Volgeva il giorno al tramonto, e Giacomo, seduto sul dinanzi del pigro
carrettone, giugneva appena sotto le sbiancate rupi di Amaro; egli
avrebbe voluto divorare la via, guardava al sole che già si nascondeva
dietro Cavasso, guardava ai cavalli stanchi, alla strada che si faceva
sempre più ripida.
— Ancora una mezz'oretta, disse il carrettaio, e poi siamo a Càneva.
— Contate di passar la notte là? chiese il povero giovinotto, cui la
speranza che l'aveva mantenuto allegro e facondo tutto il viaggio, or
quasi scaduta cominciava a mettere in serietà.
— Farò dare due misure alle mie bestie e poi proseguirò, disse
l'altro. Passarono entrambi quella mezz'ora in perfetto silenzio:
l'uno pratico del sentiero e sicuro delle sue mule, lasciavasi andare a
lor discrezione, senza por mente all'orribile pericolo di quelle erte
così frequenti, e saliva lento, e veloce discendeva, sempre intento
a raggruppare la coda della sua frusta; l'altro cogli occhi fisi ad
un punto, aveva mille volte col pensiero percorso lo spazio che ne
lo divideva, e, se gli avessero offerto di guadare il torrente, di
gettarsi attraverso quelle frane e que' rompicolli, avrebbe accettato,
purchè avesse potuto marciare in linea retta. Giunsero a Càneva, e
Giacomo, smontato dal carrettone, contò alcune monete al compagno;
indi, postosi in ispalla il suo fardello, prese la via di Paluzza,
contento d'essersi liberato da quella pigra vettura, e persuaso che
le sue gambe dovessero servirgli assai meglio. Infatti, pareva ch'ei
volasse. Lasciò la strada non ancora compiuta che passa per Terzo,
e tenutosi basso tra le ghiaie del dirupato torrente, lo saliva a
ritroso valendosi di tutte le scorciatoie e tendendo l'orecchio perchè
il fragore delle acque gl'insegnasse il luogo dei ponticelli. In tre
anni di assenza, quanti rivolgimenti! Il fiume inquieto aveva cangiato
più volte di corso, ed egli era obbligato a rintracciare le seghe e
i passi mutati. Era dirimpetto a Zuglio, quando le aeree campane di
San Pietro suonarono l'Avemmaria. Quel suono lo commosse. Parevagli
la voce conosciuta d'un amico che rivedi dopo lunga lontananza.
Quante memorie gli tornarono allora nel cuore! La sua fanciullezza
passata, i genitori, gli amici, la patria, il primo palpito della
sua anima innamorata, tutto si legava a quella campana armoniosa,
che, illuminata dall'ultimo raggio del sole, salutava la prima il
suo ritorno. Bel pensiero gli parve allora quello dei suoi vecchi
compatriotti, che consecrarono all'Apostolo quella sublime pendice.
E la chiesa parrocchiale circondata dal cimitero, comune un tempo a
tutta la vallata, e il magnifico campanile situato in modo che l'angolo
della sua guglia compie la piramide della montagna, gli parvero in
quell'istante opera veramente maravigliosa. Arrivò sull'imbrunire
ad Arta, guardò la montagna che sorge a sinistra del villaggio, e
sulla cui cima è situata Cabia. Il cuore gli batteva impetuoso. Nel
dimani celebravasi la messa così detta della gioventù, ed egli avea
tanto corso, ch'era giunto prima che si cominciasse a far scivolar le
girelle. Tra que' monti vige un antico costume. La sera precedente a
un dì solenne, alcuni giovinotti del villaggio ascendono la montagna,
piantano a lor dinanzi un impalcato, e tagliate di legno resinoso
delle rotelle in forma di stella, le conficcano ad un palo, indi
danno lor fuoco e le girano, le girano finchè sieno bene ardenti, poi
battono d'un gran colpo il palo sulla panca, e le fanno scivolar giù
a salti per la montagna consecrandole al nome delle giovinette del
paese. A' piedi del monte vi è un'altra turba di garzoni, che stan
pronti con armi da fuoco per festeggiare a chi più può il nome della
propria amorosa. Giacomo sapeva che la gioventù del suo villaggio era
solita nel dì seguente far cantare una messa alla Vergine perchè ne
custodisse i costumi, e che in quella sera salivano a metà dell'erboso
monte di Cabia per lanciare le girelle. Erano tre anni ch'egli aveva
abbandonato Arta per guadagnarsi il pane col mestiere del legnaiuolo.
