XVII.

Triste convalescenza.

— Flacci, mi fa il piacere di sonar quel campanello, — disse Giorgio

Moncalvo, che da due giorni si alzava e ancora molto pallido e debole

era seduto sur una poltrona accanto alla finestra.

— Se desidera qualche cosa, son qua io, — rispose il giovine e

officioso matematico, balzando in piedi.

— Grazie, mi basta che suoni, — replicò il convalescente. E quando la

donna di servizio accorse alla chiamata, le ordinò di mandar subito a

prendere il _Giornale d'Italia_ e la _Tribuna_ della sera innanzi e il

_Popolo Romano_ e il _Messaggero_ della mattina.

La domestica consultò con lo sguardo l'assistente, il quale alla sua

volta arrischiò un timido ma....

— Non c'è ma che tenga, — disse Giorgio. — Se solleva ostacoli vado

io in persona, nonostante il divieto del medico.... chè già mi reggo

benissimo.

La minaccia ebbe il suo effetto; il dottor Flacci non fiatò più e la

donna uscì per eseguire la commissione.

Giorgio Moncalvo portò la mano alla bocca per reprimere uno sbadiglio.

— Lo so, lo so, caro Flacci, fra il babbo e lei c'è un complotto contro

di me e mi sorvegliano per turno.

Flacci protestò con un gesto vivace.

— A fin di bene, s'intende, — continuò l'altro senza scomporsi. —

Temono ch'io commetta qualche pazzia, e vogliono custodirmi sotto

una campana di vetro.... lontano dalle emozioni.... Se pregavo lei di

procurarmi i giornali avrebbe tirato in campo mille difficoltà.... Per

questo ho preferito dar l'ordine direttamente.... Ci sarà la relazione

sul matrimonio di mia cugina.... Via, non faccia l'indiano.... Per

quanto abbia l'abitudine di viver fra le nuvole, non può non aver

sentito che jeri la figliuola dell'illustrissimo commendatore Gabrio

Moncalvo, mio zio, s'è sposata col principe Cesarino Oroboni, dopo,

ben s'intende, aver preso il battesimo in piena regola.... La notizia

è giunta a me nonostante tutte le precauzioni, e vorrebbe fingere

d'ignorarla lei che non è relegato a casa e non ha nessuno interessato

a nasconderle nulla?...

— Non lo ignoravo, ma....

— Ma la cosa non le importava affatto?... È naturale.... Ella non

è parente della sposa.... Ma io sono cugino, primo cugino, e questa

indifferenza sarebbe imperdonabile.... È vero che siamo in disgusto....

Mio padre non è voluto nemmeno andare alle nozze.... Poco male.... La

parentela c'è sempre.... Non ha cugine lei?

— No.

— Meglio.... Son causa di fastidi e di pettegolezzi.... Il meno che

possa toccare è di sentirsi dire che se n'è innamorati.... Lo hanno

detto anche di me.... E non è vero.... Si figuri se potevo innamorarmi

d'una cugina arcimilionaria! In quanto ad approvare il matrimonio che

ha fatto, questo no.... Nè il matrimonio, nè la conversione.... Son

cose che non siamo stati capaci di digerire, nè mio padre, nè io....

Giudichi lei, Flacci.

— Io veramente....

— Smetta quell'aria da diplomatico.... Se avesse una cugina,

le piacerebbe vederla far queste commedie pel gusto di diventar

principessa romana?... Ride?...

— Mi par così comica l'idea d'una principessa romana nella mia famiglia!

Giorgio Moncalvo s'infastidì.

— Questo non è rispondere.... Le piacerebbe?

— Eh, no sicuro.

— Sia lodato il cielo.... È un tale assurdo!... Ai nostri tempi entrar

a bandiere spiegate nel campo reazionario!... Metter la maschera della

bigotteria per trovar buona accoglienza presso quattro beghine!

Giorgio, che da un pezzo non era stato tanto discorsivo, continuò per

altri cinque minuti, su questo tuono, solo interrompendosi di tratto

in tratto per maravigliarsi che la donna non gli portasse ancora i

giornali.

Finalmente i giornali vennero, e il nostro professore ne prese due e

diede gli altri due a Flacci.

