IX.

L'Armellino nel dimani tornava al suo villaggio nativo, tornava

dopo parecchi anni d'assenza e col cuore agitato da mille diversi

sentimenti. Era una bella mattina affatto limpida, e nell'aria una

certa fragranza, una specie di alito ravvivante che annunziava la

presenza della già dispiegata primavera. I contadini ne avevano

approfittato, e i campi si vedevano per ogni dove popolati di gente

che lavorava. Oltrepassate le colline, attraversava la prateria che

dicono Manzana, e i suoi occhi da un pezzo si fissavano sui buoi d'un

aratro che andava e veniva aprendo i solchi della terra che sta per

confine al di là dell'acquicella. Quando fu tanto vicino da distinguere

le persone, il giovane che guidava gli animali si fermò a guardarlo

con grande attenzione. Si ravvisarono entrambi nel punto istesso e

si corsero incontro con la gioia di due fratelli che si rivedono dopo

lunga lontananza.

— Viva Armellino per Dio! Gli è l'Armellino che ritorna! gridava

l'uno gettando all'aria il cappello e precipitandosi fra le braccia

dell'altro, che tutto commosso so lo strinse al cuore coll'identica

amicizia di quella notte che si erano salutati per l'ultima volta

sotto le finestre della Tina. Gli altri si fecero anch'essi avanti

e gli si strinsero intorno avidi delle sue novelle, e poichè era

l'ora della colazione, lasciarono che i buoi riposassero, e si misero

a chiaccherare delle tante cose passate. Seppe allora come la sua

famiglia aveva in quel frattempo cambiato domicilio e trovavasi sur

una colonia al di là del Nadisone. Questa inaspettata notizia lo

turbò; non aveva mezzi di sorte, nè vedeva sul momento come avrebbe

potuto ripiegare. Se ne accorse Giacomino, e a tòrlo d'impaccio, con

quella franca e cordiale amicizia ch'è propria dei poveretti, gli

propose subito, perfin che avesse ultimate le sue faccende, di far casa

insieme.

— Lassù dai tuoi, disse, saresti troppo lontano; correre su e giù non

ti torna, sarebbe un continuo perditempo; ti offro la mia cameretta

invece, e tu così puoi aiutarci nei lavori della stagione. Guarda mio

padre come ne gongola al solo pensiero! — Diceva la verità perchè il

buon vecchio gli si era appressato, e a convalidare la proposta del

figliuolo, aveva cavato la scatola e tutto allegro gliene offriva una

presa. In quella capitò sul campo a portar la colazione madonna Lucia.

Non aveva appena deposto dalle spalle l'arconcello, che lo riconobbe,

e subito nuovi evviva e mille benvenuto, che pareva proprio che il

rivederlo fosse per tutti una festa domestica. Dovette assidersi

con essi sul margine erboso dell'acquicella; e si disponevano a far

colazione, quando madonna Lucia scoperchiando il cesto per cavarne la

polenta e la frittata che aveva loro apparecchiato, cambiò fisonomia

e colle mani nei capelli — Ah poveretta me! — disse, e rimase lì

stecchita che pareva una statua.

— Che c'è? chiese il padre di Giacomino, che non capiva questo

subitaneo costernarsi della moglie.

— Non vedete? Non si può far colazione!

— Sarebbe bella, perdinci! Dopo quattro buone ore che si lavora e dopo

quel tantino di gambata che ha fatto questo poveretto. Non si può far

colazione?... Perchè mo di grazia?