Era giunto a farsi benvolere dal suo padrone, aveva accumulato qualche
risparmio, e ritornava in patria a far provvista di legnami, e nello
stesso tempo a vedere se la Rosa gli era ancora fedele. Portava un
paio di pistole e della polvere da schioppo, e tutto il viaggio aveva
mulinato del come arrivare sconosciuto, e della grata sorpresa che
preparava a lei nel farle sentire nella festa delle girelle salutato
il suo nome da parecchi spari e forse più che alcun altro delle
compagne. Quando guardò al monte di Cabia e vide che arrivava in tempo,
sentì corrersi al cuore un tal soprassalto di gioia e sì fattamente
cominciarono a tremargli le gambe, che dovè entrare nell'osteria per
refocillarsi un istante. Ivi ad una tavola trincavano alcuni giovinotti
suoi coetanei. Vicino alla tazza tenevano le pistole già cariche
e cantavano le patrie villotte, quelle villotte, ch'egli stesso un
tempo insieme con essi avea creato e che più d'una suonava nel nome
della Rosa. Fu lì per correre ed abbracciarli, ma si rattenne pensando
all'improvvisata che macchinava. Si ritirò in un cantuccio, visitò
le sue armi; e quando vide partire i compagni, tenne lor dietro fino
alle falde della montagna. Là si nascose dietro una macchia presso il
fonte, e stava aspettando il grido di gioia che doveva dirgli il nome
dell'amata. Era una bella notte serena, mite la stagione e tutte ancor
verdi le montagne. Di dietro ai gioghi di Cabia spuntavano due candidi
raggi che andavano allargandosi a guisa di ventaglio e si perdevano
nell'immenso azzurro. Prima che comparisse la luna incominciò la
festa. Fu accesa la prima girella e balzò pei greppi della montagna
consecrata al parroco del paese; dopo questa fu lanciata la seconda
nel nome della più bella ragazza del villaggio, e poi una terza, e poi
una quarta, e spari di fucile e grida festose le salutavano al basso,
e l'eco fragorosa le ripeteva fin'oltre Paluzza. L'un dopo l'altro
furono declinati ventotto nomi, senza che mai suonasse quello di Rosa
Pignarola. Era indescrivibile l'ansietà di Giacomo. Sul principio,
il proprio orgoglio gli faceva sperare primo quel nome. Bionda,
ricciutina, candida e rosata, dagli occhi neri e dalla svelta figura,
gli pareva impossibile che tutti come lui non la vedessero per la
più bella. Ma quando udì preposte altre, ch'egli aveva conosciute, e
che nella sua mente non valevano un ricciolino della Rosa, cominciò
a pensare che la poveretta era così trascurata perchè aveva l'amante
lontano, e sentivasi crescere il cuore, e si felicitava di vendicarla
e farla trionfare cogl'impensati suoi spari. Intanto suonò l'ultimo
nome di fanciulla. Dopo questo furono inalberate un'altra ventina di
girelle, e fra gli evviva i canti e gli scoppi balzavano a salti dalla
montagna, ed altre a furia le seguivano, sicchè da lungi ti pareva una
pioggia di stelle che giù volassero a tuffarsi nelle acque della Bût, o
che una magica verga per illuminare la notte avesse percosso il monte
e fatta scaturire questa magnifica fontana di foco. Povero Giacomo,
che fu di lui, allorchè sentì svanirsi ogni speranza! Ch'era dunque
stato della Rosa? Avrebbe voluto lanciarsi tra i compagni e chiederne
conto, ma lo rattenne la paura d'una risposta fatale. Potevano dirgli
ch'ella era morta.... o maritata.... Ah! ch'egli avrebbe dovuto
prevederlo. Così bella!... Era impossibile che si fosse contentata
d'aspettarlo; lui tapino che non aveva di suo che le braccia! — Questo
pensiero lo riempì d'amarezza, e per un istante gli pesò sul cuore
tutta l'impotenza della sua umile condizione. Si ricordò allora di
sua madre.... Con quanto affetto non lo avrebbe abbracciato la povera
vecchia! Erano tre anni che non la vedeva. Quando partì, ella pianse
tanto! Era infermiccia e temeva di morire senza rivederlo, gli diede
tutto il danaro che a forza di privazioni aveva potuto raggranellare,
lo benediva con tanto amore.... ed egli aveva potuto ritardarle la
consolazione di riabbracciarlo?... Aveva potuto fantasticare tutto
quel giorno per far sorpresa ad una ingrata che lo aveva dimenticato,
e neppure un pensiero alla povera donna che non viveva se non per
lui.... Ben gli stava l'immenso dolore con che il cielo ne lo puniva!
