VIII.

Don Cesarino.

— Sì, — disse il giovane principe che aveva offerto il braccio alla

Mariannina e l'accompagnava in giro pel giardino, — sì, io la vedevo

sovente dietro i vetri di quella stanza ch'è proprio dirimpetto alla

nostra piccola torre.... Anche di sera la vidi.... due volte....

Ell'aveva aperto le imposte e s'era affacciata alla finestra....

La vidi profilarsi in nero sullo sfondo rischiarato dalla lampada

elettrica.

Mentre don Cesarino diceva così, un lieve incarnato si diffondeva

sulle sue gote pallide e un tic nervoso gli faceva batter le palpebre

su cui egli passava e ripassava la mano bianca, sottile, luccicante di

anelli. Uso ai lunghi silenzi vuoti di pensiero, timido per modo da non

saper quasi fissare una donna in faccia, era stupìto egli stesso della

propria facondia, stupìto di sentirsi tanto meno goffo, tanto meno

impacciato del solito. Ma più di tutto si maravigliava d'aver osato

ribellarsi all'autorità della madre che non l'avrebbe voluto presente

a questa prima visita della Moncalvo e che aveva dovuto cedere per

prudenza dinanzi a una sua dichiarazione preventiva: — Se non posso

riceverle oggi in casa mia, andrò io a cercarle domani in casa loro.

Don Cesarino si voltò un momento per mostrare alla Mariannina la torre

che sorgeva all'angolo del muraglione di cinta e la cui base pareva

perdersi in un viluppo di piante.

— Abbiamo un pajo di camerette lassù.

— Ora mi spiego, — soggiunse la ragazza, — il chiaro ch'io vedevo

qualche sera dietro le persiane.

— Ero io.

Pochi passi più avanti, la principessa Olimpia, discorrendo con

monsignor de Luchi e con la signora Rachele Moncalvo, rievocava il

tempo nel quale il giardino, molto più ampio, si stendeva ov'era adesso

la strada.

— Quando hanno rovinato la nostra Roma con le loro fabbriche, — ella

disse, — ne hanno preso una parte, appunto quant'è larga la loro via

Nazionale.... Abbiamo dovuto rifare il muro di cinta a livello della

torre che una volta s'innalzava isolata in mezzo al parco. E allora

vi si saliva nel pomeriggio per prendervi il fresco, e tutto intorno

era una bellezza di verde.... palme, quercie, cipressi, ed era una

fragranza di fiori, perchè di là dal nostro giardino ce n'erano altri,

e poi altri ancora, e non si vedevano queste brutture, nè si avevan

gli orecchi assordati da questo fracasso di tram e di automobili.... La

sera regnava un gran silenzio, rotto solo dal canto dei grilli.

La signora Rachele, benchè inorridita all'idea di quel mortorio, finse

di andare in estasi.

— Certo doveva esser molto più poetico.... Però dentro questo ricinto

si è come fuori del mondo.

— Mai abbastanza, mai abbastanza.

— Bisogna pure adattarsi a vivere in questo mondaccio, — obbiettò

monsignore.

— Lo sappiamo che lei ci si è adattato anche troppo, — disse la Oroboni

tra scherzosa e severa.

La signora Rachele si ricordò di certe allusioni di suo marito. Pareva

che monsignor de Luchi avesse qualche peccatuccio sulla coscienza,

qualche infrazione a uno dei voti pronunziati nell'abbracciare il

sacerdozio.... Ma chi si salva dalla calunnia? Perfino dell'austera

principessa Olimpia si voleva far credere che in gioventù avesse avuto

le sue debolezze....

E la Rachele Moncalvo era dispostissima a crederlo, trovandovi una

scusa alle sue scappatelle recenti, concludendo che nella _high life_

tutti fanno lo stesso, e deplorando sempre più di non esser cattolica

per non poter di tratto in tratto aggiustare i conti con Domeneddio.

— Non frequenta la società? — chiese la Mariannina a don Cesarino, il

quale aveva accennato alle sue abitudini quasi claustrali.

— La frequentai per poco, — egli rispose. — Ora non ci vado mai.

— E pure, — seguitò la ragazza, — col suo nome, con la sua posizione

tutti devono farle festa.

Egli tentennò il capo.

— Non creda.

