V. L'ULTIMO VIAGGIO.

Nella camera mortuaria dell'ospitale civile di Trieste, sulla panca

parata dal funebre lenzuolo, le mani istecchite incrociate sul petto,

con una candela accesa a' piedi, vestito del camiciotto di carità,

giaceva un cadavere. Se la nera lavagna appesa al muro sovra il suo

capo non l'avesse detto, sarebbe stato difficile riconoscere in que'

diformati avanzi la vispa giovinetta che noi abbiamo veduto tante volte

sulla via di Udine vicino a Butrio, o nelle sagre dei nostri villaggi

prima alla danza, mentre i biondi capelli le scappavano in riccioli

lungo le guance rosate e sul collo gentile. Quei capelli adesso irti

e bagnati ancora dal sudore della morte avevano perduto la lucentezza

e si diffondevano sinistramente a contornare una faccia contraffatta,

lineamenti diventati orribili. A ventisei anni ell'aveva consumato

la vita, lungi dal paese nativo, senza una lagrima di compianto,

senza la stretta di mano di nessuno de' suoi cari! Sul letto dello

spedale, abbandonata da tutti, in quelle lunghe ore crudeli di rimorso

e d'impotente desiderio a ricominciare la già sprecata giovinezza,

oh quante volte ella sarà tornata col pensiero alla casa paterna,

agli anni innocenti della sua infanzia, alla povera chiesetta del

disprezzato villaggio! Fin da quando la sua malattia aveva cominciato

a seriamente aggravarsi, ella aveva trovato modo, col mezzo d'una

donna che usciva dallo stabilimento, di far sapere alla Giannetta del

miserabile suo stato, e per segnale e preghiera chè venisse, le aveva

mandato la crocetta d'oro che soleva portare al collo prima della sua

partenza.

La Giannetta era venuta, ma pur troppo tardi. Subito che fu a Trieste,

ella lasciò a' loro traffici il marito e gli altri contrabbandieri,

e corse difilata all'ospizio. Dinanzi a quel vasto caseggiato di

architettura senza fisonomia, ma pur moderna e signorile, rimase un

istante in forse, parendole impossibile che sotto l'apparenza di tanta

agiatezza dovesse nascondersi la miseria di cui ella andava in traccia.

Nell'entrare s'incontrò in una lettica vuota: guardava a chi

indirizzarsi; quando vide nel cortile alcuni inservienti che

sciorinavano un panno mortuario. Percossa da un funesto presentimento

si appressò col cuore atterrito, e proferì il nome della povera

Tonina. Le risposero un numero e la indirizzarono alla sala delle

donne. Coll'ansia di chi spera imminente l'abbraccio di cara persona,

ella percorreva le due lunghe corsie che formavano croce, e di letto

in letto ne andava ricercando coll'occhio le amate sembianze. Tanti

volti squallidi atteggiati al dolore, e tutti stranieri! Ricorse ad

una infermiera e chiese del numero che le avevano indicato. In quella,

da una delle porticelle impannate d'ingresso, entrava il dottore e si

dirigeva precisamente al letto che portava quel numero onde visitarvi

l'ultima venuta, una vecchia coi capelli grigi. Le dissero allora che

la giovane ch'ella cercava era morta e il suo posto già occupato. Non

sapevano o non avevan tempo di badare alle interrogazioni che a tale

annunzio andava loro facendo tutta in lagrime la contadina. Nascose il

volto fra le mani, e dopo un momento di concentrato dolore si dispose

ad uscire. Dietro a lei giù per le scale in un lenzuolo trasportavano

un cadavere. Non vedeva l'ora d'esser fuori dall'infausto edifizio.

All'aperto le pareva di potersi abbandonare più liberamente al pianto

di che aveva piena l'anima. Si risovveniva della prima volta che si

erano incontrate, della gioia grande che provò, quando dopo tanto

tempo la rivide in quella osteria e seppe ch'era sorella di Dino, del

bene che si avevano voluto.... Quell'anima amorosa era stata la sola

che nella famiglia del contrabbandiere l'era venuta incontro colle

braccia aperte, e si ricordava mille tratti del suo buon cuore; ed

ella che tante volte aveva diviso le lacrime degli altri, ella era

morta abbandonata da tutti! Oh! l'avevano ben crudelmente dimenticata;

