Triste convalescenza.
— Flacci, mi fa il piacere di sonar quel campanello, — disse Giorgio
Moncalvo, che da due giorni si alzava e ancora molto pallido e debole
era seduto sur una poltrona accanto alla finestra.
— Se desidera qualche cosa, son qua io, — rispose il giovine e
officioso matematico, balzando in piedi.
— Grazie, mi basta che suoni, — replicò il convalescente. E quando la
donna di servizio accorse alla chiamata, le ordinò di mandar subito a
prendere il _Giornale d'Italia_ e la _Tribuna_ della sera innanzi e il
_Popolo Romano_ e il _Messaggero_ della mattina.
La domestica consultò con lo sguardo l'assistente, il quale alla sua
volta arrischiò un timido ma....
— Non c'è ma che tenga, — disse Giorgio. — Se solleva ostacoli vado
io in persona, nonostante il divieto del medico.... chè già mi reggo
benissimo.
La minaccia ebbe il suo effetto; il dottor Flacci non fiatò più e la
donna uscì per eseguire la commissione.
Giorgio Moncalvo portò la mano alla bocca per reprimere uno sbadiglio.
— Lo so, lo so, caro Flacci, fra il babbo e lei c'è un complotto contro
di me e mi sorvegliano per turno.
Flacci protestò con un gesto vivace.
— A fin di bene, s'intende, — continuò l'altro senza scomporsi. —
Temono ch'io commetta qualche pazzia, e vogliono custodirmi sotto
una campana di vetro.... lontano dalle emozioni.... Se pregavo lei di
procurarmi i giornali avrebbe tirato in campo mille difficoltà.... Per
questo ho preferito dar l'ordine direttamente.... Ci sarà la relazione
sul matrimonio di mia cugina.... Via, non faccia l'indiano.... Per
quanto abbia l'abitudine di viver fra le nuvole, non può non aver
sentito che jeri la figliuola dell'illustrissimo commendatore Gabrio
Moncalvo, mio zio, s'è sposata col principe Cesarino Oroboni, dopo,
ben s'intende, aver preso il battesimo in piena regola.... La notizia
è giunta a me nonostante tutte le precauzioni, e vorrebbe fingere
d'ignorarla lei che non è relegato a casa e non ha nessuno interessato
a nasconderle nulla?...
— Non lo ignoravo, ma....
— Ma la cosa non le importava affatto?... È naturale.... Ella non
è parente della sposa.... Ma io sono cugino, primo cugino, e questa
indifferenza sarebbe imperdonabile.... È vero che siamo in disgusto....
Mio padre non è voluto nemmeno andare alle nozze.... Poco male.... La
parentela c'è sempre.... Non ha cugine lei?
— No.
— Meglio.... Son causa di fastidi e di pettegolezzi.... Il meno che
possa toccare è di sentirsi dire che se n'è innamorati.... Lo hanno
detto anche di me.... E non è vero.... Si figuri se potevo innamorarmi
d'una cugina arcimilionaria! In quanto ad approvare il matrimonio che
ha fatto, questo no.... Nè il matrimonio, nè la conversione.... Son
cose che non siamo stati capaci di digerire, nè mio padre, nè io....
Giudichi lei, Flacci.
— Io veramente....
— Smetta quell'aria da diplomatico.... Se avesse una cugina,
le piacerebbe vederla far queste commedie pel gusto di diventar
principessa romana?... Ride?...
— Mi par così comica l'idea d'una principessa romana nella mia famiglia!
Giorgio Moncalvo s'infastidì.
— Questo non è rispondere.... Le piacerebbe?
— Eh, no sicuro.
— Sia lodato il cielo.... È un tale assurdo!... Ai nostri tempi entrar
a bandiere spiegate nel campo reazionario!... Metter la maschera della
bigotteria per trovar buona accoglienza presso quattro beghine!
Giorgio, che da un pezzo non era stato tanto discorsivo, continuò per
altri cinque minuti, su questo tuono, solo interrompendosi di tratto
in tratto per maravigliarsi che la donna non gli portasse ancora i
giornali.
Finalmente i giornali vennero, e il nostro professore ne prese due e
diede gli altri due a Flacci.