Era per don Cesarino un tema penoso. Sì, aveva frequentato la società

per due inverni consecutivi quando sua madre sperava che, come altri

principi romani, anch'egli si accaparrasse una sposa fra le miliardarie

che l'America manda di qua dall'Oceano a scambiare i loro dollari coi

titoli della vecchia Europa. E invano le intraprendenti _misses_ gli

si erano affollate intorno piene di buona volontà; ma l'audacia della

loro _flirtation_, anzichè ingalluzzirlo, lo aveva sgomentato, aveva

cresciuto la sua ripugnanza per le femmine in genere, aveva acuito

il suo desiderio di non incontrar sul suo cammino nessuna di queste

creature fragili e perverse. Ed egli aveva attraversato un periodo

d'esaltazione religiosa durante il quale sua madre e monsignor de Luchi

avevano avuto un bel da fare a impedirgli d'entrare in un chiostro.

Oggi non gli pareva di esser più quello, e mentre camminava a fianco

della bella semita e sentiva sotto il suo braccio la molle pressione

del braccio di lei, gli si trasfondeva nel sangue un ardore che le

superbe americane non avevano saputo comunicargli, un ardore fatto di

spasimi e di voluttà, che gli dava, insieme con vaghi terrori ascetici,

un'inusata baldanza, una coscienza nuova di potere e di forza.

Vedendolo preoccupato, la Mariannina taceva.

— Perchè tace? — domandò Cesarino. — L'ascolto così volentieri! Ha una

voce così dolce.... Dovrebbe cantar così bene!

— Oh, no davvero.

— Conosce la musica però?

— Suono il pianoforte.... E studiavo anche il canto.

— Ha smesso?

— Ho studiato un poco quand'ero a Parigi.... Poi siamo partite, e non

ho ancora ripreso.

— Ma riprenderà?

— Forse.

— Ha viaggiato molto?

— Molto.... Da bambina in su.... Ho girato quasi tutta l'Europa e per

parecchi anni ho abitato l'Egitto.

— Dev'esser bello viaggiare, — sospirò don Cesarino. — Io vorrei andare

in Terra Santa.

— Oh, quello sarebbe il mio sogno, — esclamò la Mariannina con un

entusiasmo che pareva sincero.

Ma il giovine principe la guardò alquanto meravigliato. Che fascino

poteva avere la Terra Santa per lei, la reproba, la discendente dei

crocifissori di Cristo?

Pure, riordinando con uno sforzo di memoria e d'intelligenza le sue

monche cognizioni di storia sacra, pensò che anch'ella era legata a

quei luoghi dalle tradizioni degli avi, dalla pietà del suo tempio

ch'era stato distrutto, del suo popolo ch'era stato disperso.

In verità, don Cesarino attribuiva all'esclamazione enfatica

della ricca ereditiera un significato assolutamente fantastico.

Nell'entusiasmo di lei per la Palestina non entravano nè i ricordi

dei padiglioni di Giacobbe, nè quelli del tempio di Salomone. La

sua era una curiosità tutta mondana di fanciulla viziata, in cerca

d'impressioni sempre nuove e diverse. A Gerusalemme ella non si sarebbe

certo unita alla schiera dei fanatici che singhiozzano ogni venerdì

sulle rovine del Santuario, non avrebbe, come i moderni Sionisti,

studiato sul posto il piano edilizio della capitale d'un nuovo Regno

d'Israello, ma, seduta alla tavola rotonda del _New Grand Hôtel_,

dissimulando studiosamente le sue origini, avrebbe, con le inglesi

di Cook, preso gli accordi per le gite a Gerico, al Giordano, al Mar

Morto.

Pure don Cesarino, nei grandi occhi a mandorla della Mariannina, negli

occhi umidi, luminosi e profondi, seguitava a leggere ciò che non

v'era. Vi leggeva, insieme col rimpianto delle glorie tramontate per

sempre, l'avvilimento di una condanna che non ha remissione, l'anelito

ardente a sollevarsi, a redimersi. E si esaltava all'idea di rialzare

con la sua mano quell'angelo fulminato, di riscattar quell'anima a

cui le colpe dei padri avevano reciso le ali.... Ah, purificarla con

l'acqua lustrale, insegnarle le verità della fede, e poi, a suggello

della conversione, portarla seco penitente contrita al sepolcro di

Cristo, che sogno magnifico, che felicità nuova e insperata! Pareva a

don Cesarino che un fascio di raggi squarciasse ad un tratto il cielo

grigio della sua vita, gli aprisse le vie chiuse dell'avvenire.

La principessa madre si voltò bruscamente verso il figliuolo e gli

disse:

— Fa freddo. Si rientra in casa.

