L'Armellino nel dimani tornava al suo villaggio nativo, tornava
dopo parecchi anni d'assenza e col cuore agitato da mille diversi
sentimenti. Era una bella mattina affatto limpida, e nell'aria una
certa fragranza, una specie di alito ravvivante che annunziava la
presenza della già dispiegata primavera. I contadini ne avevano
approfittato, e i campi si vedevano per ogni dove popolati di gente
che lavorava. Oltrepassate le colline, attraversava la prateria che
dicono Manzana, e i suoi occhi da un pezzo si fissavano sui buoi d'un
aratro che andava e veniva aprendo i solchi della terra che sta per
confine al di là dell'acquicella. Quando fu tanto vicino da distinguere
le persone, il giovane che guidava gli animali si fermò a guardarlo
con grande attenzione. Si ravvisarono entrambi nel punto istesso e
si corsero incontro con la gioia di due fratelli che si rivedono dopo
lunga lontananza.
— Viva Armellino per Dio! Gli è l'Armellino che ritorna! gridava
l'uno gettando all'aria il cappello e precipitandosi fra le braccia
dell'altro, che tutto commosso so lo strinse al cuore coll'identica
amicizia di quella notte che si erano salutati per l'ultima volta
sotto le finestre della Tina. Gli altri si fecero anch'essi avanti
e gli si strinsero intorno avidi delle sue novelle, e poichè era
l'ora della colazione, lasciarono che i buoi riposassero, e si misero
a chiaccherare delle tante cose passate. Seppe allora come la sua
famiglia aveva in quel frattempo cambiato domicilio e trovavasi sur
una colonia al di là del Nadisone. Questa inaspettata notizia lo
turbò; non aveva mezzi di sorte, nè vedeva sul momento come avrebbe
potuto ripiegare. Se ne accorse Giacomino, e a tòrlo d'impaccio, con
quella franca e cordiale amicizia ch'è propria dei poveretti, gli
propose subito, perfin che avesse ultimate le sue faccende, di far casa
insieme.
— Lassù dai tuoi, disse, saresti troppo lontano; correre su e giù non
ti torna, sarebbe un continuo perditempo; ti offro la mia cameretta
invece, e tu così puoi aiutarci nei lavori della stagione. Guarda mio
padre come ne gongola al solo pensiero! — Diceva la verità perchè il
buon vecchio gli si era appressato, e a convalidare la proposta del
figliuolo, aveva cavato la scatola e tutto allegro gliene offriva una
presa. In quella capitò sul campo a portar la colazione madonna Lucia.
Non aveva appena deposto dalle spalle l'arconcello, che lo riconobbe,
e subito nuovi evviva e mille benvenuto, che pareva proprio che il
rivederlo fosse per tutti una festa domestica. Dovette assidersi
con essi sul margine erboso dell'acquicella; e si disponevano a far
colazione, quando madonna Lucia scoperchiando il cesto per cavarne la
polenta e la frittata che aveva loro apparecchiato, cambiò fisonomia
e colle mani nei capelli — Ah poveretta me! — disse, e rimase lì
stecchita che pareva una statua.
— Che c'è? chiese il padre di Giacomino, che non capiva questo
subitaneo costernarsi della moglie.
— Non vedete? Non si può far colazione!
— Sarebbe bella, perdinci! Dopo quattro buone ore che si lavora e dopo
quel tantino di gambata che ha fatto questo poveretto. Non si può far
colazione?... Perchè mo di grazia?
