VII.

Al primo grido dell’insurrezione siciliana grande fu la commozione in

tutta Italia. I nemici per dispetto o paura, gli amici per affetto o

speranza, nessuno poteva riguardare con occhio freddo e non curante

un avvenimento, che apriva una via sì inaspettata all’interrotto moto

italiano. Però man mano che risuonava l’annunzio d’un nuovo fatto,

svisato, come accade, dalla lontananza e amplificato dal desiderio,

una la voce che usciva dai petti patriottici, uno il proposito: bisogna

aiutare i fratelli. E la magnanima idea, caldeggiata, prima che dagli

altri, dai fuorusciti così di Sicilia come di Napoli, accolta dalle

città più importanti, bandita dai Comitati e dalle rappresentanze

di tutti i partiti, acclamata colla passione dell’età dalla gioventù

più animosa, e finalmente già tradotta in un principio d’esecuzione

mediante pubbliche collette d’armi e di danari, divenne in breve il

convincimento, la volontà, diremmo quasi il decreto della nazione

intera.

Se non che s’affacciava a tutte le menti un’incognita, e susurrava

su tutte le bocche una domanda: Che cosa farà il generale Garibaldi?

Che cosa farà il conte di Cavour? Consentirà egli, l’Eroe, a recare

all’Isola combattente l’aiuto poderoso del suo braccio e del suo nome?

Vorrà egli, il Ministro, impegnare nella zarosa impresa la politica

del suo Governo, e dare egli stesso, o almeno permettere che si diano,

i soccorsi invocati? Quanto al Cavour, vedremo tra poco quel ch’egli

ne pensava: quanto a Garibaldi, ecco, sceverato dalle piacenterie

partigiane come dalle calunnie, l’animo suo.

Non era quella la prima volta che egli era invitato a capitanare

un’insurrezione siciliana. Anco senza rimontare più addietro,

glien’avevano scritto e parlato fin dal settembre del 1859 a Bologna;

gliel’avevano ripetuto nel marzo del 1860 a Genova; non c’era, può

dirsi, patriotta ed esule siciliano che accostandolo e portandogli un

saluto dai suoi concittadini, non gli annunziasse imminente una levata

della sua Isola, e non sollecitasse la promessa del suo soccorso.

Ma a tutti questi Garibaldi aveva sempre risposto: — «Non assumere

su di sè di promovere insurrezioni: se i Siciliani spontaneamente si

leveranno in armi, egli, se non sia impedito da altri doveri, accorrerà

in loro aiuto. — Frattanto, soggiungeva, risovvenitevi che il mio

programma è _Italia e Vittorio Emanuele_.[17]»

Era infatti un dir troppo e nulla; e i Siciliani ne sapevan quanto

prima. Gli è che Garibaldi non fu mai nè un iniziatore, nè un

cospiratore. Egli era, prima e sopra di ogni cosa, un soldato. Il

lavorío paziente, coperto, sedentario delle cospirazioni, non era fatto

per lui. Che gli si offrisse un terreno anche angusto, ma franco, e un

manipolo d’uomini anche inagguerriti, ma armati e pronti a marciare, ed

egli non misurerà il terreno, nè conterà gli uomini, e farà miracoli;

ma obbligarlo a prepararsi da sè nel chiuso d’un gabinetto, a forza di

lettere, di bollettini, di proclami, il campo, le armi e l’esercito,

era un pretendere ch’egli si snaturasse e non fosse più Garibaldi. Egli

non aveva la tempra mazziniana.

Utopista in tante altre cose, in fatto d’insurrezioni preparate era

un po’ scettico. Andare, come i Bandiera, i Pisacane, i Calvi, seguíto

da poche diecine d’uomini a suscitare per primo un paese sconosciuto,

inerme, addormentato nella pace, non fu mai affar suo. La sentenza

del Maestro: «Il martirio è una battaglia vinta,» lo capacitava fino

a un certo segno. Uomo di guerra, era pronto alla morte, ma a patto di

vender cara la vita; e quanto alla vittoria, non ne conosceva veramente

che una: quella in cui si atterra il nemico e si dorme sul campo. Per

questo nessuno de’ grandi tentativi rivoluzionari d’Italia fu iniziato

da lui; molto meno quello di Sicilia. Garibaldi non ambì mai la corona

del martire precursore, e non l’avrà.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 11 / 147 题