Don Cesarino.
— Sì, — disse il giovane principe che aveva offerto il braccio alla
Mariannina e l'accompagnava in giro pel giardino, — sì, io la vedevo
sovente dietro i vetri di quella stanza ch'è proprio dirimpetto alla
nostra piccola torre.... Anche di sera la vidi.... due volte....
Ell'aveva aperto le imposte e s'era affacciata alla finestra....
La vidi profilarsi in nero sullo sfondo rischiarato dalla lampada
elettrica.
Mentre don Cesarino diceva così, un lieve incarnato si diffondeva
sulle sue gote pallide e un tic nervoso gli faceva batter le palpebre
su cui egli passava e ripassava la mano bianca, sottile, luccicante di
anelli. Uso ai lunghi silenzi vuoti di pensiero, timido per modo da non
saper quasi fissare una donna in faccia, era stupìto egli stesso della
propria facondia, stupìto di sentirsi tanto meno goffo, tanto meno
impacciato del solito. Ma più di tutto si maravigliava d'aver osato
ribellarsi all'autorità della madre che non l'avrebbe voluto presente
a questa prima visita della Moncalvo e che aveva dovuto cedere per
prudenza dinanzi a una sua dichiarazione preventiva: — Se non posso
riceverle oggi in casa mia, andrò io a cercarle domani in casa loro.
Don Cesarino si voltò un momento per mostrare alla Mariannina la torre
che sorgeva all'angolo del muraglione di cinta e la cui base pareva
perdersi in un viluppo di piante.
— Abbiamo un pajo di camerette lassù.
— Ora mi spiego, — soggiunse la ragazza, — il chiaro ch'io vedevo
qualche sera dietro le persiane.
— Ero io.
Pochi passi più avanti, la principessa Olimpia, discorrendo con
monsignor de Luchi e con la signora Rachele Moncalvo, rievocava il
tempo nel quale il giardino, molto più ampio, si stendeva ov'era adesso
la strada.
— Quando hanno rovinato la nostra Roma con le loro fabbriche, — ella
disse, — ne hanno preso una parte, appunto quant'è larga la loro via
Nazionale.... Abbiamo dovuto rifare il muro di cinta a livello della
torre che una volta s'innalzava isolata in mezzo al parco. E allora
vi si saliva nel pomeriggio per prendervi il fresco, e tutto intorno
era una bellezza di verde.... palme, quercie, cipressi, ed era una
fragranza di fiori, perchè di là dal nostro giardino ce n'erano altri,
e poi altri ancora, e non si vedevano queste brutture, nè si avevan
gli orecchi assordati da questo fracasso di tram e di automobili.... La
sera regnava un gran silenzio, rotto solo dal canto dei grilli.
La signora Rachele, benchè inorridita all'idea di quel mortorio, finse
di andare in estasi.
— Certo doveva esser molto più poetico.... Però dentro questo ricinto
si è come fuori del mondo.
— Mai abbastanza, mai abbastanza.
— Bisogna pure adattarsi a vivere in questo mondaccio, — obbiettò
monsignore.
— Lo sappiamo che lei ci si è adattato anche troppo, — disse la Oroboni
tra scherzosa e severa.
La signora Rachele si ricordò di certe allusioni di suo marito. Pareva
che monsignor de Luchi avesse qualche peccatuccio sulla coscienza,
qualche infrazione a uno dei voti pronunziati nell'abbracciare il
sacerdozio.... Ma chi si salva dalla calunnia? Perfino dell'austera
principessa Olimpia si voleva far credere che in gioventù avesse avuto
le sue debolezze....
E la Rachele Moncalvo era dispostissima a crederlo, trovandovi una
scusa alle sue scappatelle recenti, concludendo che nella _high life_
tutti fanno lo stesso, e deplorando sempre più di non esser cattolica
per non poter di tratto in tratto aggiustare i conti con Domeneddio.
— Non frequenta la società? — chiese la Mariannina a don Cesarino, il
quale aveva accennato alle sue abitudini quasi claustrali.
— La frequentai per poco, — egli rispose. — Ora non ci vado mai.
— E pure, — seguitò la ragazza, — col suo nome, con la sua posizione
tutti devono farle festa.
Egli tentennò il capo.
— Non creda.