e lacrime dirotte gli corsero per le guance. Cresciutogli affetto
dal rimorso, avviossi alla sua casa ansioso di abbracciare la buona
vecchia, la cognata ed i figliuolini del fratello, l'ultimo dei quali
era nato dopo la sua partenza. La porta della cucina era socchiusa,
due fanciullini giocavano insieme seduti dinanzi al focolare, e un
terzo dormiva in grembo alla cognata, che ad ogni tratto smetteva di
ninnarlo per attizzare gli stecchi sotto un paiuolo che dal fumo e
dal borboglío conoscevi presso a bollire. La vecchia col dorso vôlto
alla porta e china sulla madia aperta, era affaccendata a far correre
lo staccio. Prima ad accorgersi del sopravvenuto fu la cognata, che
mise il suo bimbo sullo spazzo e corse ad abbracciarlo. Ei le fe'
cenno di starsi cheta, e pian pianino era per gittare le braccia al
collo di sua madre, quando questa s'accorse, diè un grido, e, gettato
lo staccio, strinse al cuore il suo povero Giacomo. Dimenticarono per
buona pezza la polenta, lieti del rivedersi e curiosi di tutto che
era passato in quel frattempo. Suo fratello era ito sul monte colla
mandria di compare Giovanni, e doveva di giorno in giorno ritornare.
Le due donne lo aspettavano pel dì della Madonna, ed erano liete che il
caso avesse così per quel giorno solenne riunita tutta la famigliuola.
Intanto i fanciullini, che al suo venire s'erano rincantucciati in un
angolo del focolare, gli si fecero d'intorno e mescevano anch'essi la
loro linguetta a quell'allegro chiacchierare; ei tenne un pezzo fra
le braccia il piccino, e lo baciava con quell'affetto con cui avrebbe
baciato il fratello. Chiese dei conoscenti, degli amici, del parroco;
ma non nominò la Rosa, nè le donne s'attentarono di farlo. Era uno
scoglio che tutti tre fuggivano per diverso motivo. Giacomo procurava
di mostrarsi gaio: fu solamente durante la cena, che il cuore la vinse.
Suo malgrado gli corse la memoria ai giorni precedenti la sua partenza,
e impensierito teneva in mano la scodella, senza poter trangugiare
il tozzo che meccanicamente aveva imboccato. Le donne si accorsero,
e dopo un minuto di silenzio: — Che hai Giacomo? chiese la madre con
voce affettuosa. Povero Giacomo! gli occhi gli si fecero grossi, e suo
malgrado fu vista luccicare una delle tante lagrime che inghiottiva. —
Hai dunque saputo della poveretta? continuò essa. Quest'anno è stato
un grand'anno per lei! Noi abbiamo preveduto che doveva finire così.
Si affaticava di troppo, massime sul taglio dei fieni: correre ogni
giorno fin lassù nei prati di Sorassacco.... — Ma dunque?... diss'egli,
e aspettava, come il condannato aspetta la fatale sentenza che deve
troncargli il capo. — Dunque è morta? — Morta no! ma gravemente
ammalata. Dopochè suo padre si è riammogliato, la poveretta non poteva
aver pace con quel demonio della Margherita. Ne pativa d'ogni sorte,
finchè finalmente risolse d'andarsene, e prese servigio qui a Cedarzis
in casa di quel mandriano, che ha suo figlio muratore in Germania; te
lo ricorderai, era della tua età. In quella casa ella lavorava dì e
notte per farsi benvolere, e un po' forse per dar torto alla matrigna,
che la predicava per una dappoco. La mattina una fornata di pane, ch'e'
hanno i dazi, poi l'acqua per la cucina, talvolta un mastello di pezze:
a mezzogiorno un boccone, e poi su ne' boschi a legna, e caricava più
che alcun'altra; e quando si fecero i fieni, mi diceva qui la Togna,
dall'alba alla sera un continuo lavorare, finchè si è buscata la
malattia, per cui sono otto giorni che batte la febbre. — E che ne ha
detto il medico? chiese Giacomo. — Ho paura che nessuno si sia preso
la briga di consultarlo, e forse, soggiugneva la vecchia, sarà meglio;
che se la è destinata.... — Oh madre mia! vi prego.... Che ora abbiamo?
Non devono essere ancora le dieci, e forse s'io corro in Piano,
arrivo prima che il dottore si corichi. — Il dottore? ripigliò Tonina;
facilmente, se andate qui da M*** egli c'è ancora. È solito giocar la
partita con quei signori che son venuti a prendere le acque, e l'altra
sera batteva mezzanotte che ho sentito passare il suo carrettino. —
Volo dunque là, disse Giacomo: a rivederci domanmattina.