Verso l'esilio.
Gli scrisse il giorno dopo, all'insaputa di Giorgio, gli scrisse
senza nulla nascondergli, e n'ebbe una pronta risposta. «Non creda —
diceva la lettera del dottor Raucher a Giacomo Moncalvo — non creda
che il mio dolore m'impedisca di comprendere il suo. Nè tema ch'io
sia rimasto offeso da ciò ch'ella mi espone con sì nobile franchezza.
L'affezione fraterna che il suo Giorgio aveva dato alla mia Frida era
tutto quello che la povera malata potesse chiedere, ed ella è morta
riconoscente del benefizio, ignorando, e fu meglio, la tempesta che
travolse il suo amico negli ultimi tempi. Penso anch'io che convenga a
Giorgio di allontanarsi da tutto ciò che può alimentare la sua infelice
passione. S'io vedessi la probabilità di ricominciar la mia solita vita
gli offrirei di tornare con me, ma ho assoluto bisogno, almeno per
qualche tempo, di cambiare abitudini. Come? Quando? Non lo so. Cento
idee, cento progetti diversi mi si agitano nella mente. Se uno d'essi
piglierà forma concreta, se sarà tale da permettermi di ricorrere al
mio antico collaboratore mi affretterò ad informarnela. Abbia un po'
di pazienza. Fra due, fra tre mesi al più saprò dirle se sono ancora in
grado di giovare agli altri, o se sono _un uomo finito_».
Giacomo Moncalvo aspettava.
Intanto Giorgio aveva voluto riprender le sue lezioni. Ma le aveva
riprese senza calore, senza entusiasmo. Non era più quello d'una
volta. Il professore Salvieni, che gli aveva ceduto una parte del suo
corso magnificandolo agli studenti come una fulgida promessa della
scienza, cominciava a dubitare d'essersi ingannato; i rivali, gli emuli
malignavano. «Era una gonfiatura. È uno di quelli che s'infiltrano
nelle Università per virtù della gloria paterna.... Oggi non è che
assistente, ma al primo concorso saprà farsi nominar straordinario....
Così avremo la dinastia dei Moncalvo.... Come se delle dinastie
universitarie non ce ne fossero abbastanza».
Giorgio sentiva di perder terreno nella stima degli altri e di sè, e
ogni giorno faceva eroici proponimenti.... pel giorno dopo. «Domani
ritroverò la mia energia, domani mi rimetterò sul serio al lavoro».
Senonchè, il domani era simile all'oggi e qualunque applicazione
continuata ed intensa gli era impossibile. I suoi libri prediletti
gli venivano a noja, i suoi vecchi manoscritti, le sue note in
italiano e in tedesco, documenti d'un'attività intellettuale di cui
si maravigliava egli stesso, gli parlavano un linguaggio che ormai
egli stentava a comprendere. Come? Tante idee egli aveva avute?
Tante ricerche aveva iniziate? Di tante opere aveva abbozzato il
disegno? Così superbo edifizio di gloria aveva architettato?... Povero
architetto che ormai non sapeva mettere insieme due pietre!
Disposto per indole alla benevolenza, diventava a poco a poco scontroso
e sarcastico. Poichè la molla della sua energia era spezzata, pareva
infastidirsi che gli altri non fossero inerti al pari di lui, e non
risparmiava le sue censure nemmeno a suo padre, oggetto un tempo della
sua ammirazione. Non avrebbe potuto riposarsi? Non avrebbe potuto esser
contento della fama raggiunta? Che voleva di più? Con Flacci era feroce
addirittura, nè si lasciava sfuggir l'occasione di pungerlo. «Non è
sangue quello che le scorre nelle vene, — gli diceva talvolta. — È
matematica allo stato liquido. Lei non è un uomo; è una fabbrica di
teoremi.... Mi stupisce che non domandi il brevetto.... Via, sentiamo,
di quante memorie alla settimana _si sgrava_ per i Lincei o per qualche
altra Accademia?»