— Guardi un po' lei nel _Popolo Romano_ e nel _Messaggero_. Guardi la
cronaca rosa, i «fiori d'arancio».... Sarà in terza pagina.... Dio, che
uomo!... Fuori della sua matematica è come un pulcino nella stoppa....
Ecco, io ho già visto che la _Tribuna_ e il _Giornale d'Italia_ hanno
tre righe sole.... l'annunzio nudo e crudo della cerimonia, e una frase
di elogio per la bellezza della sposa.... Sono giornaloni.... Non si
degnano di dedicar troppo spazio a simili inezie.... Ebbene?...
— Qui mi pare ci sia qualche cosa.
— Ah, nel _Messaggero_? — disse Giorgio strappando il foglio di mano
all'assistente. — Sicuro.... C'è una colonna.... Questo si chiama saper
fare il giornale....
E si mise a leggere con avidità, accompagnando la lettura con
osservazioni ironiche.
— Già.... si comincia con la descrizione del battesimo....
Toccantissima.... La sposa era un'apparizione.... Il cronista va in
estasi.... deplora di non aver la penna di d'Annunzio per esaltarne
degnamente le bellezze.... Stupido! Passiamo avanti.... Ecco la nota
dei principali regali: brillanti, perle, smeraldi, rubini.... Non è
abbagliato, Flacci?
— Sono incompetente.... Ho paura che non distinguerei un diamante da un
pezzo di vetro comune.
— Bravo!... Seguono i regali.... Magnifico servizio d'argenteria....
magnifiche porcellane giapponesi.... tutto magnifico.... Avanti.... oh,
oh, questo è _più magnifico_ di tutto.... «Allo sciampagna — si parla
della colazione sontuosissima in casa di mio zio — allo sciampagna,
monsignor Paolo de Luchi, che aveva celebrato il matrimonio religioso,
portò la benedizione del Papa....» Non si scuote nemmeno per questo,
Flacci?... Resta impassibile, come per i giojelli?
— Faccia conto.
— Io invece sono commosso fino alle lacrime.... Pensi, mia cugina
fino a jeri era una reproba; mio zio e mia zia sono ancora fuori
della comunità dei fedeli.... ci entreranno, pare, ma pel momento sono
fuori.... e cionullostante il Santo Padre manda sulla casa inquinata
dall'eresia la sua apostolica benedizione.... E forse non la manderebbe
a lei, caro Flacci, che, ortodosso o no, è pur nato e cresciuto in
grembo alla Chiesa. Io, se fossi ne' suoi panni, protesterei.
— Ha voglia di ridere, professore.
— Tutt'altro.... Sono troppo compreso dell'onore ch'è fatto al nome
Moncalvo e di cui ho anch'io la mia parte.... Veda le fortune che
cápitano a chi ha una bella cugina ricercata dai principi romani....
Giorgio gettò di nuovo l'occhio sul giornale.
— Senta, senta: «Gli sposi sono partiti alle ore 15 per Napoli in
una splendida _Fiat_ da cinquanta cavalli, regalata dal commendatore
Moncalvo alla figliuola. Fra pochi giorni s'imbarcheranno per Terra
Santa»... Se la può immaginare mia cugina in pellegrinaggio alla tomba
di Cristo?
— Non ho l'onore di conoscerla, — obbiettò il dottor Flacci.
— È vero, lei non conosce nessuno.... tranne le sue formule....
Beato lei! Così non ha distrazioni e arriva alla celebrità in treno
diretto.... Lo dice sempre mio padre che lei si sveglierà celebre
quando meno se l'aspetta.
— Il professore è troppo indulgente per me.
— No, no, mio padre non è che giusto.... Però mi dispiace ch'ella perda
un'eccellente occasione di ridere alle spalle della neoprincipessa
Oroboni prosternata ai piedi del Santo Sepolcro.... E scusi, nel
_Popolo Romano_ c'è nulla?
— Nulla.... Almeno mi sembra.
— Dia a me.... È vero, nulla.... Cioè il puro annunzio.... Che
giornale! Basta, rileggerò stasera il _Messaggero_ prima di andare a
letto.... Mi farà buon sangue.... Oggi ho proprio passato un'oretta
allegra.