e benchè per parte sua fosse innocente, nondimeno sentiva rimorso di

averla lasciata morire, senza neanche darle l'ultimo addio. Le pareva

che la crocetta che le aveva mandato fosse come un rimprovero, e

si vedeva dinanzi l'immagine della povera Tonina agonizzante che la

chiamava al suo letto, che le stendeva indarno la mano. Angosciata

da questi pensieri entrò nel cimitero, e inginocchiata in quella

parte dove non distinte da croci posano confuse le ossa dei poveri,

nell'effusione della sua anima pregava: — Dove sei, Tonina? Dove sei,

sorella mia? Oh non credere ch'io ti abbia dimenticata! Han detto di

te tante brutte cose, ma io ti amavo sempre allo stesso, e pregherò

per te ogni giorno della mia vita; farò dire una messa in suffragio

dell'anima tua, e Dio ch'è buono ti darà la sua pace. La tua crocetta

me la metto qui sul petto, e mi ricorderò sempre di te e del bene che

tu poveretta mi hai voluto. Dicono che c'è un'altra vita, e io spero

che ci rivedremo in quella, e che tu allora mi avrai perdonato se non

ho potuto correre a consolare i tuoi ultimi momenti. Oh! dinanzi al

trono di Dio che noi possiamo essere abbracciate e volerci ancora bene

come una volta! Allora saranno finite le lagrime, e il Signore avrà

misericordia anche di noi povere disgraziate. — E recitava con divota

effusione di cuore tutte le preghiere che sapeva. L'anima invisibile

che certamente le volava dintorno avrà accolto con dolore consolato

quelle pietose parole, e nel sentirsi ancora amata, avrà perdonato al

mondo i suoi crudeli disprezzi e l'abbandono e la trista dimenticanza

dei suoi cari.

Il sole intanto placidamente scendeva in grembo all'ampia marina, e

i suoi ultimi raggi diffondevano come un velo di luce rosata; alcune

barche pescherecce a guisa di uccelli acquatici solcavano il golfo

che in quell'ora pareva dilatarsi e confondersi coll'azzurro dei

cieli. Tra i molti legni schierati in porto avresti veduto una specie

di trabaccolo intorno al quale si affaccendavano alcune persone.

Si caricavano delle botti di olio, e a misura che imbruniva, andava

aumentandosi l'andirivieni di certe figure dubbie che passeggiavano

sul molo, e si vedevano aggruppate in quelle vicinanze. Al di là

del Ponte Rosso, in una bettola fuor di mano, stava trincando con

alcuni compagni l'uomo a cui apparteneva il trabaccolo. Vicino al

fiasco teneva sciorinato il passo della Dogana e i nomi di diecisette

individui, ch'egli s'era impegnato di condurre in quella notte al porto

di Monfalcone. Ad ogni momento entravano a bere di quella gente che a

Trieste dai paesi circonvicini vengono a vendere uova, erbaggi, polli;

e datisi alcune occhiate d'intelligenza, per dieci o dodici carantani

pattuivano il ritorno colla barca di paron Gregorio. Erano donne

vestite alla contadina, erano uomini di sinistra apparenza, la maggior

parte in farsetto e berretta alla marinaresca. Al modo spiccio con cui

venivano conchiusi quei contratti ben t'accorgevi che la Dogana non ci

aveva che fare. Entra un giovinotto, appoggia un gombito sulla tavola,

e inchinata la persona bisbiglia sommesso alquante parole nell'orecchio

di paron Gregorio. Questi l'ascolta lentamente centellando, e quando ha

finito di parlargli depone la tazza, e: — Intesi! Poi col dorso della

mano forbendosi i grigi mustacchi:

— Il posto per cinque, mi pare?...

— No davvero, solamente per tre. Mogliema s'è ostinata a voler

andarsene a piedi....

— Come? interrompeva una ragazza, non viene la Giannetta? Eh via,

persuadetela, Dino, ch'ell'è una grossa stramberia il pigliarsi tutta

quella gambata, quando invece si può trovarsi domattina fresche e

riposate a Monfalcone!

— Andate mo a dirgliene! ch'io per me non ne voglio saper altro, e ho

perduta la pazienza.

— Dov'è rimasta?

— L'è qui fuori colla Caterina che a forza di piagnistei s'è lasciata

tirare ad accompagnarla. — E la Beppa usciva, ma indarno, che la

Giannetta in quella sera non voleva proprio saperne del mare. Fosse la

reminiscenza della paura durata nell'ultimo viaggio, o che abbattuta

dalle tante lagrime versate si sentisse scorata e più del consueto

uggiosa di quella compagnia, o che nel secreto dell'anima le parlasse

un funesto presentimento, invece di lasciarsi persuadere, cominciò

ella a pregare la Beppa che per l'amore di Dio non volesse fidarsi alla

barca.

— O no! le diceva, non t'arrischiare Beppa: credi invece a me, e

andiamo a piedi!