Ora Giorgio vedeva spesso Brulati. Dopo il matrimonio della Mariannina
il bizzarro artista andava meno in palazzo Gandi e s'era accostato a
quello ch'egli chiamava impropriamente il ramo cadetto della famiglia
Moncalvo, partecipando all'errore di molti che credevano Gabrio il
maggiore dei due fratelli.
Che Brulati, imbizzito anch'egli contro la _principessa Oroboni_, fosse
in quel momento il compagno più desiderabile per Giorgio Moncalvo,
questo non avrebbe osato pensarlo nessuno e certo non lo pensava il
professore Giacomo. Ma come chiuder la porta in faccia ad un uomo
che tutti amavano e stimavano e che per rendersi meglio accetto
aveva offerto ai nuovi amici un dono prezioso: la copia del ritratto
bellissimo fatto alla povera signora Clara sul letto di morte? Bensì
il professore, accogliendolo con franca cordialità, gli aveva detto
tra serio e scherzoso: «Badi che qui non si deve parlare nè di mio
fratello, nè di mia cognata, nè di mia nipote, nè di nozze, nè di
conversioni».
E, in casa, la consegna era abbastanza rispettata. Ma, fuori, le cose
mutavano aspetto, e quando Giorgio dava una capatina nello studio
di Brulati o lo raggiungeva in quel caffè della vecchia Roma ch'era
un ritrovo d'artisti, il pittore si lasciava volentieri tirare in
discorso.
La Mariannina? La principessa? Sicuro; da buona figliuola ella scriveva
ogni tanto ai suoi genitori, e la signora Rachele, _donna_ Rachele,
mostrava con orgoglio le lettere piene di elogi per le virtù, e pel
tatto di don Cesarino e piene di entusiasmo per la terra sacra ove la
novella sposa, beata lei, aveva posto il piede.... Quella donna Rachele
si scioglieva in lacrime di tenerezza. A lui, a Brulati, lo scettico,
il reprobo, ella diceva in aria di trionfo: «Ha visto, signor profeta
di malaugurio? Ha visto se quei due non eran nati per intendersi, per
completarsi a vicenda? Mia figlia ha la bellezza, l'intelligenza,
il danaro; mio genero ha la razza, il sangue, ha un patrimonio di
credenze, di convinzioni che gli uomini dell'oggi non hanno».
Un punto su cui Brulati amava diffondersi era l'ardore di neofita della
Moncalvo. Non era ancora battezzata, ma frequentava ormai le funzioni
di chiesa, era patronessa di parecchie fondazioni cattoliche, ascritta
alla società di San Vincenzo di Paola, vicepresidentessa dell'Istituto
delle pericolanti, consigliera dell'opera pia del Pane di Sant'Antonio,
promotrice di una colletta a pro dei missionari, eccetera, eccetera.
— Che aspetta dunque a fare il gran passo? — chiedeva Giorgio.
Ma! Brulati diceva che non si conoscevano precisamente le ragioni
dell'indugio. Secondo alcuni era lo stesso commendatore che muoveva
ogni sorta di ostacoli; secondo altri, che forse erano nel vero,
tutto dipendeva da un incidente toccato a monsignor de Luchi, il
direttore spirituale di _donna_ Rachele. Monsignor de Luchi, pare
impossibile, era, pel momento, in disgrazia dei superiori e aveva
dovuto ritirarsi per un pajo di settimane in un convento di francescani
a far penitenza.... Non gli perdonavano il discorso pronunziato alle
nozze della Mariannina con una frase ambigua sul potere temporale....
Apriti cielo!... Non c'era voluto di più per scatenar le collere
della Curia.... E sì che l'untuoso sacerdote aveva proposto un
brindisi al Papa e predetto alla Chiesa la riconquista di Roma. E pur
troppo, soggiungeva il pittore, pur troppo il pronostico minacciava
d'avverarsi.