— Ah mio Dio! Perchè è venerdì, e io me l'ho dimenticato, e la frittata
l'è di grasso; l'ho fatta proprio coi ciccioli! — Ammutolirono tutti,
che la sentenza di madonna Lucia coll'appetito di quell'ora non garbava
gran fatto. Ma il buon cappellone, dopo averci alquanto pensato sopra,
in atto brusco pigliò il piatto della vivanda contrastata e si accinse
con eroica pazienza ad estrarne uno per uno i ciccioli, e consegnandoli
alla moglie,
— To', disse, porta a casa. — Indi sicuro del suo operato come un
dottore di teologia che abbia deciso un caso di coscienza, imbandì la
colazione che si misero tutti a mangiare, tornati al buon umore e ai
discorsi di prima. — Per l'Armellino quell'incontro e quell'accoglienza
furono una vera fortuna. Accettata la proferta e collocatosi nella casa
di Giacomino lì a Soleschiano nel villaggio istesso della fanciulla,
non solo trovavasi più a portata per le sue faccende, ma essi si
prestavano per lui come se fosse stato un fratello, e la loro compagnia
e la loro amicizia tolsero ch'ei si lasciasse sopraffare dalle tristi
reminiscenze che certamente gli si sarebbero risvegliate in tutta
la loro forza nel seno della propria famiglia, dove più non doveva
rivedere la sua povera madre. Fu Giacomino che gli procurò una picciola
somma ad imprestito necessaria pe' suoi presenti bisogni, e senza della
quale sarebbe stato impicciatissimo; perchè quando andò a trovare i
suoi, e s'accorse delle loro strettezze, capì che non avrebbe avuto
coraggio neppur di accennare a quel po' di miseria che gli veniva come
sua parte. Donna Lucia poi, ch'era parente della matrigna della Tina
e ben accetta al fratello e alla cognata di lei, si accinse a parlar
loro del ritorno della fanciulla, e colla sua valida mediazione seppe
far dimenticare l'offesa della brusca partenza e disporli a riceverla
di nuovo in casa perfin che fossero conchiuse le nozze. Stabilita
così ogni cosa, in capo ad alcune settimane, il giovane potè recarsi
di nuovo a Cividale, onde intendersi col mugnaio suo antico socio per
la rifabbrica del molino, e levare dal monistero l'amata fanciulla.
Suor Maria Eletta le aveva dato una lettera, la cui soprascritta
indicava una persona che doveva trovarsi a Pordenone. Bisognava
dunque recarsi colà. Dopo molto progettare partirono in quattro, i
due fidanzati, Giacomino e una sorella di lui. Oltrechè donna Lucia
aveva consigliato di cogliere quest'occasione per la compera degli
anelli, dell'abito nuziale e di altri indispensabili oggetti, c'era
che questo viaggetto in sì cara compagnia e alla vigilia della sua
felicità, per la fanciulla che aveva vissuto tanto tempo nel dolore
e nella reclusione, diveniva adesso un piacere dei più squisiti. Nel
suo secreto la pungeva anche un vivo desiderio di vedere co' propri
occhi il misterioso personaggio che aveva avuto tanta influenza sulla
sorte della sua benefattrice. E quando seduta colla giovane amica
sul di dietro della carretta che Giacomino si godeva a far volare tra
il polverio degl'interminabili rettilinei della strada postale, ella
assaporava in silenzio la voluttà d'esser finalmente in un vasto spazio
e di attraversarlo a guisa di freccia, nell'estasi delle soavi emozioni
che le faceva provare la presenza del giovine amato, le si mesceva del
continuo con tutti i suoi particolari la trista istoria che le aveva
raccontato la povera monacella. Le lagrime di lei, ch'ella rammemorava
con pia amicizia, le erano come un freno per non abbandonarsi a
tutta la foga della propria felicità; come una religiosa malinconia
dell'anima che le faceva più quieto e più pensato l'amore. A Pordenone
seppero che la persona che cercavano era un avvocato di molto grido,
ma che da parecchi anni ridottosi infermo più non usciva di casa, nè
riceveva visite di sorte; il suo studio però era frequentato quasi come
per lo innanzi, e gli affari procedevano appoggiati alla straordinaria
reputazione della sua firma e alla solerzia di uno dei giovani
che ivi facevano la pratica. Compresa la difficoltà di consegnare
direttamente la lettera di suor Maria Eletta, pensarono di rivolgersi
a cotesto giovane. A tal uopo, lasciati all'osteria Giacomino e la
sorella, i due fidanzati s'avviarono alla dimora dell'avvocato.
Era una casa d'aspetto signorile; e mentre ascendevano le scale,
all'aprirsi d'una porta situata dirimpetto allo studio furono colpiti
dall'allegro frastuono di molte voci che ne uscivano e dalla rapida
vista d'una stanza magnificamente addobbata, entro alla quale così
in passando poterono raffigurare l'agitarsi di un numeroso crocchio
di gente elegante. Entrati nello studio, il giovane a cui si erano
indirizzati uscì un momento e tornò colla risposta: che, trattandosi
di un affare di assai vecchia data, bisognava che ritornassero, non
essendo possibile così su due piedi rinvenire il documento necessario;
tanto più che il dottore era in quel giorno assai sofferente, e la
signora occupata nel ricevimento di alcune visite non avrebbe potuto
per allora parlargliene. Nel venir via più non trovarono la guida del
cameriere che li aveva introdotti. Povera gente di campagna, nuovi
del sito e confusi dalle cose vedute ed udite così al rovescio di
quanto immaginavano, sbagliarono l'uscita, ed imboccata un'altra porta
scesero per una scala secreta che metteva in cucina. Apparecchiavano
un rinfresco, e a sbrigarsi di loro alla più breve, un servo accennò
che attraversassero l'appartamento a piè piano e se ne andassero per
quella parte. Nella seconda stanza videro un uomo sdraiato sur un
vecchio sofà. Non s'accorse che passavano, e cogli occhi fitti nella
parete sembrava come assorto in una lunga e dolorosa meditazione. Aveva
affatto calva la testa, una lunga barba bianca ed incólta gli scendeva
sul petto lasciato nudo dallo sparato della camicia senza abbottonare,
unico velame di quel misero corpo ischeletrito, se ne togli una veste
da camera per lungo uso smontata di colore che teneva gittata sulle
gambe. Un'indefinibile espressione di amarezza traspariva dalla faccia
macilente. Tutto ad un tratto si pestò la fronte con ambe le mani,
e piangeva con istrida prolungate come bambino che hanno picchiato.