Giorgio Moncalvo si alzò dalla poltrona fregandosi le mani e fischiando
tra i denti il motivo della marcia nuziale del _Lohengrin_.
In questo stato di eccitamento lo trovò di lì a poco il professore
Giacomo e n'ebbe una nuova conferma di ciò che sapeva. Malato o
convalescente, taciturno o loquace, il suo figliuolo era fisso in un
solo pensiero, il pensiero assiduo, cruccioso della Mariannina. Era
come se il resto del mondo non esistesse per lui; mai un'allusione ai
suoi studi prediletti, mai una parola sugli amici di Berlino, quella
parola che suo padre aspettava per comunicargli una notizia, per
consegnargli una lettera giunta quand'egli non era ancora fuori di
pericolo.
A che pro ritardar più oltre? Con l'indifferenza che Giorgio ostentava
per tutto, non era da temersi che la triste novella gli recasse una
scossa troppo violenta. E a ogni modo, s'era una scossa, non poteva
egli ritrarne piuttosto beneficio che danno?
Così il professore si decise a romper gli indugi e la sera stessa fece
cadere il discorso sui Raucher.
All'udir quel nome Giorgio ebbe un gesto sconsolato.
— I Raucher! — egli disse. — Povera gente!... l'ultima lettera di Frida
era tanto triste, tanto sfiduciata.... Ora mi ricordo.... Temeva di non
arrivare alla primavera.... E io non le ho risposto.... Ma non è stata
colpa mia.... Mi sono ammalato subito.... Le risponderò, mi scuserò....
Giacomo Moncalvo mise una mano sulla spalla del figliuolo.
— Risponderai a suo padre.
— Come? — esclamò Giorgio turbandosi in volto. — A suo padre?... E
Frida?...
Il professore chinò il capo.
— Perchè non dici nulla?... Voglio che tu mi dica la verità.
— Sai che non v'era speranza di salvarla.
— Morta dunque?... Morta? E da quando?... Come l'hai saputo?
— È venuta la partecipazione a stampa insieme con una lettera per te.
— Quando? Quando? — insistè Giorgio.
— Circa tre settimane fa.... Stavi male....
— E perchè hai continuato a tacere quando stavo meglio?... Perchè hai
atteso tre settimane a darmi questa lettera?... Dov'è?
— Eri sempre debole, — si scusò il professore togliendosi di tasca una
busta orlata di nero.
Giorgio riconobbe la calligrafia del dottor Raucher. E prese la lettera
e la girò fra l'esili dita.
— Da tre settimane! — egli ripeteva. — Che si penserà di me che non ho
scritto una parola?
— Ho scritto io in vece tua, — soggiunse Giacomo Moncalvo. — Ho
informato il professore della tua malattia.... C'è anche un libro....
— Che libro?
— Non so.... È tuttora sotto fascia. La lettera ti spiegherà.... Vuoi
che apra io, che legga io?
— No, gli occhi mi servono.
Giorgio s'accostò alla lucerna per leggere il funebre messaggio. Il
professore sedette in disparte.
«La mia Frida ha finito di patire l'altra sera — scriveva il dottor
Raucher — e io adempio a un preciso incarico della mia benedetta
informandone lei che ha conosciuto e apprezzato quell'angelo.
«Scrivigli tu stesso — ella diceva — scrivigli in mio nome, e
assicuralo che non ho mai dimenticato la sua bontà per me e che muojo
convinta di non esser dimenticata da lui, sebbene in questi ultimi
tempi non m'abbia scritto. Ma m'immagino quanto assorto egli sarà nei
suoi studi».
«Ella riceverà per la posta anche un libro che mia figlia mi pregò
di spedirle. È il volume delle poesie di Carducci che Ella le aveva
regalato e che leggevano insieme un anno fa.... Frida aveva così caro
quel volume!... Lo conservi, Moncalvo, lo conservi in memoria della
soave creatura che mi lasciò solo al mondo.