— Guardi un po' lei nel _Popolo Romano_ e nel _Messaggero_. Guardi la

cronaca rosa, i «fiori d'arancio».... Sarà in terza pagina.... Dio, che

uomo!... Fuori della sua matematica è come un pulcino nella stoppa....

Ecco, io ho già visto che la _Tribuna_ e il _Giornale d'Italia_ hanno

tre righe sole.... l'annunzio nudo e crudo della cerimonia, e una frase

di elogio per la bellezza della sposa.... Sono giornaloni.... Non si

degnano di dedicar troppo spazio a simili inezie.... Ebbene?...

— Qui mi pare ci sia qualche cosa.

— Ah, nel _Messaggero_? — disse Giorgio strappando il foglio di mano

all'assistente. — Sicuro.... C'è una colonna.... Questo si chiama saper

fare il giornale....

E si mise a leggere con avidità, accompagnando la lettura con

osservazioni ironiche.

— Già.... si comincia con la descrizione del battesimo....

Toccantissima.... La sposa era un'apparizione.... Il cronista va in

estasi.... deplora di non aver la penna di d'Annunzio per esaltarne

degnamente le bellezze.... Stupido! Passiamo avanti.... Ecco la nota

dei principali regali: brillanti, perle, smeraldi, rubini.... Non è

abbagliato, Flacci?

— Sono incompetente.... Ho paura che non distinguerei un diamante da un

pezzo di vetro comune.

— Bravo!... Seguono i regali.... Magnifico servizio d'argenteria....

magnifiche porcellane giapponesi.... tutto magnifico.... Avanti.... oh,

oh, questo è _più magnifico_ di tutto.... «Allo sciampagna — si parla

della colazione sontuosissima in casa di mio zio — allo sciampagna,

monsignor Paolo de Luchi, che aveva celebrato il matrimonio religioso,

portò la benedizione del Papa....» Non si scuote nemmeno per questo,

Flacci?... Resta impassibile, come per i giojelli?

— Faccia conto.

— Io invece sono commosso fino alle lacrime.... Pensi, mia cugina

fino a jeri era una reproba; mio zio e mia zia sono ancora fuori

della comunità dei fedeli.... ci entreranno, pare, ma pel momento sono

fuori.... e cionullostante il Santo Padre manda sulla casa inquinata

dall'eresia la sua apostolica benedizione.... E forse non la manderebbe

a lei, caro Flacci, che, ortodosso o no, è pur nato e cresciuto in

grembo alla Chiesa. Io, se fossi ne' suoi panni, protesterei.

— Ha voglia di ridere, professore.

— Tutt'altro.... Sono troppo compreso dell'onore ch'è fatto al nome

Moncalvo e di cui ho anch'io la mia parte.... Veda le fortune che

cápitano a chi ha una bella cugina ricercata dai principi romani....

Giorgio gettò di nuovo l'occhio sul giornale.

— Senta, senta: «Gli sposi sono partiti alle ore 15 per Napoli in

una splendida _Fiat_ da cinquanta cavalli, regalata dal commendatore

Moncalvo alla figliuola. Fra pochi giorni s'imbarcheranno per Terra

Santa»... Se la può immaginare mia cugina in pellegrinaggio alla tomba

di Cristo?

— Non ho l'onore di conoscerla, — obbiettò il dottor Flacci.

— È vero, lei non conosce nessuno.... tranne le sue formule....

Beato lei! Così non ha distrazioni e arriva alla celebrità in treno

diretto.... Lo dice sempre mio padre che lei si sveglierà celebre

quando meno se l'aspetta.

— Il professore è troppo indulgente per me.

— No, no, mio padre non è che giusto.... Però mi dispiace ch'ella perda

un'eccellente occasione di ridere alle spalle della neoprincipessa

Oroboni prosternata ai piedi del Santo Sepolcro.... E scusi, nel

_Popolo Romano_ c'è nulla?

— Nulla.... Almeno mi sembra.

— Dia a me.... È vero, nulla.... Cioè il puro annunzio.... Che

giornale! Basta, rileggerò stasera il _Messaggero_ prima di andare a

letto.... Mi farà buon sangue.... Oggi ho proprio passato un'oretta

allegra.