Mentre turbati da quel triste spettacolo s'affrettavano in punta di
piedi a guadagnare l'uscita, udirono dietro a loro l'altercare dei
servi che bestemmiavano l'accidente che aveva così rivelato a due
estranei la miseria del loro sciagurato padrone. Tornati all'osteria,
non osarono dir verbo su quanto avevano veduto. La Tina era pallida,
contraffatta, e il cuore le batteva in un modo così sinistro, come
se le si fosse guastato il sangue. Ricusò di più rimetter piede in
quella casa; ed ella, che nella sua femminile curiosità aveva tanto
desiderato di conoscere davvicino quella persona, ora avrebbe voluto
poterla dimenticare in eterno; ma invece non v'era cosa che valesse
a cavargliela dal pensiero e vi faceva intorno incessanti congetture.
Qual mai poteva essere la strana malattia che tormentava quell'uomo?
Egli, che nella sua gioventù s'era fatto gioco delle lagrime degli
altri, perchè piangeva adesso con un accento così toccante, così
desolato? Sentiva forse gli affetti che aveva derisi? Quali immagini
gli si dispiegavano su quella parete dove guardava così intento? Forse
i volti pallidi, lagrimosi delle misere che aveva tradite? Una ce n'era
che ad onta di tutti i dolori ch'egli le aveva versato nell'anima,
pregava in pace e rassegnata. Ora, ch'ei si trovava nelle mani di
gente senza cuore, desiderava forse la commiserazione di quella pia?
— L'Armellino intanto a forza d'insistere per una risposta, era venuto
a capo di farsi consegnare le carte appartenenti a suor Maria Eletta,
e riscossa la somma anticamente depositata sul Monte di pietà, senza
più oltre curarsi di un mistero che non lo riguardava, si dispose
coi compagni a tornarsene a casa. Era il primo sabato di maggio, e
quando, dopo aver corso tutta la notte, al rompere dell'alba entravano
nel villaggio di Soleschiano, s'accorsero delle vie sparse di fiori.
Smontati da Giacomino, i due giovani alquanto trepidanti accompagnarono
a casa la Tina. Dall'oriente che incominciava a rischiarare spirava
una leggera brezzolina che faceva gentilmente tremolare le foglie del
moro, e colla sua pura freschezza ravvivava gli spiriti intorpiditi
dal protratto vegliare e dalla stanchezza del viaggio. Veniva loro
alle nari come un sentore di rose, a misura che si avvicinavano sempre
più acuto. Dai rami dell'arbore ne pendevano diverse ghirlande, e una
ve n'era intrecciata di erica e di ulivo mentre la terra lì dinanzi
appariva seminata di foglioline d'isopo. Si ricordarono che nei
pellegrinaggi che si fanno alla Madonna del Monte, i divoti quando
discendono sogliono mettersi sul cappello o nella cintura mazzolini
di erica fiorita che cresce ivi in grande abbondanza e che chiamano i
fiori del perdono.
— Pace e perdono! — sclamò Giacomino. La Tina commossa staccò dalla
corona che le aveva offerto un ramicello d'olivo e una ciocca di
quei fiori, e li porse al suo fidanzato. L'Armellino li portò alle
labbra, e per un impeto subitaneo gli si rinnovarono tutte le gioie
dell'antico amore. Si contemplarono un istante desiosi. La luce incerta
dell'albeggiare li faceva pallidi. La fanciulla sollecita entrò in
casa; egli stringendo la mano all'amico si staccò da quella porta senza
poter proferire una parola.
Pochi giorni dopo inginocchiati dinanzi all'altare, coll'anima
purificata dalla preghiera e dalla penitenza, ricevevano insieme
il mistico pane; e il bene che si avevano sempre voluto diventava
Sacramento.