava così nelle file come ne’ quadri numerosi avanzi delle antiche
falangi garibaldine. E Vittorio Emanuele, il quale probabilmente non
aveva ancor consultato il conte di Cavour, nè ben ponderate tutte le
ragioni della domanda che gli era rivolta, non assentì, ma non dissentì
nemmeno apertamente; onde Garibaldi, chiamato con gran diligenza il
Sacchi e riferitogli il colloquio avuto col Re, fidando senz’altro
sulla devozione del suo più antico luogotenente di Montevideo, gli
disse di tenersi pronto a seguitarlo col suo reggimento. Esultò il
Sacchi; e tornato ad Alessandria e confidato il segreto a’ più intimi
suoi ufficiali, il Pellegrini, il Grioli, l’Isnardi, il Chiassi, il
Lombardi, n’ebbe da tutti la stessa risposta ch’egli aveva data a
Garibaldi. Se non che, era sogno troppo dorato. Scorsi pochi giorni,
Garibaldi richiamava a Torino il Sacchi, e gli annunziava che il
re Vittorio non solo negava il suo consenso al noto progetto, ma
raccomandava che l’esercito stesse più serrato e disciplinato che
mai, pronto a fronteggiare tutti gli eventuali nemici che gli stessi
avvenimenti del Mezzodì potevano suscitare.
E così fu che il posto assegnato, nella mente di Garibaldi alla brigata
Reggio, toccò ai Mille. Certo che quell’idea rasentava l’utopía; nè
era presumibile che Vittorio Emanuele, re prudente ed accorto se mai
ve ne fu, e conscio de’ suoi doveri costituzionali, avrebbe impegnato
la sua regia parola in un complotto che gettava il suo Stato novello
nell’ignoto d’un’avventura, ed equivaleva ad un’aperta dichiarazione di
guerra.
Valga piuttosto il fatto, quale sulla fede di non disputabile
testimonianza l’abbiamo narrato,[18] a chiarire sempre più in quale
confidente abbandono d’ogni più riposto loro pensiero vivessero a que’
giorni il Re Galantuomo e il Condottiero popolare, ed a riattestare
in faccia alla storia, se pur ve n’ha mestieri, quanto fosse grande la
complicità della Monarchia in quella congiura fortunata, che ebbe per
prologo Marsala e per lieta catastrofe l’unità nazionale.
E sia pur vero che quella complicità sia stata, in sulle prime
segnatamente, peritosa, ambigua, negativa: chiunque abbia senso delle
necessità d’uno Stato, e memoria de’ pericoli che attorniavano a que’
giorni l’Italia, intende che non poteva essere diversa. La rivoluzione
poteva azzardar tutto su una carta; la Monarchia no. L’alleanza
della Monarchia colla rivoluzione non poteva essere effettuabile e
fruttuosa che a due patti: che entrambe operassero a seconda della loro
natura, e che l’una non usurpasse le parti e non intralciasse l’azione
dell’altra. Un partito rivoluzionario che si fosse proposto procedere
coi riguardi, le cautele, gli scrupoli d’un governo costituito, si
sarebbe esausto nelle sterilità; un Governo che avesse voluto seguir
gli andamenti, imitare le audacie e affettare la irresponsabilità d’un
partito rivoluzionario, si sarebbe infranto contro la lega di tutti gli
altri governi costituiti, e avrebbe trascinato nella propria rovina la
causa stessa che voleva difendere. Era lecito a Garibaldi ed a’ suoi
tentare il magnanimo giuoco, poichè al postutto si arrischiavano bensì
molte vite preziose, ma non la patria tutta; il Governo del nuovo Regno
d’Italia, responsabile non solo dell’esistenza sua, ma dell’avvenire
della nazione intera, non poteva, senza abiura della sua stessa
missione, correre la medesima sorte.