Era per don Cesarino un tema penoso. Sì, aveva frequentato la società
per due inverni consecutivi quando sua madre sperava che, come altri
principi romani, anch'egli si accaparrasse una sposa fra le miliardarie
che l'America manda di qua dall'Oceano a scambiare i loro dollari coi
titoli della vecchia Europa. E invano le intraprendenti _misses_ gli
si erano affollate intorno piene di buona volontà; ma l'audacia della
loro _flirtation_, anzichè ingalluzzirlo, lo aveva sgomentato, aveva
cresciuto la sua ripugnanza per le femmine in genere, aveva acuito
il suo desiderio di non incontrar sul suo cammino nessuna di queste
creature fragili e perverse. Ed egli aveva attraversato un periodo
d'esaltazione religiosa durante il quale sua madre e monsignor de Luchi
avevano avuto un bel da fare a impedirgli d'entrare in un chiostro.
Oggi non gli pareva di esser più quello, e mentre camminava a fianco
della bella semita e sentiva sotto il suo braccio la molle pressione
del braccio di lei, gli si trasfondeva nel sangue un ardore che le
superbe americane non avevano saputo comunicargli, un ardore fatto di
spasimi e di voluttà, che gli dava, insieme con vaghi terrori ascetici,
un'inusata baldanza, una coscienza nuova di potere e di forza.
Vedendolo preoccupato, la Mariannina taceva.
— Perchè tace? — domandò Cesarino. — L'ascolto così volentieri! Ha una
voce così dolce.... Dovrebbe cantar così bene!
— Oh, no davvero.
— Conosce la musica però?
— Suono il pianoforte.... E studiavo anche il canto.
— Ha smesso?
— Ho studiato un poco quand'ero a Parigi.... Poi siamo partite, e non
ho ancora ripreso.
— Ma riprenderà?
— Forse.
— Ha viaggiato molto?
— Molto.... Da bambina in su.... Ho girato quasi tutta l'Europa e per
parecchi anni ho abitato l'Egitto.
— Dev'esser bello viaggiare, — sospirò don Cesarino. — Io vorrei andare
in Terra Santa.
— Oh, quello sarebbe il mio sogno, — esclamò la Mariannina con un
entusiasmo che pareva sincero.
Ma il giovine principe la guardò alquanto meravigliato. Che fascino
poteva avere la Terra Santa per lei, la reproba, la discendente dei
crocifissori di Cristo?
Pure, riordinando con uno sforzo di memoria e d'intelligenza le sue
monche cognizioni di storia sacra, pensò che anch'ella era legata a
quei luoghi dalle tradizioni degli avi, dalla pietà del suo tempio
ch'era stato distrutto, del suo popolo ch'era stato disperso.
In verità, don Cesarino attribuiva all'esclamazione enfatica
della ricca ereditiera un significato assolutamente fantastico.
Nell'entusiasmo di lei per la Palestina non entravano nè i ricordi
dei padiglioni di Giacobbe, nè quelli del tempio di Salomone. La
sua era una curiosità tutta mondana di fanciulla viziata, in cerca
d'impressioni sempre nuove e diverse. A Gerusalemme ella non si sarebbe
certo unita alla schiera dei fanatici che singhiozzano ogni venerdì
sulle rovine del Santuario, non avrebbe, come i moderni Sionisti,
studiato sul posto il piano edilizio della capitale d'un nuovo Regno
d'Israello, ma, seduta alla tavola rotonda del _New Grand Hôtel_,
dissimulando studiosamente le sue origini, avrebbe, con le inglesi
di Cook, preso gli accordi per le gite a Gerico, al Giordano, al Mar
Morto.
Pure don Cesarino, nei grandi occhi a mandorla della Mariannina, negli
occhi umidi, luminosi e profondi, seguitava a leggere ciò che non
v'era. Vi leggeva, insieme col rimpianto delle glorie tramontate per
sempre, l'avvilimento di una condanna che non ha remissione, l'anelito
ardente a sollevarsi, a redimersi. E si esaltava all'idea di rialzare
con la sua mano quell'angelo fulminato, di riscattar quell'anima a
cui le colpe dei padri avevano reciso le ali.... Ah, purificarla con
l'acqua lustrale, insegnarle le verità della fede, e poi, a suggello
della conversione, portarla seco penitente contrita al sepolcro di
Cristo, che sogno magnifico, che felicità nuova e insperata! Pareva a
don Cesarino che un fascio di raggi squarciasse ad un tratto il cielo
grigio della sua vita, gli aprisse le vie chiuse dell'avvenire.
La principessa madre si voltò bruscamente verso il figliuolo e gli
disse:
— Fa freddo. Si rientra in casa.