— Ma che fantasie! Guarda com'è bella la notte! C'è un lume di luna che

consola! E poi ho promesso di tener compagnia alla Maddalena, oltre che

conduce seco la bambina, è anche incinta, e non potrebbe camminare.

— Dì alla Maddalena che si fermi a Trieste. Andrà un'altra volta a

casa. Alla bruma entrerò io a vedere di suo marito, e gli dirò che

l'ho così consigliata pel suo meglio. Oh il pover uomo, dimani me ne

ringrazierà!...

— Non capisci, che abbiamo già pagato?

— Sálvati Beppa, e che vadano i dieci carantani!...

— Che diacine di discorsi tenete voi altre costì? interrompeva la Mora

che uscita dall'osteria stava da qualche minuto ascoltando, messa come

in apprensione. Chi ti ha detto che questa notte s'ha proprio da fare

un buco nell'acqua? E postasi in mezzo colle mani in fianco tirava in

faccia alla Giannetta un paio di occhi spiritati.

— Il cuore me lo dice! —

— Ah! il cuore.... Anch'io ho pagato.... Peraltro per dieci carantani

non vo' mica farmi mangiare dai pesci! Vengo io con te! — Si divisero;

la Beppa rideva, ma la Giannetta l'abbracciò piangendo con una

tenerezza abbandonata come se fosse stato l'ultimo addio. Non erano per

anco giunte ad Opeina che cominciò a spirare la bora. Più andavano e

più pigliava piede, di modo che nelle svoltate, quando si trovavano in

bocca alle gole dei monti, per far ressa a quella furia che a guisa di

cateratta aerea si precipitava sul mare, dovevano tenersi fortemente

avvinghiate l'una con l'altre e camminare di conserva. Proseguirono

così tutta la notte. Sul fare dell'alba spuntavano a Sistiana, laddove

la montagna s'apre sul golfo e si presenta allo sguardo la fertile

spianata del territorio e il littorale friulano fino alle rovine

dell'antica Aquileia. Una confusione di voci lontane, un gridare

indistinto, come lo stormire d'immensa boscaglia, o come il fragore

di molte acque rompenti tra scogli pareva loro che salisse fino ad

esse, or sì or no a seconda del vento; guardavano, e il sole che si

faceva specchio nelle sinuosità della costa, e l'alito della terra

già risvegliata rutilavano troppa luce perchè i loro occhi valessero

da quell'altezza a discernere gli oggetti. Quando furono presso Duino

s'incontrarono in alcuni viandanti che discorrevano di una grande

disgrazia successa in quella notte sul mare. Pescatori usciti assai per

tempo e a causa della bora dovuti ritornare in porto avevano narrato

di un legno fuorviato; di una barca desolata, dicevano essi, che

si vedeva fluttuare senza direzione in balía delle acque dirimpetto

alla Madonna Marsigliana. A quell'annunzio, la gente spaventata era

corsa alla spiaggia, e dal porto era partito un legno onde verificare

l'accaduto; ma nulla di preciso sapevasi ancora; solo alcuni cadaveri

che il mare aveva rigettato facevano purtroppo fede del disastro. Le

donne allora incominciarono a piagnere e a pregare il Signore e la

Vergine santissima che non fosse vero, e affrettavano il passo come se

il loro accorrere avesse potuto impedire la disgrazia. Ai Bagni altra

gente e altri particolari. La barca che aveva naufragato era quella di

paron Gregorio, undici cadaveri erano già stati pescati, fra questi una

donna di Monfalcone era stata riconosciuta. Dovevano avere sbagliato

nell'imboccare il porto, od essersi impigliati nella punta di pietre

che lo protegge, o forse troppo carichi, era stata cotesta la cagione

della loro sventura. La Caterina e la Mora nella loro angoscia facevano

sempre nuove interrogazioni, ma la Giannetta pallida, cangiata di

fisonomia, cogli occhi impietriti ascoltava impassibile tutte queste

congetture, come se neanche si avesse trattato dei suoi. Pareva che

il dolore le avesse tolto ogni energia. Era come uno che dopo aver

lungamente nuotato ed esaurito tutte le forze, si abbandona alla

corrente e senza resistenza vede accavallarsi sul capo l'onda che deve

strascinarlo nell'abisso, o come l'ammalato che perduta la speranza si

sente già morto e più non cura che che gli facciano dintorno. Certa

della sventura già prima che succedesse, ora non aveva più lagrime.

Nella piaga del suo cuore potevano figgere e rifiggere il ferro; da

lungo tempo squarciato ei non gettava più sangue. La strascinarono a

Monfalcone come un cencio.

Racconti(#49510) · 第 67 / 90 题