— Ah mio Dio! Perchè è venerdì, e io me l'ho dimenticato, e la frittata

l'è di grasso; l'ho fatta proprio coi ciccioli! — Ammutolirono tutti,

che la sentenza di madonna Lucia coll'appetito di quell'ora non garbava

gran fatto. Ma il buon cappellone, dopo averci alquanto pensato sopra,

in atto brusco pigliò il piatto della vivanda contrastata e si accinse

con eroica pazienza ad estrarne uno per uno i ciccioli, e consegnandoli

alla moglie,

— To', disse, porta a casa. — Indi sicuro del suo operato come un

dottore di teologia che abbia deciso un caso di coscienza, imbandì la

colazione che si misero tutti a mangiare, tornati al buon umore e ai

discorsi di prima. — Per l'Armellino quell'incontro e quell'accoglienza

furono una vera fortuna. Accettata la proferta e collocatosi nella casa

di Giacomino lì a Soleschiano nel villaggio istesso della fanciulla,

non solo trovavasi più a portata per le sue faccende, ma essi si

prestavano per lui come se fosse stato un fratello, e la loro compagnia

e la loro amicizia tolsero ch'ei si lasciasse sopraffare dalle tristi

reminiscenze che certamente gli si sarebbero risvegliate in tutta

la loro forza nel seno della propria famiglia, dove più non doveva

rivedere la sua povera madre. Fu Giacomino che gli procurò una picciola

somma ad imprestito necessaria pe' suoi presenti bisogni, e senza della

quale sarebbe stato impicciatissimo; perchè quando andò a trovare i

suoi, e s'accorse delle loro strettezze, capì che non avrebbe avuto

coraggio neppur di accennare a quel po' di miseria che gli veniva come

sua parte. Donna Lucia poi, ch'era parente della matrigna della Tina

e ben accetta al fratello e alla cognata di lei, si accinse a parlar

loro del ritorno della fanciulla, e colla sua valida mediazione seppe

far dimenticare l'offesa della brusca partenza e disporli a riceverla

di nuovo in casa perfin che fossero conchiuse le nozze. Stabilita

così ogni cosa, in capo ad alcune settimane, il giovane potè recarsi

di nuovo a Cividale, onde intendersi col mugnaio suo antico socio per

la rifabbrica del molino, e levare dal monistero l'amata fanciulla.

Suor Maria Eletta le aveva dato una lettera, la cui soprascritta

indicava una persona che doveva trovarsi a Pordenone. Bisognava

dunque recarsi colà. Dopo molto progettare partirono in quattro, i

due fidanzati, Giacomino e una sorella di lui. Oltrechè donna Lucia

aveva consigliato di cogliere quest'occasione per la compera degli

anelli, dell'abito nuziale e di altri indispensabili oggetti, c'era

che questo viaggetto in sì cara compagnia e alla vigilia della sua

felicità, per la fanciulla che aveva vissuto tanto tempo nel dolore

e nella reclusione, diveniva adesso un piacere dei più squisiti. Nel

suo secreto la pungeva anche un vivo desiderio di vedere co' propri

occhi il misterioso personaggio che aveva avuto tanta influenza sulla

sorte della sua benefattrice. E quando seduta colla giovane amica

sul di dietro della carretta che Giacomino si godeva a far volare tra

il polverio degl'interminabili rettilinei della strada postale, ella

assaporava in silenzio la voluttà d'esser finalmente in un vasto spazio

e di attraversarlo a guisa di freccia, nell'estasi delle soavi emozioni

che le faceva provare la presenza del giovine amato, le si mesceva del

continuo con tutti i suoi particolari la trista istoria che le aveva

raccontato la povera monacella. Le lagrime di lei, ch'ella rammemorava

con pia amicizia, le erano come un freno per non abbandonarsi a

tutta la foga della propria felicità; come una religiosa malinconia

dell'anima che le faceva più quieto e più pensato l'amore. A Pordenone

seppero che la persona che cercavano era un avvocato di molto grido,

ma che da parecchi anni ridottosi infermo più non usciva di casa, nè

riceveva visite di sorte; il suo studio però era frequentato quasi come

per lo innanzi, e gli affari procedevano appoggiati alla straordinaria

reputazione della sua firma e alla solerzia di uno dei giovani

che ivi facevano la pratica. Compresa la difficoltà di consegnare

direttamente la lettera di suor Maria Eletta, pensarono di rivolgersi

a cotesto giovane. A tal uopo, lasciati all'osteria Giacomino e la

sorella, i due fidanzati s'avviarono alla dimora dell'avvocato.

Era una casa d'aspetto signorile; e mentre ascendevano le scale,

all'aprirsi d'una porta situata dirimpetto allo studio furono colpiti

dall'allegro frastuono di molte voci che ne uscivano e dalla rapida

vista d'una stanza magnificamente addobbata, entro alla quale così

in passando poterono raffigurare l'agitarsi di un numeroso crocchio

di gente elegante. Entrati nello studio, il giovane a cui si erano

indirizzati uscì un momento e tornò colla risposta: che, trattandosi

di un affare di assai vecchia data, bisognava che ritornassero, non

essendo possibile così su due piedi rinvenire il documento necessario;