Giorgio Moncalvo si alzò dalla poltrona fregandosi le mani e fischiando

tra i denti il motivo della marcia nuziale del _Lohengrin_.

In questo stato di eccitamento lo trovò di lì a poco il professore

Giacomo e n'ebbe una nuova conferma di ciò che sapeva. Malato o

convalescente, taciturno o loquace, il suo figliuolo era fisso in un

solo pensiero, il pensiero assiduo, cruccioso della Mariannina. Era

come se il resto del mondo non esistesse per lui; mai un'allusione ai

suoi studi prediletti, mai una parola sugli amici di Berlino, quella

parola che suo padre aspettava per comunicargli una notizia, per

consegnargli una lettera giunta quand'egli non era ancora fuori di

pericolo.

A che pro ritardar più oltre? Con l'indifferenza che Giorgio ostentava

per tutto, non era da temersi che la triste novella gli recasse una

scossa troppo violenta. E a ogni modo, s'era una scossa, non poteva

egli ritrarne piuttosto beneficio che danno?

Così il professore si decise a romper gli indugi e la sera stessa fece

cadere il discorso sui Raucher.

All'udir quel nome Giorgio ebbe un gesto sconsolato.

— I Raucher! — egli disse. — Povera gente!... l'ultima lettera di Frida

era tanto triste, tanto sfiduciata.... Ora mi ricordo.... Temeva di non

arrivare alla primavera.... E io non le ho risposto.... Ma non è stata

colpa mia.... Mi sono ammalato subito.... Le risponderò, mi scuserò....

Giacomo Moncalvo mise una mano sulla spalla del figliuolo.

— Risponderai a suo padre.

— Come? — esclamò Giorgio turbandosi in volto. — A suo padre?... E

Frida?...

Il professore chinò il capo.

— Perchè non dici nulla?... Voglio che tu mi dica la verità.

— Sai che non v'era speranza di salvarla.

— Morta dunque?... Morta? E da quando?... Come l'hai saputo?

— È venuta la partecipazione a stampa insieme con una lettera per te.

— Quando? Quando? — insistè Giorgio.

— Circa tre settimane fa.... Stavi male....

— E perchè hai continuato a tacere quando stavo meglio?... Perchè hai

atteso tre settimane a darmi questa lettera?... Dov'è?

— Eri sempre debole, — si scusò il professore togliendosi di tasca una

busta orlata di nero.

Giorgio riconobbe la calligrafia del dottor Raucher. E prese la lettera

e la girò fra l'esili dita.

— Da tre settimane! — egli ripeteva. — Che si penserà di me che non ho

scritto una parola?

— Ho scritto io in vece tua, — soggiunse Giacomo Moncalvo. — Ho

informato il professore della tua malattia.... C'è anche un libro....

— Che libro?

— Non so.... È tuttora sotto fascia. La lettera ti spiegherà.... Vuoi

che apra io, che legga io?

— No, gli occhi mi servono.

Giorgio s'accostò alla lucerna per leggere il funebre messaggio. Il

professore sedette in disparte.

«La mia Frida ha finito di patire l'altra sera — scriveva il dottor

Raucher — e io adempio a un preciso incarico della mia benedetta

informandone lei che ha conosciuto e apprezzato quell'angelo.

«Scrivigli tu stesso — ella diceva — scrivigli in mio nome, e

assicuralo che non ho mai dimenticato la sua bontà per me e che muojo

convinta di non esser dimenticata da lui, sebbene in questi ultimi

tempi non m'abbia scritto. Ma m'immagino quanto assorto egli sarà nei

suoi studi».

«Ella riceverà per la posta anche un libro che mia figlia mi pregò

di spedirle. È il volume delle poesie di Carducci che Ella le aveva

regalato e che leggevano insieme un anno fa.... Frida aveva così caro

quel volume!... Lo conservi, Moncalvo, lo conservi in memoria della

soave creatura che mi lasciò solo al mondo.