Nelle sue passeggiate con Giorgio Moncalvo per le vie della capitale,
Brulati tornava spesso su questo spauracchio della riconquista di Roma
da parte del Vaticano e commentava amaramente la frase di de Luchi
mostrando al suo compagno ora i nuovi edifizi comperati o costruiti da
corporazioni religiose, ora i preti, i frati, le monache di ogni specie
e colore che sbucavano da tutti i canti.
— Come se non ne avessimo abbastanza dei nostri, — protestava
l'artista, — ci son piombati addosso quelli che la Francia ha spazzati
via. Aprono conventi, aprono ospizi, aprono scuole, aprono perfino
locande; ogni arma è buona per impadronirsi delle anime e dei corpi.
Bella generazione che ci preparano, di pinzochere e di sacrestani!... E
pensare che non solo non trovano contrasti, ma trovano ajuti dove meno
si crederebbe; perch'è di moda far all'amore coi clericali.... quando
pure non si getti ogni riguardo umano e non ci si proclami clericali
addirittura.... Guardi la sua ineffabile zia.... Eh, caro professore
mio, — seguitava Brulati col cordiale assenso di Giorgio, — abbia
pazienza.... Io ho sempre creduto che l'antisemitismo sia una cosa
barbara e idiota, ma se gli ebrei fanno lega coi preti non garantisco
di non diventare anch'io un feroce antisemita.
Altro incentivo alle sfuriate di Brulati era lo strazio che, secondo
lui, per ordine del commendator Moncalvo, si stava facendo del palazzo
e del giardino Oroboni. La Mariannina, ormai proprietaria del luogo,
aveva dato carta bianca a suo padre, e il commendatore s'era messo
nelle mani d'un ingegnere che, in pochi mesi, della caratteristica
palazzina del Seicento avrebbe fatto una delle più volgari case di
questo secolo di mercanti.
— Non che quella palazzina fosse un capolavoro, non che non ci fossero
a Roma dei giardini più belli; ma era un complesso armonico, intonato,
raccolto.... Vedrà, vedrà invece l'anno venturo.... Ora l'opera di
distruzione è appena iniziata e dal di fuori non ci si accorge di
nulla.... Bisogna affacciarsi alle finestre del palazzo Gandi.... Non
ci va più, lei?
No, Giorgio non ci andava e non ci sarebbe andato più, quantunque,
cedendo all'attrazione dei luoghi ove la Mariannina era vissuta fino a
due mesi addietro e dei luoghi che l'avrebbero accolta in un prossimo
avvenire, egli fosse passato sovente da quella strada, avesse sovente
alzato gli occhi verso l'abitazione degli zii e verso la massiccia
muraglia che la prospettava e che nascondeva il casino Oroboni.
— Anche la muraglia è destinata a cadere, — gli disse Brulati una
mattina. — Già, vogliono sostituirvi una cancellata _artistica_. Si
figuri! La muraglia era nuda, disadorna, e pure l'occhio ci si era
avvezzo e quel suo aspetto cupo ed inospitale corrispondeva all'indole
della gente reazionaria e antidiluviana che vi dimorava. Era uno dei
tanti contrasti fra la vecchia Roma e la nuova.... Nossignori, la
buttano giù.... Questi milionari non capiscono niente.... A loro basta
di ostentare la loro ricchezza.
— E la vecchia principessa che fa? — chiese Giorgio Moncalvo.
— Donna Olimpia, — replicò il pittore, — s'è rifugiata nella sua camera
e non n'esce mai, e non riceve nessuno. Ha dichiarato che finch'è viva
non lascerà penetrare in quella camera nè ingegneri, nè capomastri, nè
manovali.... Credo che si rassegneranno ad aspettar la sua morte prima
di compiere i ristauri....
— E come alloggeranno gli sposi al loro ritorno? Pensano di prolungar
la loro assenza all'infinito?