Nel salotto terreno, che un'ombra discreta occupava in quel pomeriggio
invernale, il vecchio Plinio servì la cioccolata e i biscotti. Le sue
mani rattratte tremavano, il suo sguardo interrogatore si fermava
a vicenda sulla principessa Olimpia, su don Cesarino, su monsignor
de Luchi e sugli ospiti strani che mal dissimulavano l'arroganza di
risaliti sotto i modi umili e deferenti. Ed egli, che non poteva
incontrar l'equipaggio dei Moncalvo senza fare una smorfia che
involgeva nel medesimo disprezzo i cavalli e chi li guidava, la
carrozza e chi vi stava dentro, egli aveva ora la mortificazione di
sentir donna Olimpia domandare alla signora Rachele se voleva un altro
pezzo di zucchero e di veder don Cesarino in adorazione davanti alla
Mariannina come davanti a un'immagine sacra. Che tempi eran questi?
Era possibile che gli Oroboni si umiliassero ai Moncalvo solo perchè i
Moncalvo eran ricchi? Possibile che al danaro sacrificassero la loro
dignità? E pensare ch'egli, povero in canna com'era, rinunziava già
da più anni a riscuotere il suo salario pur di non abbandonare i suoi
antichi padroni!
— Tirate le tende che coprono i medaglioni, — ordinò la principessa.
Apparvero allora, nelle cornici stinte e polverose, i ritratti di
famiglia che monsignor de Luchi si affrettò ad illustrare. Quel vecchio
segaligno, con lo zucchetto rosso in capo, era il nobiluomo Andrea,
patrizio veneto (chè veneta era l'origine della famiglia) e cardinale
di Santa Chiesa, competitore di Camillo Borghese (che fu poi Paolo V)
al soglio pontificio, non riuscito per le mene di Francia. Quello alla
sua destra, nell'ampia zimarra guernita d'ermellino, era il fratello di
lui, Nicolò Alvise, cavaliere e procuratore della Serenissima, dipinto
da uno scolaro del Tintoretto: venivano quindi due nipoti, don Antonio
e don Marco, e il pronipote cardinale Pietro, istitutore dell'Accademia
oroboniana, quegli che, rotto ormai ogni legame con la Repubblica di
Venezia, aveva richiamati in Roma il padre e lo zio e piantata qui
stabile dimora. Ultimo, in ordine cronologico, il bisavolo di don
Cesarino, cameriere segreto di Gregorio XVI, morto di crepacuore il
giorno della fuga di Pio IX a Gaeta. Sola fra tanti uomini una donna,
la sposa di don Marco, schietto sangue romano, Tarquinia dei principi
Altieri, la piccola testa superba eretta sul collo bianchissimo e
sulle spalle opulente, metteva una nota giovanile in quel malinconico
concerto di faccie serie e aggrinzite.
Don Cesarino si chinò all'orecchio della Mariannina.
— Quel ritratto la ricorda.
— Ricorda me? — chiese la ragazza imporporandosi in viso.
— Sì.... Nell'arco delle ciglia, nel taglio della bocca.
A un cenno della principessa le tende si riabbassarono e gli antenati
di don Cesarino furono sottratti alla mortificazione di nuovi
confronti.
— Non oso invitarla da noi, — disse timidamente la signora Rachele al
momento di accommiatarsi. — Sarebbe troppo onore.
— Grazie, — rispose la principessa, alzandosi in piedi. — Noi non
andiamo da nessuno.
E con quel _noi_ ella comprendeva anche suo figlio.
— Mi permetta almeno di venir di tratto in tratto a ossequiarla.... con
la Mariannina.
Donna Olimpia assentì freddamente con un cenno.
— Venga.... facendomi avvertir prima da monsignore.
— Esco anch'io, — disse il sacerdote.
— E io accompagno le signore fino al portone, — annunziò don Cesarino,
evitando di guardare in viso la madre.
La signora Rachele, appena fu in giardino, sicura di non essere udita
da altri, perchè la figliuola e don Cesarino erano rimasti indietro,
non potè trattenersi da un piccolo sfogo con monsignor de Luchi.
— Auff!... Una gran dama.... dalla punta delle unghie alla radice dei
capelli.... su questo non c'è dubbio.... ma, diamine, vi gela.... Le
nostre regine.... lasciamo stare le opinioni.... sono infinitamente più
alla mano.
Don Paolo, di fronte alle singolari riserve della signora Rachele
Moncalvo, si sentì in obbligo di dichiarare che per le due regine (non
disse le _nostre_) egli aveva una gran devozione.
