Nella camera mortuaria dell'ospitale civile di Trieste, sulla panca
parata dal funebre lenzuolo, le mani istecchite incrociate sul petto,
con una candela accesa a' piedi, vestito del camiciotto di carità,
giaceva un cadavere. Se la nera lavagna appesa al muro sovra il suo
capo non l'avesse detto, sarebbe stato difficile riconoscere in que'
diformati avanzi la vispa giovinetta che noi abbiamo veduto tante volte
sulla via di Udine vicino a Butrio, o nelle sagre dei nostri villaggi
prima alla danza, mentre i biondi capelli le scappavano in riccioli
lungo le guance rosate e sul collo gentile. Quei capelli adesso irti
e bagnati ancora dal sudore della morte avevano perduto la lucentezza
e si diffondevano sinistramente a contornare una faccia contraffatta,
lineamenti diventati orribili. A ventisei anni ell'aveva consumato
la vita, lungi dal paese nativo, senza una lagrima di compianto,
senza la stretta di mano di nessuno de' suoi cari! Sul letto dello
spedale, abbandonata da tutti, in quelle lunghe ore crudeli di rimorso
e d'impotente desiderio a ricominciare la già sprecata giovinezza,
oh quante volte ella sarà tornata col pensiero alla casa paterna,
agli anni innocenti della sua infanzia, alla povera chiesetta del
disprezzato villaggio! Fin da quando la sua malattia aveva cominciato
a seriamente aggravarsi, ella aveva trovato modo, col mezzo d'una
donna che usciva dallo stabilimento, di far sapere alla Giannetta del
miserabile suo stato, e per segnale e preghiera chè venisse, le aveva
mandato la crocetta d'oro che soleva portare al collo prima della sua
partenza.
La Giannetta era venuta, ma pur troppo tardi. Subito che fu a Trieste,
ella lasciò a' loro traffici il marito e gli altri contrabbandieri,
e corse difilata all'ospizio. Dinanzi a quel vasto caseggiato di
architettura senza fisonomia, ma pur moderna e signorile, rimase un
istante in forse, parendole impossibile che sotto l'apparenza di tanta
agiatezza dovesse nascondersi la miseria di cui ella andava in traccia.
Nell'entrare s'incontrò in una lettica vuota: guardava a chi
indirizzarsi; quando vide nel cortile alcuni inservienti che
sciorinavano un panno mortuario. Percossa da un funesto presentimento
si appressò col cuore atterrito, e proferì il nome della povera
Tonina. Le risposero un numero e la indirizzarono alla sala delle
donne. Coll'ansia di chi spera imminente l'abbraccio di cara persona,
ella percorreva le due lunghe corsie che formavano croce, e di letto
in letto ne andava ricercando coll'occhio le amate sembianze. Tanti
volti squallidi atteggiati al dolore, e tutti stranieri! Ricorse ad
una infermiera e chiese del numero che le avevano indicato. In quella,
da una delle porticelle impannate d'ingresso, entrava il dottore e si
dirigeva precisamente al letto che portava quel numero onde visitarvi
l'ultima venuta, una vecchia coi capelli grigi. Le dissero allora che
la giovane ch'ella cercava era morta e il suo posto già occupato. Non
sapevano o non avevan tempo di badare alle interrogazioni che a tale
annunzio andava loro facendo tutta in lagrime la contadina. Nascose il
volto fra le mani, e dopo un momento di concentrato dolore si dispose
ad uscire. Dietro a lei giù per le scale in un lenzuolo trasportavano
un cadavere. Non vedeva l'ora d'esser fuori dall'infausto edifizio.