— Tutt'altro.... Torneranno anzi fra poche settimane.... Ma andranno ad
abitare provvisoriamente un villino in via Ludovisi, preso in affitto
per conto loro dal rispettivo padre e suocero.... Me lo ha detto lo
stesso commendator Gabrio jersera.
— Ah, tornano? — borbottò Giorgio, a cui la notizia, pur così naturale,
produceva un turbamento ch'egli cercava di nascondere.
— Sì, — disse Brulati, fissando in viso il suo interlocutore. — Sono
curioso di vedere che linea di condotta la neoprincipessa terrà verso
le antiche conoscenze.... Per ingraziarsi la società nera in cui è
entrata dovrebbe rompere tutti i vecchi legami, ma con la Mariannina
non si è mai sicuri di nulla....
— Per me, — disse Giorgio, — la considero come morta in ogni caso.
Brulati assentì con un cenno del capo.
— Farà bene.... È una creatura pericolosa.
— Pericolosa anche per lei, dunque, — soggiunse il professore con un
sorriso forzato.
— Oh, io non corro pericoli.... Alla mia età certi mali non si pigliano.
— Lo crede?
— Ma sì. È come per la tosse asinina.
— Ah, quella si piglia.... E badi che negli adulti è più grave.
Quella mattina Giorgio e Brulati si separarono un po' in sussiego, come
se vi fosse una sorda rivalità fra di loro.
A casa, il professore Giacomo Moncalvo aspettava con impazienza suo
figlio. Quando lo sentì venire, lo chiamò nel suo studio. Era pallido,
commosso.
— Che hai? — domandò Giorgio con ansietà. — Non istai bene?
— Sto benissimo. Siedi.
— Una cattiva notizia?
— Cattiva? Non mi pare.... Ne giudicherai tu stesso.
Giorgio prese dalle mani di suo padre una lettera listata di nero.
— È del dottor Raucher?
— Sì; era aperta dentro una per me.
Vi fu un breve silenzio.
— Dunque ne conosci il tenore? — seguitò Giorgio.
— Lo conosco. Il dottor Raucher ti propone di andar in India con lui
e con un altro giovane scienziato tedesco a studiare il bacillo della
peste. Egli ha un largo sussidio dal suo Governo e dalla Società di
fisiologia di Berlino e ha la facoltà di stipendiare due assistenti a
sua scelta.... Tu saresti uno dei due.
«Si tratta — continuò Giorgio leggendo — di rimanere fuori d'Europa non
meno d'un anno, in paesi inospiti, in mezzo a spettacoli di miseria
e di morte, esposti ai rischi del contagio, esposti alle insidie di
popolazioni superstiziose e ignoranti. Le offro quello che posso,
quello che a me, vecchio e sconsolato, sembra il modo migliore di
nobilitar gli ultimi anni di vita; Ella è giovane, ha dinanzi a sè
un lungo avvenire; prima di accettare l'offerta, prima di mettere a
repentaglio ogni cosa in nome di un ideale umanitario e scientifico,
rifletta. Io attenderò una sua risposta fino al 20 di questo mese. Nel
caso che Ella acconsenta, c'incontreremo la mattina del 25 a Brindisi
per imbarcarci nel pomeriggio sul piroscafo della _Peninsulare_».
Tenendo sempre il foglio spiegato, Giorgio levò gli occhi verso suo
padre.
— Che mi consigli?
Le labbra del professore si contrassero in uno sforzo.
— Va, — egli disse. E parendogli che questo consiglio, in bocca sua,
destasse un'impressione di sorpresa al figliuolo, soggiunse: — Oh
Giorgio, Giorgio, sii pur certo che non parlerei così se ti credessi
guarito dalla tua follia.... Sii franco e sincero. Puoi giurarmi che
quando tua cugina ritorni.... ella sta per tornare.... tu non cercherai
di vederla, di avvicinarti a lei?.... Puoi giurarmi che il solo fatto
di saperla nella stessa città, a pochi passi da te, non basterà a
toglierti la quiete, la serenità di cui hai bisogno per i tuoi studi?