«Non le parlo di me. Ella può figurarsi il mio stato. Non vivevo che

per questa figliuola, verso la quale mi pareva di dover espiare la

colpa gravissima di averla fatta nascere. Quanto ha patito, povera

santa! Non credo che ne' suoi vent'anni ci sia stato un giorno in

cui non soffrisse.... E non ha mai avuto un lamento, non ha avuto un

rimprovero.... Basta così.... Perduta la mia Frida, sento la vanità di

ogni cosa.... Non so come potrò rientrare nel mio gabinetto da lavoro,

ove pur la buona fanciulla veniva tanto di rado, ma ove attraverso le

pareti mi giungeva talvolta il suono della sua voce.... E poi a che pro

studiare, a che pro meditare? Se non fossi affranto d'animo e di corpo,

cercherei forse di offrire la mia vita per qualche grande causa....

All'età mia non s'è più utili a nulla.... Tocca a Lei ora, tocca a

quelli che come Lei hanno dinanzi a sè l'avvenire. Possa Ella trovare

nella scienza le consolazioni che a me sono negate per sempre.... Mi

accusi ricevuta del libro, mi ricordi a suo padre e mi creda

«_Suo_

GUGLIELMO RAUCHER».

Giorgio Moncalvo posò la lettera aperta sul tavolino e stette

silenzioso con la faccia nascosta fra le palme. Gli si affollavano alla

mente i ricordi del suo soggiorno a Berlino; ricordi del laboratorio

austero ov'egli si era educato alla scrupolosa severità dell'indagine,

ricordi della casa ospitale che la gracile Frida empiva del suo sorriso

e del suo dolore. E a pensar quella casa senza di lei, a pensare senza

la diletta figliuola l'uomo illustre del quale per vent'anni ell'era

stata la tenerezza ineffabile, l'inquieta e trepida cura, egli ebbe per

un istante vergogna di sè, vergogna dell'agitazione in cui lo mettevano

le febbri della sua fantasia, così piccole e vane al paragone delle

miserie reali.

Il professore Giacomo, ch'era uscito tacitamente, tornò recando qualche

cosa in mano, e avvicinatosi a Giorgio:

— Ecco il piego arrivato per te da Berlino, — gli disse.

— Sì, sì, — rispose il giovane. — È il volume delle poesie del

Carducci. Lo avevo regalato io l'anno scorso a Frida Raucher. È per

desiderio di lei ch'esso mi è rispedito....

E Giorgio additò a suo padre la lettera dello scienziato tedesco.

— Leggi pure.

Egli intanto, rotta la fascia che cingeva il libro, andava svolgendone

i fogli, molti dei quali erano annotati in margine da Frida nella sua

calligrafia minuta e sottile. Parecchie di quelle note, Giorgio lo

rammentava benissimo, erano state dettate da lui; ma altre la Frida

ne aveva aggiunte più tardi, dopo ch'egli era partito da Berlino; qua

e là una parola, una data, un giorno della settimana. Una pagina era

piegata, quella che conteneva l'ode breve e squisita:

Or che le nevi premono,

lenzuol funereo, le terre e gli animi,

e de la vita il fremito

fioco per l'aura vernal disperdesi,

tu passi, o dolce spirito;

ecc., ecc.

A piedi, Frida aveva scritto, e la scrittura pareva più incerta, più

tremante del solito: «Letzter Gruss».

Ultimo saluto! E certo quel saluto era per lui, per Giorgio, e

la piccola frase era l'ultima che la mano stanca di Frida aveva

vergata. Cara, buona fanciulla che gli aveva dato tutto il suo cuore

senza chieder nulla in ricambio e che nell'ora solenne della morte

lo assolveva delle due colpe che più difficilmente si perdonano,

l'indifferenza e l'oblio.

Staccandosi dalla suggestiva poesia carducciana, gli occhi del giovane

videro dietro un velo di lacrime la città nordica sepolta nella neve,

e la neve cader giù a larghe falde sui tetti, sulle strade, sui parchi,

sul camposanto ove Frida dormiva.... Sentì un nodo alla gola e ruppe in

singhiozzi.

Suo padre si chinò su lui dolcemente.

— Giorgio, quando sarai più forte, quando la stagione sarà più mite,

vuoi che andiamo a Berlino a visitare il dottor Raucher?... Sono

convinto che gli farebbe piacere il vederti.... Gli eri tanto caro, eri

tanto caro a sua figlia....

Con una mossa energica del capo Giorgio respinse la proposta paterna.