tanto più che il dottore era in quel giorno assai sofferente, e la

signora occupata nel ricevimento di alcune visite non avrebbe potuto

per allora parlargliene. Nel venir via più non trovarono la guida del

cameriere che li aveva introdotti. Povera gente di campagna, nuovi

del sito e confusi dalle cose vedute ed udite così al rovescio di

quanto immaginavano, sbagliarono l'uscita, ed imboccata un'altra porta

scesero per una scala secreta che metteva in cucina. Apparecchiavano

un rinfresco, e a sbrigarsi di loro alla più breve, un servo accennò

che attraversassero l'appartamento a piè piano e se ne andassero per

quella parte. Nella seconda stanza videro un uomo sdraiato sur un

vecchio sofà. Non s'accorse che passavano, e cogli occhi fitti nella

parete sembrava come assorto in una lunga e dolorosa meditazione. Aveva

affatto calva la testa, una lunga barba bianca ed incólta gli scendeva

sul petto lasciato nudo dallo sparato della camicia senza abbottonare,

unico velame di quel misero corpo ischeletrito, se ne togli una veste

da camera per lungo uso smontata di colore che teneva gittata sulle

gambe. Un'indefinibile espressione di amarezza traspariva dalla faccia

macilente. Tutto ad un tratto si pestò la fronte con ambe le mani,

e piangeva con istrida prolungate come bambino che hanno picchiato.

Mentre turbati da quel triste spettacolo s'affrettavano in punta di

piedi a guadagnare l'uscita, udirono dietro a loro l'altercare dei

servi che bestemmiavano l'accidente che aveva così rivelato a due

estranei la miseria del loro sciagurato padrone. Tornati all'osteria,

non osarono dir verbo su quanto avevano veduto. La Tina era pallida,

contraffatta, e il cuore le batteva in un modo così sinistro, come

se le si fosse guastato il sangue. Ricusò di più rimetter piede in

quella casa; ed ella, che nella sua femminile curiosità aveva tanto

desiderato di conoscere davvicino quella persona, ora avrebbe voluto

poterla dimenticare in eterno; ma invece non v'era cosa che valesse

a cavargliela dal pensiero e vi faceva intorno incessanti congetture.

Qual mai poteva essere la strana malattia che tormentava quell'uomo?

Egli, che nella sua gioventù s'era fatto gioco delle lagrime degli

altri, perchè piangeva adesso con un accento così toccante, così

desolato? Sentiva forse gli affetti che aveva derisi? Quali immagini

gli si dispiegavano su quella parete dove guardava così intento? Forse

i volti pallidi, lagrimosi delle misere che aveva tradite? Una ce n'era

che ad onta di tutti i dolori ch'egli le aveva versato nell'anima,

pregava in pace e rassegnata. Ora, ch'ei si trovava nelle mani di

gente senza cuore, desiderava forse la commiserazione di quella pia?

— L'Armellino intanto a forza d'insistere per una risposta, era venuto

a capo di farsi consegnare le carte appartenenti a suor Maria Eletta,

e riscossa la somma anticamente depositata sul Monte di pietà, senza

più oltre curarsi di un mistero che non lo riguardava, si dispose

coi compagni a tornarsene a casa. Era il primo sabato di maggio, e

quando, dopo aver corso tutta la notte, al rompere dell'alba entravano

nel villaggio di Soleschiano, s'accorsero delle vie sparse di fiori.

Smontati da Giacomino, i due giovani alquanto trepidanti accompagnarono

a casa la Tina. Dall'oriente che incominciava a rischiarare spirava

una leggera brezzolina che faceva gentilmente tremolare le foglie del

moro, e colla sua pura freschezza ravvivava gli spiriti intorpiditi

dal protratto vegliare e dalla stanchezza del viaggio. Veniva loro

alle nari come un sentore di rose, a misura che si avvicinavano sempre

più acuto. Dai rami dell'arbore ne pendevano diverse ghirlande, e una

ve n'era intrecciata di erica e di ulivo mentre la terra lì dinanzi

appariva seminata di foglioline d'isopo. Si ricordarono che nei

pellegrinaggi che si fanno alla Madonna del Monte, i divoti quando

discendono sogliono mettersi sul cappello o nella cintura mazzolini

di erica fiorita che cresce ivi in grande abbondanza e che chiamano i

fiori del perdono.

— Pace e perdono! — sclamò Giacomino. La Tina commossa staccò dalla

corona che le aveva offerto un ramicello d'olivo e una ciocca di

quei fiori, e li porse al suo fidanzato. L'Armellino li portò alle

labbra, e per un impeto subitaneo gli si rinnovarono tutte le gioie

dell'antico amore. Si contemplarono un istante desiosi. La luce incerta

dell'albeggiare li faceva pallidi. La fanciulla sollecita entrò in

casa; egli stringendo la mano all'amico si staccò da quella porta senza

poter proferire una parola.

Pochi giorni dopo inginocchiati dinanzi all'altare, coll'anima

purificata dalla preghiera e dalla penitenza, ricevevano insieme

il mistico pane; e il bene che si avevano sempre voluto diventava

Sacramento.

Racconti(#49510) · 第 86 / 90 题