«Non le parlo di me. Ella può figurarsi il mio stato. Non vivevo che
per questa figliuola, verso la quale mi pareva di dover espiare la
colpa gravissima di averla fatta nascere. Quanto ha patito, povera
santa! Non credo che ne' suoi vent'anni ci sia stato un giorno in
cui non soffrisse.... E non ha mai avuto un lamento, non ha avuto un
rimprovero.... Basta così.... Perduta la mia Frida, sento la vanità di
ogni cosa.... Non so come potrò rientrare nel mio gabinetto da lavoro,
ove pur la buona fanciulla veniva tanto di rado, ma ove attraverso le
pareti mi giungeva talvolta il suono della sua voce.... E poi a che pro
studiare, a che pro meditare? Se non fossi affranto d'animo e di corpo,
cercherei forse di offrire la mia vita per qualche grande causa....
All'età mia non s'è più utili a nulla.... Tocca a Lei ora, tocca a
quelli che come Lei hanno dinanzi a sè l'avvenire. Possa Ella trovare
nella scienza le consolazioni che a me sono negate per sempre.... Mi
accusi ricevuta del libro, mi ricordi a suo padre e mi creda
«_Suo_
GUGLIELMO RAUCHER».
Giorgio Moncalvo posò la lettera aperta sul tavolino e stette
silenzioso con la faccia nascosta fra le palme. Gli si affollavano alla
mente i ricordi del suo soggiorno a Berlino; ricordi del laboratorio
austero ov'egli si era educato alla scrupolosa severità dell'indagine,
ricordi della casa ospitale che la gracile Frida empiva del suo sorriso
e del suo dolore. E a pensar quella casa senza di lei, a pensare senza
la diletta figliuola l'uomo illustre del quale per vent'anni ell'era
stata la tenerezza ineffabile, l'inquieta e trepida cura, egli ebbe per
un istante vergogna di sè, vergogna dell'agitazione in cui lo mettevano
le febbri della sua fantasia, così piccole e vane al paragone delle
miserie reali.
Il professore Giacomo, ch'era uscito tacitamente, tornò recando qualche
cosa in mano, e avvicinatosi a Giorgio:
— Ecco il piego arrivato per te da Berlino, — gli disse.
— Sì, sì, — rispose il giovane. — È il volume delle poesie del
Carducci. Lo avevo regalato io l'anno scorso a Frida Raucher. È per
desiderio di lei ch'esso mi è rispedito....
E Giorgio additò a suo padre la lettera dello scienziato tedesco.
— Leggi pure.
Egli intanto, rotta la fascia che cingeva il libro, andava svolgendone
i fogli, molti dei quali erano annotati in margine da Frida nella sua
calligrafia minuta e sottile. Parecchie di quelle note, Giorgio lo
rammentava benissimo, erano state dettate da lui; ma altre la Frida
ne aveva aggiunte più tardi, dopo ch'egli era partito da Berlino; qua
e là una parola, una data, un giorno della settimana. Una pagina era
piegata, quella che conteneva l'ode breve e squisita:
Or che le nevi premono,
lenzuol funereo, le terre e gli animi,
e de la vita il fremito
fioco per l'aura vernal disperdesi,
tu passi, o dolce spirito;
ecc., ecc.
A piedi, Frida aveva scritto, e la scrittura pareva più incerta, più
tremante del solito: «Letzter Gruss».
Ultimo saluto! E certo quel saluto era per lui, per Giorgio, e
la piccola frase era l'ultima che la mano stanca di Frida aveva
vergata. Cara, buona fanciulla che gli aveva dato tutto il suo cuore
senza chieder nulla in ricambio e che nell'ora solenne della morte
lo assolveva delle due colpe che più difficilmente si perdonano,
l'indifferenza e l'oblio.
Staccandosi dalla suggestiva poesia carducciana, gli occhi del giovane
videro dietro un velo di lacrime la città nordica sepolta nella neve,
e la neve cader giù a larghe falde sui tetti, sulle strade, sui parchi,
sul camposanto ove Frida dormiva.... Sentì un nodo alla gola e ruppe in
singhiozzi.
Suo padre si chinò su lui dolcemente.
— Giorgio, quando sarai più forte, quando la stagione sarà più mite,
vuoi che andiamo a Berlino a visitare il dottor Raucher?... Sono
convinto che gli farebbe piacere il vederti.... Gli eri tanto caro, eri
tanto caro a sua figlia....
Con una mossa energica del capo Giorgio respinse la proposta paterna.