— Hai ragione, — dichiarò Giorgio con voce ferma e con accento
risoluto. — Non sono guarito e senza una scossa potente non guarirò.
Forse la mia salvezza sta nel rimedio che m'è proposto dal dottor
Raucher.... Uomo ammirabile!... A sessant'anni egli ha l'energia e la
baldanza d'un giovane.... Accompagnandolo nel suo viaggio pericoloso
pagherò una parte del debito che ho verso di lui e verso la memoria
della povera Frida.... Anche con te, padre mio, spero sdebitarmi se
sopravvivo.... Finora poche gioje t'ho dato.
— Oh, come t'inganni! — esclamò il professore Giacomo, inghiottendo
le lacrime che gli facevano un nodo alla gola. — Sei stato la mia
consolazione e il mio orgoglio. Ero superbo del tuo carattere, del tuo
ingegno, del conto in cui ti tenevano scienziati d'alto valore come
il Raucher; vedevo in te una futura gloria italiana.... E non voglio,
non voglio che queste speranze restino deluse.... Sdebitarti meco, tu
dici?... No, non è questo.... Con te stesso devi sdebitarti.... Devi
trovare te stesso.... Ti sei smarrito in non so che labirinto....
Conviene uscirne a ogni costo.... Ed è per fartene uscire ch'io son
ricorso all'aiuto del dottor Raucher....
— Tu, babbo?
— Sì; di Raucher che ti stima, di Raucher che ti vuol bene, anche in
memoria del bene che ti voleva la sua figliuola.... Ti ricordi della
lettera desolata ch'egli ti scrisse, dopo la sua disgrazia? C'era
una frase che mi restò scolpita qui dentro: «Se non fossi prostrato
d'animo e di corpo cercherei d'offrir la mia vita per qualche grande
causa». Era, su per giù, il voto medesimo ch'io avevo raccolto dalle
tue labbra.... E io supplicai Raucher, se ricuperando le sue forze
egli persisteva nel suo proposito, se vedeva una causa per la quale
meritasse di combattere, lo supplicai di non dimenticarsi di te,
di sceglier te s'egli aveva bisogno di un compagno.... Egli me lo
promise, e ora mantiene la sua promessa. E con che parole affettuose,
lusinghiere! Leggerai, leggerai la lettera ch'egli mi ha diretta....
Il dottor Raucher ha il cuore pari alla mente.... E io sapendoti con
lui, che ti considera come suo figliuolo, soffrirò meno della tua
lontananza; mi consolerò di non poter dividere i vostri rischi. Perchè
anche a questo avevo pensato, anche a seguirvi.... Ma che farei? Io non
sono che un matematico. Che aiuto potrei recarvi nei vostri studi?...
In queste spedizioni chi non ha il modo di rendersi utile non è che un
ingombro. Meglio ch'io stia qui di piè fermo ad aspettar che tu torni.
Il professore aveva preso nelle sue mani le mani di Giorgio e
continuava a scrutarlo, a interrogarlo con lo sguardo e con la parola.
— Perchè tu tornerai, tu vincerai la tua prova.... Sei sempre stato
robusto, e della tua malattia (la malattia fisica intendo) non ti
risenti affatto, non è vero?
— No, — disse Giorgio. — Mi sono rimesso più presto di quello che
credevo.
— E anch'io, — ripigliò il professore Giacomo, — anch'io ho tuttora la
_macchina solida_. Mi troverai.
— Oh padre mio! — esclamò il giovane. — Se non dovessi trovarti, tanto
sarebbe ch'io rimanessi laggiù a ingrassar la terra.
Il professore portò l'indice al labbro:
— Zitto.... Queste cose si lasciano dire ai vecchi.... Alla tua
età bisogna procedere avanti imperterriti senza troppo indugiarsi a
raccogliere quelli che cadono per stanchezza.... Del resto, perchè
angustiarci?... Io non ho il minimo dubbio che avremo degli anni da
stare insieme e da viver felici.