Nel salotto terreno, che un'ombra discreta occupava in quel pomeriggio

invernale, il vecchio Plinio servì la cioccolata e i biscotti. Le sue

mani rattratte tremavano, il suo sguardo interrogatore si fermava

a vicenda sulla principessa Olimpia, su don Cesarino, su monsignor

de Luchi e sugli ospiti strani che mal dissimulavano l'arroganza di

risaliti sotto i modi umili e deferenti. Ed egli, che non poteva

incontrar l'equipaggio dei Moncalvo senza fare una smorfia che

involgeva nel medesimo disprezzo i cavalli e chi li guidava, la

carrozza e chi vi stava dentro, egli aveva ora la mortificazione di

sentir donna Olimpia domandare alla signora Rachele se voleva un altro

pezzo di zucchero e di veder don Cesarino in adorazione davanti alla

Mariannina come davanti a un'immagine sacra. Che tempi eran questi?

Era possibile che gli Oroboni si umiliassero ai Moncalvo solo perchè i

Moncalvo eran ricchi? Possibile che al danaro sacrificassero la loro

dignità? E pensare ch'egli, povero in canna com'era, rinunziava già

da più anni a riscuotere il suo salario pur di non abbandonare i suoi

antichi padroni!

— Tirate le tende che coprono i medaglioni, — ordinò la principessa.

Apparvero allora, nelle cornici stinte e polverose, i ritratti di

famiglia che monsignor de Luchi si affrettò ad illustrare. Quel vecchio

segaligno, con lo zucchetto rosso in capo, era il nobiluomo Andrea,

patrizio veneto (chè veneta era l'origine della famiglia) e cardinale

di Santa Chiesa, competitore di Camillo Borghese (che fu poi Paolo V)

al soglio pontificio, non riuscito per le mene di Francia. Quello alla

sua destra, nell'ampia zimarra guernita d'ermellino, era il fratello di

lui, Nicolò Alvise, cavaliere e procuratore della Serenissima, dipinto

da uno scolaro del Tintoretto: venivano quindi due nipoti, don Antonio

e don Marco, e il pronipote cardinale Pietro, istitutore dell'Accademia

oroboniana, quegli che, rotto ormai ogni legame con la Repubblica di

Venezia, aveva richiamati in Roma il padre e lo zio e piantata qui

stabile dimora. Ultimo, in ordine cronologico, il bisavolo di don

Cesarino, cameriere segreto di Gregorio XVI, morto di crepacuore il

giorno della fuga di Pio IX a Gaeta. Sola fra tanti uomini una donna,

la sposa di don Marco, schietto sangue romano, Tarquinia dei principi

Altieri, la piccola testa superba eretta sul collo bianchissimo e

sulle spalle opulente, metteva una nota giovanile in quel malinconico

concerto di faccie serie e aggrinzite.

Don Cesarino si chinò all'orecchio della Mariannina.

— Quel ritratto la ricorda.

— Ricorda me? — chiese la ragazza imporporandosi in viso.

— Sì.... Nell'arco delle ciglia, nel taglio della bocca.

A un cenno della principessa le tende si riabbassarono e gli antenati

di don Cesarino furono sottratti alla mortificazione di nuovi

confronti.

— Non oso invitarla da noi, — disse timidamente la signora Rachele al

momento di accommiatarsi. — Sarebbe troppo onore.

— Grazie, — rispose la principessa, alzandosi in piedi. — Noi non

andiamo da nessuno.

E con quel _noi_ ella comprendeva anche suo figlio.

— Mi permetta almeno di venir di tratto in tratto a ossequiarla.... con

la Mariannina.

Donna Olimpia assentì freddamente con un cenno.

— Venga.... facendomi avvertir prima da monsignore.

— Esco anch'io, — disse il sacerdote.

— E io accompagno le signore fino al portone, — annunziò don Cesarino,

evitando di guardare in viso la madre.

La signora Rachele, appena fu in giardino, sicura di non essere udita

da altri, perchè la figliuola e don Cesarino erano rimasti indietro,

non potè trattenersi da un piccolo sfogo con monsignor de Luchi.

— Auff!... Una gran dama.... dalla punta delle unghie alla radice dei

capelli.... su questo non c'è dubbio.... ma, diamine, vi gela.... Le

nostre regine.... lasciamo stare le opinioni.... sono infinitamente più

alla mano.

Don Paolo, di fronte alle singolari riserve della signora Rachele

Moncalvo, si sentì in obbligo di dichiarare che per le due regine (non

disse le _nostre_) egli aveva una gran devozione.