Queste pertanto e non altre le ragioni della politica all’aspetto
obliqua, dubbiosa e talvolta bifronte del conte di Cavour alla vigilia
di Marsala. Il problema che per Garibaldi era semplicissimo, per lui
era terribilmente complesso ed aggrovigliato. Egli non poteva certo,
senza offendere il sentimento della universalità degl’Italiani, guardar
con occhio indifferente la sommossa siciliana, molto meno lasciarla
strozzare disperata d’ogni soccorso; ma non poteva nemmanco farsene
aperto campione, nè recare ostensibilmente un aiuto che avrebbe svelato
anzi tempo il fine ultimo della sua politica, e attirato sopra il
giovine Regno italiano la collera sino allora delusa e blandita di
tutta l’Europa conservatrice. Poteva però permettere che l’aiuto si
recasse, o fingere di non poter impedire che fosse recato; ma perchè
questa tattica, non grande per fermo, ma certo utilissima, sortisse
tutto il suo pieno effetto, gli era mestieri appunto di quell’arte
occulta, sottile, prestigiosa, lesta di mano e larga di coscienza che
offende le anime rettilinee e cavalleresche, e spiace in sulle prime ad
amici e nemici; ma vien poi sempre perdonata, tanto è umana essa pure,
in virtù dello scopo e in grazia del successo.
E così fece. Che il conte di Cavour avesse scorto fin da’ primi giorni
la grande importanza del moto siciliano, lo accerti questo solo: che
prima ancora di conoscere gl’intendimenti di Garibaldi, egli fece
chiedere al generale Ribotti[19] (quel medesimo che aveva comandato
i primi corpi volontari di Modena e di Parma), se, venendo il caso,
avrebbe consentito d’andare a capitanare anco gl’insorti di Sicilia.
Poscia ebbe egli pure, come li avrà più tardi Garibaldi, alcuni giorni
di dubbiezza e d’indecisione: le novelle di Sicilia non venivano
più così propizie; già correva voce che l’insurrezione agonizzasse
nei monti; e naturalmente l’uomo di Stato prima di dar un passo e di
scoprire i suoi intendimenti esitava.
Tuttavia, quando intese che la lotta nell’Isola persisteva e che
Garibaldi s’era impegnato a soccorrerla; quando udì intorno a sè gli
esuli di Napoli e di Sicilia preganti per la loro terra nativa; quando
vide tra i complici e i fautori dell’insurrezione i suoi stessi amici
e più fidati seguaci; quando s’accorse che il grido per la Sicilia
non era artificio d’un sol uomo o d’un sol partito, ma eco schietta
e profonda d’un sentimento dell’intera nazione; allora non vacillò
più, e concesse a’ soccorritori tutto quello che a governante di Stato
ordinato era lecito concedere: la balía di prepararsi, d’armarsi, di
salpare all’ombra del suo Governo e sotto l’egida del suo Re.[20]
Così quando il Comitato del _Milione di fucili_ fece intendere che le
armi raccolte a Milano dovevano essere trasportate a Genova, finse
di non saperlo; che se poi quell’armi furono negate e sequestrate,
l’autore del diniego e del sequestro è noto; una appunto di quelle
anime rettilinee e cavalleresche che non sapevano seguire la politica
molto curvilinea del conte di Cavour; nè intendere si «potesse avere
un rappresentante presso il Re di Napoli e mandar de’ fucili in
Sicilia.[21]»
Così quando tra il 18 e il 19 aprile Giuseppe La Masa si presentava al
conte di Cavour per chiedergli in nome de’ suoi compagni d’esiglio di
voler concedere alla insurrezione un aiuto un po’ più efficace della
semplice astensione e di risarcire almeno i fucili staggiti a Milano;
ecco il Conte fare un altro passo ancor più decisivo, e ordinare al
La Farina di somministrare a Garibaldi quante armi avesse disponibili
ne’ suoi depositi la Società nazionale. Che se poi quelle armi
parvero scarse e pessime, e furon date con avarizia e mala grazia, e
rinfacciate poi con acrimonia e superbia, la colpa ricade sull’uomo che
il Cavour s’era tolto a Ministro della sua politica segreta, un uomo
di nobile mente, di infaticabile e fervido patriottismo; ma invasato
di passione partigiana, infatuato nell’idea d’aver egli solo preparato
la spedizione siciliana, e morto col rancore male dissimulato[22] di
aver rappresentato sulla scena italiana una parte poco vistosa e poco
applaudita.
E così finalmente, quando la spedizione fu in procinto di partire,
inviava nelle acque di Sardegna l’ammiraglio Persano, coll’ordine di
catturare i volontari se toccavano qualche porto dell’Isola,_ ma di
lasciarli procedere nel loro camminino incontrandoli per mare_; ordine,
a dir vero, che non imponeva all’Ammiraglio alcuno sforzo straordinario
d’acume, nè alcuna prova singolare di coraggio per essere nel suo vero
senso interpetrato.[23]