All'aperto le pareva di potersi abbandonare più liberamente al pianto
di che aveva piena l'anima. Si risovveniva della prima volta che si
erano incontrate, della gioia grande che provò, quando dopo tanto
tempo la rivide in quella osteria e seppe ch'era sorella di Dino, del
bene che si avevano voluto.... Quell'anima amorosa era stata la sola
che nella famiglia del contrabbandiere l'era venuta incontro colle
braccia aperte, e si ricordava mille tratti del suo buon cuore; ed
ella che tante volte aveva diviso le lacrime degli altri, ella era
morta abbandonata da tutti! Oh! l'avevano ben crudelmente dimenticata;
e benchè per parte sua fosse innocente, nondimeno sentiva rimorso di
averla lasciata morire, senza neanche darle l'ultimo addio. Le pareva
che la crocetta che le aveva mandato fosse come un rimprovero, e
si vedeva dinanzi l'immagine della povera Tonina agonizzante che la
chiamava al suo letto, che le stendeva indarno la mano. Angosciata
da questi pensieri entrò nel cimitero, e inginocchiata in quella
parte dove non distinte da croci posano confuse le ossa dei poveri,
nell'effusione della sua anima pregava: — Dove sei, Tonina? Dove sei,
sorella mia? Oh non credere ch'io ti abbia dimenticata! Han detto di
te tante brutte cose, ma io ti amavo sempre allo stesso, e pregherò
per te ogni giorno della mia vita; farò dire una messa in suffragio
dell'anima tua, e Dio ch'è buono ti darà la sua pace. La tua crocetta
me la metto qui sul petto, e mi ricorderò sempre di te e del bene che
tu poveretta mi hai voluto. Dicono che c'è un'altra vita, e io spero
che ci rivedremo in quella, e che tu allora mi avrai perdonato se non
ho potuto correre a consolare i tuoi ultimi momenti. Oh! dinanzi al
trono di Dio che noi possiamo essere abbracciate e volerci ancora bene
come una volta! Allora saranno finite le lagrime, e il Signore avrà
misericordia anche di noi povere disgraziate. — E recitava con divota
effusione di cuore tutte le preghiere che sapeva. L'anima invisibile
che certamente le volava dintorno avrà accolto con dolore consolato
quelle pietose parole, e nel sentirsi ancora amata, avrà perdonato al
mondo i suoi crudeli disprezzi e l'abbandono e la trista dimenticanza
dei suoi cari.
Il sole intanto placidamente scendeva in grembo all'ampia marina, e
i suoi ultimi raggi diffondevano come un velo di luce rosata; alcune
barche pescherecce a guisa di uccelli acquatici solcavano il golfo
che in quell'ora pareva dilatarsi e confondersi coll'azzurro dei
cieli. Tra i molti legni schierati in porto avresti veduto una specie
di trabaccolo intorno al quale si affaccendavano alcune persone.
Si caricavano delle botti di olio, e a misura che imbruniva, andava
aumentandosi l'andirivieni di certe figure dubbie che passeggiavano
sul molo, e si vedevano aggruppate in quelle vicinanze. Al di là
del Ponte Rosso, in una bettola fuor di mano, stava trincando con
alcuni compagni l'uomo a cui apparteneva il trabaccolo. Vicino al
fiasco teneva sciorinato il passo della Dogana e i nomi di diecisette
individui, ch'egli s'era impegnato di condurre in quella notte al porto
di Monfalcone. Ad ogni momento entravano a bere di quella gente che a
Trieste dai paesi circonvicini vengono a vendere uova, erbaggi, polli;
e datisi alcune occhiate d'intelligenza, per dieci o dodici carantani
pattuivano il ritorno colla barca di paron Gregorio. Erano donne
vestite alla contadina, erano uomini di sinistra apparenza, la maggior
parte in farsetto e berretta alla marinaresca. Al modo spiccio con cui
venivano conchiusi quei contratti ben t'accorgevi che la Dogana non ci
aveva che fare. Entra un giovinotto, appoggia un gombito sulla tavola,
e inchinata la persona bisbiglia sommesso alquante parole nell'orecchio
di paron Gregorio. Questi l'ascolta lentamente centellando, e quando ha
finito di parlargli depone la tazza, e: — Intesi! Poi col dorso della
mano forbendosi i grigi mustacchi:
— Il posto per cinque, mi pare?...
— No davvero, solamente per tre. Mogliema s'è ostinata a voler
andarsene a piedi....
— Come? interrompeva una ragazza, non viene la Giannetta? Eh via,
persuadetela, Dino, ch'ell'è una grossa stramberia il pigliarsi tutta
quella gambata, quando invece si può trovarsi domattina fresche e
riposate a Monfalcone!
— Andate mo a dirgliene! ch'io per me non ne voglio saper altro, e ho
perduta la pazienza.
— Dov'è rimasta?
— L'è qui fuori colla Caterina che a forza di piagnistei s'è lasciata
tirare ad accompagnarla. — E la Beppa usciva, ma indarno, che la
Giannetta in quella sera non voleva proprio saperne del mare. Fosse la
reminiscenza della paura durata nell'ultimo viaggio, o che abbattuta
dalle tante lagrime versate si sentisse scorata e più del consueto
uggiosa di quella compagnia, o che nel secreto dell'anima le parlasse
un funesto presentimento, invece di lasciarsi persuadere, cominciò
ella a pregare la Beppa che per l'amore di Dio non volesse fidarsi alla
barca.
— O no! le diceva, non t'arrischiare Beppa: credi invece a me, e
andiamo a piedi!