La regina Margherita sopra tutto era una pia e santa donna, molto
affezionata alla Chiesa. In quanto alla principessa Olimpia, bisognava
mettersi nei suoi panni.... Quello che accadeva era così nuovo per lei,
così lontano dalle idee in cui ell'era cresciuta....
— Ma vorrei sapere quello che s'è concluso con questa visita, — insistè
la signora Rachele. — Non una parola, non un'allusione al vincolo che
dovrebbe unire le nostre famiglie.
Monsignor de Luchi sorrise.
— Un po' di pazienza, signora Moncalvo, un po' di pazienza.... Le
cose sono ormai messe in modo che non c'è più pericolo di tornare
indietro.... Dove sono quei due ragazzi?
Con la scusa di mostrarle una quercia che, secondo la fama, era stata
piantata nel 1660, don Cesarino aveva condotto la Mariannina per un
sentiero che riusciva ugualmente alla porta d'ingresso, ma vi riusciva
allungando il cammino di un centinaio di passi. Così per un momento i
due giovani furono perduti d'occhio.
— Ci rivedremo presto? — supplicava don Cesarino premendo forte il
braccio della ragazza.
— Mah! — fece ella guardando in terra. Pareva assorta nella
contemplazione di un sassolino che aveva il colore dei lapislazzuli. —
Dipende dalla sua mamma.... Non ha l'aria d'esser molto entusiasta di
me, la sua mamma.
— È il suo carattere, — ribattè don Cesarino. — Ha avuto tanti
dispiaceri nella vita.... Ma quando la mamma saprà ch'io desidero
molto.... molto di vederla.... e di vederla spesso.... sempre....
— Oh.... sempre.... Sarebbe noioso.... — disse la Mariannina,
giocherellando con un ciondolo che le pendeva dalla catena
dell'orologio.
— Sì, sì, — confermò il giovine. — Non ischerzo mica. E avrei bisogno
di parlarle a lungo.... Se venissi da lei, mi chiuderebbe la porta in
faccia?
— No, purchè venisse col consenso della sua mamma.
La Mariannina aveva capito benissimo che per meglio conquistare il
cuore di don Cesarino le conveniva far la ritrosa e mostrarsi deferente
al principio d'autorità.
— Zitto! — ella disse tendendo l'orecchio. — Mi chiamano.
— Mariannina! Mariannina! — chiamava infatti la signora Rachele, ch'era
ferma presso il portone con monsignor de Luchi.
— Eccomi, eccomi.... Via.... che cosa fa?
Quest'interrogazione della ragazza era rivolta al principino Oroboni
che le avea afferrato la mano e gliela baciava avidamente.
— Le voglio tanto bene, — balbettava il giovine, rosso, infiammato in
viso.
— Tss! — fece ella portandosi l'indice alla bocca.
E si liberò per raggiunger la madre.
Mentre questo accadeva in giardino, nel salotto terreno, di dove i
visitatori erano usciti, il servo Plinio s'indugiava a raccogliere le
tazze di cioccolata per metterle nel vassoio e riportarle in cucina.
Evidentemente egli avrebbe voluto parlare, ma non osava.
Donna Olimpia, ch'era sprofondata nella poltrona, immersa nei suoi
pensieri, si scosse all'acciottolìo delle porcellane e ammonì:
— Abbiate riguardo.... è l'ultimo servizio di vecchio Sassonia che ci
rimane.... Che c'è? — ella soggiunse udendo come il suono d'un gemito
represso.
Plinio non rispose; la principessa che aveva l'animo esulcerato si
lasciò scappare una frase ingiusta e cattiva:
— Eh, chi sa che fra poco non possiate riscuotere i vostri arretrati di
salario.
A quest'offesa, che inchiudeva una vaga conferma dei gravi avvenimenti
temuti, l'antico domestico traballò come se avesse ricevuto una mazzata
sul capo; ebbe appena la forza di deporre sul tavolino il vassoio
carico delle sue tazze (e se il vassoio non si rovesciò, bisogna
credere che c'è un Dio anche per le porcellane di Sassonia) e si
precipitò, singhiozzando, fuori della camera nella quale irruppe con
impeto uguale e quasi contemporaneamente don Cesarino.
— Mamma, mamma, — esclamò il giovine principe, gettandosi ai piedi di
donna Olimpia e stringendole le ginocchia: — la voglio, la voglio.