Giorgio sorrise con un cenno d'assenso, fingendo anch'egli una
sicurezza che non aveva.
— Telegraferò oggi stesso a Berlino, — egli soggiunse.
— Oggi?... Perchè?... Raucher ti raccomanda di non precipitare la tua
decisione.... Potresti pentirti.
— Non voglio pentirmi.
— No, — insistè il professore, — non telegrafare oggi. Son io che te ne
prego.... io che pure ti spingo a partire.... Domani....
— Ci tieni.... proprio?
— Sì.
— Sarà dunque per domani.
— Grazie.
Staccandosi dal figliuolo, Giacomo Moncalvo si avvicinò alla finestra
da cui si dominava gran parte di Roma. Giorgio lo seguì in silenzio.
— Sei tu? — disse il professore con voce sorda.
— Son io.
Erano appoggiati tutti e due al davanzale, toccandosi coi gomiti,
porgendo l'orecchio al respiro della città immensa che pareva dormire
nel sole. Dalle facciate delle case, dai tetti, dalla strada venivano
ondate di calore e di luce; era nell'aria quella sonnolenza greve
che dalle cose trapassa agli nomini, e ammorza le sensazioni e spezza
le volontà, e dà all'anima l'impressione di perdersi, di annientarsi
nell'infinito, come in un naufragio senza dolori e senza terrori. «Ah
se durasse sempre così, se non vi fosse risveglio!» dice fra sè chi
cede al fascino strano. «Se non vi fosse risveglio!» pensavano i due
ch'erano l'uno accanto all'altro affacciati a quella finestra e che
fra poco sarebbero stati divisi da tanto cielo e da tanto mare. «Se
non vi fosse risveglio, se l'ora della separazione non dovesse sonar
più!» essi pensavano, pur non avendo la forza di ritirare le parole
proferite, di revocare le decisioni prese. Sentivano che non c'era
rimedio, che bisognava rassegnarsi al destino.
E di lì a due settimane Giorgio Moncalvo salpava da Brindisi.
. . . . . . .
Dopo che la campana ebbe dato per l'ultima volta il segnale della
partenza, il professore Giacomo, che aveva accompagnato a bordo i
viaggiatori, discese sul molo e fermo sulla banchina seguì a lungo con
gli occhi e con l'anima il piroscafo che s'allontanava e s'impiccoliva
fino a non parer che un punto nero sull'orizzonte.
Quando anche il punto nero disparve, quando svanì la sottile striscia
di fumo che segnava nell'azzurro del cielo la rotta della nave
invisibile, egli si scosse e riprese a capo basso la via dell'albergo,
tra il vociar dei facchini, e lo strepito dei carri, e l'agitarsi
incomposto di una folla cosmopolita scesa appena da altri vapori e
portante sui volti abbronziti l'arsura dei climi torridi. Mai egli non
aveva provato così acuto e pauroso il senso della solitudine, egli che
pure, dopo la morte della moglie e nell'assenza del figlio, era vissuto
solo per tanti anni nella casa modesta, sacra alla meditazione e allo
studio.
Era vissuto solo, ma confortato da una dolce speranza: quella di aver
tra non molto questo figlio con sè; acceso del suo stesso amor della
scienza, pago come lui delle gioie che dà la ricerca del vero. Oggi
non più; oggi il figliuolo, reduce appena al tetto domestico, egli se
l'era strappato dal fianco, lo aveva sbalestrato a migliaia e migliaia
di miglia, in luoghi ove tutto era nemico. Dicendogli: «Va, segui il
tuo maestro, affronta il pericolo delle stagioni inclementi, delle
malattie contagiose, degli uomini ostili»; egli aveva creduto salvarlo
da pericoli anche maggiori, aveva creduto ubbidire a una voce imperiosa
della coscienza.... E nondimeno la sua coscienza non era tranquilla.