— Ma che fantasie! Guarda com'è bella la notte! C'è un lume di luna che
consola! E poi ho promesso di tener compagnia alla Maddalena, oltre che
conduce seco la bambina, è anche incinta, e non potrebbe camminare.
— Dì alla Maddalena che si fermi a Trieste. Andrà un'altra volta a
casa. Alla bruma entrerò io a vedere di suo marito, e gli dirò che
l'ho così consigliata pel suo meglio. Oh il pover uomo, dimani me ne
ringrazierà!...
— Non capisci, che abbiamo già pagato?
— Sálvati Beppa, e che vadano i dieci carantani!...
— Che diacine di discorsi tenete voi altre costì? interrompeva la Mora
che uscita dall'osteria stava da qualche minuto ascoltando, messa come
in apprensione. Chi ti ha detto che questa notte s'ha proprio da fare
un buco nell'acqua? E postasi in mezzo colle mani in fianco tirava in
faccia alla Giannetta un paio di occhi spiritati.
— Il cuore me lo dice! —
— Ah! il cuore.... Anch'io ho pagato.... Peraltro per dieci carantani
non vo' mica farmi mangiare dai pesci! Vengo io con te! — Si divisero;
la Beppa rideva, ma la Giannetta l'abbracciò piangendo con una
tenerezza abbandonata come se fosse stato l'ultimo addio. Non erano per
anco giunte ad Opeina che cominciò a spirare la bora. Più andavano e
più pigliava piede, di modo che nelle svoltate, quando si trovavano in
bocca alle gole dei monti, per far ressa a quella furia che a guisa di
cateratta aerea si precipitava sul mare, dovevano tenersi fortemente
avvinghiate l'una con l'altre e camminare di conserva. Proseguirono
così tutta la notte. Sul fare dell'alba spuntavano a Sistiana, laddove
la montagna s'apre sul golfo e si presenta allo sguardo la fertile
spianata del territorio e il littorale friulano fino alle rovine
dell'antica Aquileia. Una confusione di voci lontane, un gridare
indistinto, come lo stormire d'immensa boscaglia, o come il fragore
di molte acque rompenti tra scogli pareva loro che salisse fino ad
esse, or sì or no a seconda del vento; guardavano, e il sole che si
faceva specchio nelle sinuosità della costa, e l'alito della terra
già risvegliata rutilavano troppa luce perchè i loro occhi valessero
da quell'altezza a discernere gli oggetti. Quando furono presso Duino
s'incontrarono in alcuni viandanti che discorrevano di una grande
disgrazia successa in quella notte sul mare. Pescatori usciti assai per
tempo e a causa della bora dovuti ritornare in porto avevano narrato
di un legno fuorviato; di una barca desolata, dicevano essi, che
si vedeva fluttuare senza direzione in balía delle acque dirimpetto
alla Madonna Marsigliana. A quell'annunzio, la gente spaventata era
corsa alla spiaggia, e dal porto era partito un legno onde verificare
l'accaduto; ma nulla di preciso sapevasi ancora; solo alcuni cadaveri
che il mare aveva rigettato facevano purtroppo fede del disastro. Le
donne allora incominciarono a piagnere e a pregare il Signore e la
Vergine santissima che non fosse vero, e affrettavano il passo come se
il loro accorrere avesse potuto impedire la disgrazia. Ai Bagni altra
gente e altri particolari. La barca che aveva naufragato era quella di
paron Gregorio, undici cadaveri erano già stati pescati, fra questi una
donna di Monfalcone era stata riconosciuta. Dovevano avere sbagliato
nell'imboccare il porto, od essersi impigliati nella punta di pietre
che lo protegge, o forse troppo carichi, era stata cotesta la cagione
della loro sventura. La Caterina e la Mora nella loro angoscia facevano
sempre nuove interrogazioni, ma la Giannetta pallida, cangiata di
fisonomia, cogli occhi impietriti ascoltava impassibile tutte queste
congetture, come se neanche si avesse trattato dei suoi. Pareva che
il dolore le avesse tolto ogni energia. Era come uno che dopo aver
lungamente nuotato ed esaurito tutte le forze, si abbandona alla
corrente e senza resistenza vede accavallarsi sul capo l'onda che deve
strascinarlo nell'abisso, o come l'ammalato che perduta la speranza si
sente già morto e più non cura che che gli facciano dintorno. Certa
della sventura già prima che succedesse, ora non aveva più lagrime.
Nella piaga del suo cuore potevano figgere e rifiggere il ferro; da
lungo tempo squarciato ei non gettava più sangue. La strascinarono a
Monfalcone come un cencio.