La regina Margherita sopra tutto era una pia e santa donna, molto

affezionata alla Chiesa. In quanto alla principessa Olimpia, bisognava

mettersi nei suoi panni.... Quello che accadeva era così nuovo per lei,

così lontano dalle idee in cui ell'era cresciuta....

— Ma vorrei sapere quello che s'è concluso con questa visita, — insistè

la signora Rachele. — Non una parola, non un'allusione al vincolo che

dovrebbe unire le nostre famiglie.

Monsignor de Luchi sorrise.

— Un po' di pazienza, signora Moncalvo, un po' di pazienza.... Le

cose sono ormai messe in modo che non c'è più pericolo di tornare

indietro.... Dove sono quei due ragazzi?

Con la scusa di mostrarle una quercia che, secondo la fama, era stata

piantata nel 1660, don Cesarino aveva condotto la Mariannina per un

sentiero che riusciva ugualmente alla porta d'ingresso, ma vi riusciva

allungando il cammino di un centinaio di passi. Così per un momento i

due giovani furono perduti d'occhio.

— Ci rivedremo presto? — supplicava don Cesarino premendo forte il

braccio della ragazza.

— Mah! — fece ella guardando in terra. Pareva assorta nella

contemplazione di un sassolino che aveva il colore dei lapislazzuli. —

Dipende dalla sua mamma.... Non ha l'aria d'esser molto entusiasta di

me, la sua mamma.

— È il suo carattere, — ribattè don Cesarino. — Ha avuto tanti

dispiaceri nella vita.... Ma quando la mamma saprà ch'io desidero

molto.... molto di vederla.... e di vederla spesso.... sempre....

— Oh.... sempre.... Sarebbe noioso.... — disse la Mariannina,

giocherellando con un ciondolo che le pendeva dalla catena

dell'orologio.

— Sì, sì, — confermò il giovine. — Non ischerzo mica. E avrei bisogno

di parlarle a lungo.... Se venissi da lei, mi chiuderebbe la porta in

faccia?

— No, purchè venisse col consenso della sua mamma.

La Mariannina aveva capito benissimo che per meglio conquistare il

cuore di don Cesarino le conveniva far la ritrosa e mostrarsi deferente

al principio d'autorità.

— Zitto! — ella disse tendendo l'orecchio. — Mi chiamano.

— Mariannina! Mariannina! — chiamava infatti la signora Rachele, ch'era

ferma presso il portone con monsignor de Luchi.

— Eccomi, eccomi.... Via.... che cosa fa?

Quest'interrogazione della ragazza era rivolta al principino Oroboni

che le avea afferrato la mano e gliela baciava avidamente.

— Le voglio tanto bene, — balbettava il giovine, rosso, infiammato in

viso.

— Tss! — fece ella portandosi l'indice alla bocca.

E si liberò per raggiunger la madre.

Mentre questo accadeva in giardino, nel salotto terreno, di dove i

visitatori erano usciti, il servo Plinio s'indugiava a raccogliere le

tazze di cioccolata per metterle nel vassoio e riportarle in cucina.

Evidentemente egli avrebbe voluto parlare, ma non osava.

Donna Olimpia, ch'era sprofondata nella poltrona, immersa nei suoi

pensieri, si scosse all'acciottolìo delle porcellane e ammonì:

— Abbiate riguardo.... è l'ultimo servizio di vecchio Sassonia che ci

rimane.... Che c'è? — ella soggiunse udendo come il suono d'un gemito

represso.

Plinio non rispose; la principessa che aveva l'animo esulcerato si

lasciò scappare una frase ingiusta e cattiva:

— Eh, chi sa che fra poco non possiate riscuotere i vostri arretrati di

salario.

A quest'offesa, che inchiudeva una vaga conferma dei gravi avvenimenti

temuti, l'antico domestico traballò come se avesse ricevuto una mazzata

sul capo; ebbe appena la forza di deporre sul tavolino il vassoio

carico delle sue tazze (e se il vassoio non si rovesciò, bisogna

credere che c'è un Dio anche per le porcellane di Sassonia) e si

precipitò, singhiozzando, fuori della camera nella quale irruppe con

impeto uguale e quasi contemporaneamente don Cesarino.

— Mamma, mamma, — esclamò il giovine principe, gettandosi ai piedi di

donna Olimpia e stringendole le ginocchia: — la voglio, la voglio.

I Moncalvo · 第 17 / 32 题