— Andare a Berlino? Presentarmi al dottor Raucher? Dopo la noncuranza
villana con cui ho trattato negli ultimi tempi la povera Frida?
— Si capisce dalla lettera ch'egli non ti serba rancore.
— Che importa?... Son io che non posso perdonare a me stesso.
— Confessando la colpa t'alleggerirai del rimorso.... Riflettici,
Giorgio, tu hai la necessità di mutar aria, di mutar città, di dare
un'altra piega ai tuoi pensieri.... A Berlino ti trovavi bene....
Vuoi tornarci? Vuoi che domandiamo al professore Raucher se consente
a riprenderti seco?... Oggi egli è accasciato dal dolore, crede di
non esser più buono a nulla.... Ma potrebbe bastargli una spinta per
rimettersi all'opera.... E sarebbe una fortuna per la scienza.... Io
parlo contro il mio interesse.... Che cosa dovrei desiderare per me
se non che tu rimanessi qui al mio fianco, in questa casa che la tua
presenza aveva rianimata, rinnovellata?... Invece m'accorgo che non
è possibile.... Tu qui a Roma, almeno per qualche anno, non ci puoi
rimanere.
— No, babbo, — rispose Giorgio. — Partire sarebbe una viltà. Lascia
ch'io resti qui, accanto a te, lascia ch'io impari da te ad esser
forte.... Appena il medico me lo permetterà, ricomincierò le mie
lezioni.... Cercherò di stordirmi lavorando.... come hai fatto tu
in mezzo alle contrarietà della fortuna.... No, andare a Berlino non
sarebbe un rimedio....
— Andiamo altrove, se lo preferisci, — disse il professore; — andiamo
in Francia, in Inghilterra per tre, per sei mesi, come t'avevo proposto
in passato.... ti rammenti?... la sera in cui s'aggravò la mia povera
sorella?... Non puoi, non puoi per ora abitare a Roma.
Giorgio abbozzò un sorriso.
— Non posso?... Così debole mi credi?... Abbi pazienza e saprò
dimostrarti il contrario.
Ma subito dopo, con tutt'altro tuono e con manifesta incoerenza,
soggiunse:
— Il dottor Raucher ha ragione.... Quello che ci vorrebbe in certi casi
sarebbe una nobile causa a cui poter offrire la vita.... Ah perchè non
devo esser nato due generazioni prima, quando si cospirava, quando si
combatteva per l'Italia, e Garibaldi chiamava intorno a sè il fiore
della gioventù, ed era nell'anime un fervore magnifico di generosi
ideali, una fede robusta nell'avvenire della patria? Ah, t'assicuro,
babbo mio, che se fossi nato allora non me ne starei oggi ad annaspar
nebbia.
— I periodi eroici della storia dei popoli non si rinnovano così
spesso, — obbiettò il professore. — La patria si può servire anche in
tempi tranquilli.
Giorgio Moncalvo ebbe uno scatto violento.
— La patria dei commendatori Moncalvo e delle principesse Oroboni? La
patria degli avventurieri e degli _snobs_ che per vanità si accostano
ai nostri eterni nemici e fanno brindisi al Papa, salvo, del resto, a
mutar casacca quando ne avessero il tornaconto?... Ah no, per Dio, che
quella patria non si serve e non si vuol servire!
Il professore tentennò tristamente la testa.
— Come ti agiti, Giorgio!... Converrai pure che non sei calmo, che non
sei forte.
— Ma sfido io! Vi sono spettacoli che movon lo stomaco.
— Motivo di più per allontanarsene.... Delle bassezze, delle viltà
ne vedrai da per tutto, pur troppo, perchè il mondo è fatto così....
Ma distogliti per un certo tempo dallo spettacolo di quelle che
maggiormente t'irritano i nervi.... No, non ti domando di rispondermi
subito.... Dormici su.... La notte porta consiglio.... Mi risponderai
con tuo comodo.... E al dottor Raucher scriverai?...
— Sì, domani gli scriverò.... Non già per annunziargli la nostra
visita....
— Fa come credi....
Giacomo Moncalvo baciò in fronte il figliuolo e si ritirò, deciso
di mettersi anch'egli in corrispondenza epistolare con lo scienziato
tedesco.