Aveva egli il diritto di far ciò che aveva fatto? Toccava a lui,
proprio a lui, di mettere Giorgio a quello sbaraglio? Una madre avrebbe
agito così? E se fosse accaduta una disgrazia? Se Giorgio non fosse
tornato?
Nella sera il professore partì. Giunto a Napoli la mattina, dopo una
notte insonne, in attesa della corsa per Roma, comperò un paio di
giornali, e gli cadde l'occhio sopra una notizia della cronaca vaticana
della _Tribuna_:
«È ormai positivo che un'alta onorificenza sarà accordata fra poco da
Sua Santità al ricchissimo banchiere israelita commendatore Gabrio
Moncalvo, presidente della _Banca Internazionale_, di cui sono noti
i rapporti finanziari col Vaticano. Il commendatore Moncalvo è padre
dell'attuale principessa Oroboni, convertitasi al cattolicismo in
occasione del suo matrimonio. Sappiamo da ottima fonte che anche
il commendatore e la moglie di lui entreranno presto in grembo alla
Chiesa; anzi, secondo alcuni, la data del battesimo coinciderebbe con
quella dell'onorificenza».
Seguivano, in nota, alcuni commenti agrodolci della redazione, la
quale ricordava che parecchi anni addietro il commendatore Gabrio
Moncalvo aveva posto la sua candidatura in un collegio del Lazio con un
programma decisamente anticlericale.
In fondo, la notizia non doveva fare una grande impressione al
professore Moncalvo che da un pezzo apprezzava al suo giusto valore la
ginnastica politico-religiosa di suo fratello, e dopo la morte della
Clara non aveva rimesso il piede in palazzo Gandi. Tuttavia, in quel
momento, la lettura della _Tribuna_ accrebbe la sua tristezza. Era
un'altra voce che gli ripeteva la verità dolorosa: «Sei solo».
Oh, come si sbandano, come si dissolvono le famiglie! Giacomo Moncalvo
rivolò col pensiero all'infanzia lontana, all'umile casa paterna in
cui egli e Gabriele avevano mosso i primi passi, non rassomigliandosi
punto e pur volendosi bene, riconciliati dopo i brevi dissidii da uno
sguardo, da una parola della sorella maggiore. E in quella rievocazione
dei tempi andati, ove le immagini dei nonni e dei genitori sfumavano
nella nebbia, il professore rivedeva, insieme con la sorella maggiore,
le figurine svelte e flessuose di due fanciulle molto più piccole, la
Lisa che un giorno doveva diventare sua moglie, la Rachele che doveva
diventar moglie di Gabrio.... Ora la Lisa era morta, ed era morta la
Clara, già così lieta delle duplici nozze, e Gabrio e la Rachele di
nulla si mostravano tanto solleciti come di rinnegare il passato, e i
figliuoli nati dai due matrimoni non s'erano incontrati che per farsi
del male, e, mentre l'una s'era venduta per un titolo, l'altro, profugo
volontario, cercava in rischiose avventure la pace e l'oblio.
Tale la sorte dei Moncalvo, invidiati forse dal mondo. Chi aveva la
gloria, chi la ricchezza, chi il blasone; la felicità non l'aveva
nessuno.
Ma da queste considerazioni d'indole privata Giacomo Moncalvo si
sollevava ad altre più generali e forse ancora più tristi. Non era, no,
un fenomeno isolato questo sfacelo morale onde una parte dei Moncalvo
dava così miserando spettacolo. Quasi da per tutto era un abbassamento
dei caratteri, un naufragio delle convinzioni, un cinico disprezzo
delle virtù eroiche della rinuncia e del sacrificio, una corsa sfrenata
verso gli effimeri onori e le improvvisate ricchezze.... Che importa
che la scienza estenda ogni giorno il suo dominio sulla natura, che
importa che ogni giorno i confini del sapere si allarghino, se l'uomo
non cresce in bontà e in dignità, ma diventa più piccolo in un mondo
più grande?