— Andare a Berlino? Presentarmi al dottor Raucher? Dopo la noncuranza

villana con cui ho trattato negli ultimi tempi la povera Frida?

— Si capisce dalla lettera ch'egli non ti serba rancore.

— Che importa?... Son io che non posso perdonare a me stesso.

— Confessando la colpa t'alleggerirai del rimorso.... Riflettici,

Giorgio, tu hai la necessità di mutar aria, di mutar città, di dare

un'altra piega ai tuoi pensieri.... A Berlino ti trovavi bene....

Vuoi tornarci? Vuoi che domandiamo al professore Raucher se consente

a riprenderti seco?... Oggi egli è accasciato dal dolore, crede di

non esser più buono a nulla.... Ma potrebbe bastargli una spinta per

rimettersi all'opera.... E sarebbe una fortuna per la scienza.... Io

parlo contro il mio interesse.... Che cosa dovrei desiderare per me

se non che tu rimanessi qui al mio fianco, in questa casa che la tua

presenza aveva rianimata, rinnovellata?... Invece m'accorgo che non

è possibile.... Tu qui a Roma, almeno per qualche anno, non ci puoi

rimanere.

— No, babbo, — rispose Giorgio. — Partire sarebbe una viltà. Lascia

ch'io resti qui, accanto a te, lascia ch'io impari da te ad esser

forte.... Appena il medico me lo permetterà, ricomincierò le mie

lezioni.... Cercherò di stordirmi lavorando.... come hai fatto tu

in mezzo alle contrarietà della fortuna.... No, andare a Berlino non

sarebbe un rimedio....

— Andiamo altrove, se lo preferisci, — disse il professore; — andiamo

in Francia, in Inghilterra per tre, per sei mesi, come t'avevo proposto

in passato.... ti rammenti?... la sera in cui s'aggravò la mia povera

sorella?... Non puoi, non puoi per ora abitare a Roma.

Giorgio abbozzò un sorriso.

— Non posso?... Così debole mi credi?... Abbi pazienza e saprò

dimostrarti il contrario.

Ma subito dopo, con tutt'altro tuono e con manifesta incoerenza,

soggiunse:

— Il dottor Raucher ha ragione.... Quello che ci vorrebbe in certi casi

sarebbe una nobile causa a cui poter offrire la vita.... Ah perchè non

devo esser nato due generazioni prima, quando si cospirava, quando si

combatteva per l'Italia, e Garibaldi chiamava intorno a sè il fiore

della gioventù, ed era nell'anime un fervore magnifico di generosi

ideali, una fede robusta nell'avvenire della patria? Ah, t'assicuro,

babbo mio, che se fossi nato allora non me ne starei oggi ad annaspar

nebbia.

— I periodi eroici della storia dei popoli non si rinnovano così

spesso, — obbiettò il professore. — La patria si può servire anche in

tempi tranquilli.

Giorgio Moncalvo ebbe uno scatto violento.

— La patria dei commendatori Moncalvo e delle principesse Oroboni? La

patria degli avventurieri e degli _snobs_ che per vanità si accostano

ai nostri eterni nemici e fanno brindisi al Papa, salvo, del resto, a

mutar casacca quando ne avessero il tornaconto?... Ah no, per Dio, che

quella patria non si serve e non si vuol servire!

Il professore tentennò tristamente la testa.

— Come ti agiti, Giorgio!... Converrai pure che non sei calmo, che non

sei forte.

— Ma sfido io! Vi sono spettacoli che movon lo stomaco.

— Motivo di più per allontanarsene.... Delle bassezze, delle viltà

ne vedrai da per tutto, pur troppo, perchè il mondo è fatto così....

Ma distogliti per un certo tempo dallo spettacolo di quelle che

maggiormente t'irritano i nervi.... No, non ti domando di rispondermi

subito.... Dormici su.... La notte porta consiglio.... Mi risponderai

con tuo comodo.... E al dottor Raucher scriverai?...

— Sì, domani gli scriverò.... Non già per annunziargli la nostra

visita....

— Fa come credi....

Giacomo Moncalvo baciò in fronte il figliuolo e si ritirò, deciso

di mettersi anch'egli in corrispondenza epistolare con lo scienziato

tedesco.

I Moncalvo · 第 28 / 32 题