Al primo grido dell’insurrezione siciliana grande fu la commozione in
tutta Italia. I nemici per dispetto o paura, gli amici per affetto o
speranza, nessuno poteva riguardare con occhio freddo e non curante
un avvenimento, che apriva una via sì inaspettata all’interrotto moto
italiano. Però man mano che risuonava l’annunzio d’un nuovo fatto,
svisato, come accade, dalla lontananza e amplificato dal desiderio,
una la voce che usciva dai petti patriottici, uno il proposito: bisogna
aiutare i fratelli. E la magnanima idea, caldeggiata, prima che dagli
altri, dai fuorusciti così di Sicilia come di Napoli, accolta dalle
città più importanti, bandita dai Comitati e dalle rappresentanze
di tutti i partiti, acclamata colla passione dell’età dalla gioventù
più animosa, e finalmente già tradotta in un principio d’esecuzione
mediante pubbliche collette d’armi e di danari, divenne in breve il
convincimento, la volontà, diremmo quasi il decreto della nazione
intera.
Se non che s’affacciava a tutte le menti un’incognita, e susurrava
su tutte le bocche una domanda: Che cosa farà il generale Garibaldi?
Che cosa farà il conte di Cavour? Consentirà egli, l’Eroe, a recare
all’Isola combattente l’aiuto poderoso del suo braccio e del suo nome?
Vorrà egli, il Ministro, impegnare nella zarosa impresa la politica
del suo Governo, e dare egli stesso, o almeno permettere che si diano,
i soccorsi invocati? Quanto al Cavour, vedremo tra poco quel ch’egli
ne pensava: quanto a Garibaldi, ecco, sceverato dalle piacenterie
partigiane come dalle calunnie, l’animo suo.
Non era quella la prima volta che egli era invitato a capitanare
un’insurrezione siciliana. Anco senza rimontare più addietro,
glien’avevano scritto e parlato fin dal settembre del 1859 a Bologna;
gliel’avevano ripetuto nel marzo del 1860 a Genova; non c’era, può
dirsi, patriotta ed esule siciliano che accostandolo e portandogli un
saluto dai suoi concittadini, non gli annunziasse imminente una levata
della sua Isola, e non sollecitasse la promessa del suo soccorso.
Ma a tutti questi Garibaldi aveva sempre risposto: — «Non assumere
su di sè di promovere insurrezioni: se i Siciliani spontaneamente si
leveranno in armi, egli, se non sia impedito da altri doveri, accorrerà
in loro aiuto. — Frattanto, soggiungeva, risovvenitevi che il mio
programma è _Italia e Vittorio Emanuele_.[17]»
Era infatti un dir troppo e nulla; e i Siciliani ne sapevan quanto
prima. Gli è che Garibaldi non fu mai nè un iniziatore, nè un
cospiratore. Egli era, prima e sopra di ogni cosa, un soldato. Il
lavorío paziente, coperto, sedentario delle cospirazioni, non era fatto
per lui. Che gli si offrisse un terreno anche angusto, ma franco, e un
manipolo d’uomini anche inagguerriti, ma armati e pronti a marciare, ed
egli non misurerà il terreno, nè conterà gli uomini, e farà miracoli;
ma obbligarlo a prepararsi da sè nel chiuso d’un gabinetto, a forza di
lettere, di bollettini, di proclami, il campo, le armi e l’esercito,
era un pretendere ch’egli si snaturasse e non fosse più Garibaldi. Egli
non aveva la tempra mazziniana.
Utopista in tante altre cose, in fatto d’insurrezioni preparate era
un po’ scettico. Andare, come i Bandiera, i Pisacane, i Calvi, seguíto
da poche diecine d’uomini a suscitare per primo un paese sconosciuto,
inerme, addormentato nella pace, non fu mai affar suo. La sentenza
del Maestro: «Il martirio è una battaglia vinta,» lo capacitava fino
a un certo segno. Uomo di guerra, era pronto alla morte, ma a patto di
vender cara la vita; e quanto alla vittoria, non ne conosceva veramente
che una: quella in cui si atterra il nemico e si dorme sul campo. Per
questo nessuno de’ grandi tentativi rivoluzionari d’Italia fu iniziato
da lui; molto meno quello di Sicilia. Garibaldi non ambì mai la corona
del martire precursore, e non l’avrà.