II.

Dopo pranzo.

Era stato un pranzo di famiglia.

Per non far dispiacere a suo fratello e a suo nipote, il commendator

Gabrio Moncalvo non aveva invitato nessuno, fuori del pittore Brulati

ch'era di casa e che non poteva dar soggezione. Ciò non toglie ch'egli,

il commendatore, fosse in _frac_ e che la signora Rachele, ancora bella

non ostante i suoi quarantatrè o quarantaquattr'anni, sfoggiasse le

sue spalle opime, traboccanti dal corpetto d'un abito di _tulle_ nero

a _paillettes_. La Mariannina era vestita di _surah_ bianco a pieghine,

con una cintura celeste intorno alla vita e un vezzo di perle al collo.

Ora i commensali erano raccolti in salotto e la zia Clara, la sorella

nubile e anziana dei due Moncalvo, presiedeva alla distribuzione del

caffè e dei liquori. Ell'aveva sempre la sua fisonomia dolce e buona,

ma era molto invecchiata negli ultimi tempi; aveva l'aria stanca e i

capelli grigi; grigi come il colore del suo vestito di seta. — _Ma sœur

grise_ — la chiamava qualche volta, scherzando, Gabrio Moncalvo.

L'ampio salotto, ingombro di sedie e seggioloni d'ogni forma e misura,

era illuminato a luce elettrica e ammobiliato signorilmente ma senza

sobrietà. Dalle pareti pendevano piatti di maiolica, pezzi di stoffe

antiche, stuoie giapponesi, in mezzo a cui l'occhio appena riusciva a

discerner tre o quattro acquarelli romani di molto pregio. Un gruppo

di piante metteva una nota verde in un angolo; all'angolo opposto,

sopra un piedistallo girevole, si ammirava una statuina di bronzo del

Cifariello; fra una cantoniera i cui palchetti erano pieni di ninnoli e

uno scaffalino contenente alcuni libri con legatura di lusso sorgeva un

piccolo pianoforte verticale; altri volumi artistici erano gettati alla

rinfusa sopra una tavola più grande; un tavolino di lacca reggeva il

servizio del caffè e dei liquori.

— Tu non hai religione, — disse la signora Rachele al cognato, con

l'aria di chi ripiglia un discorso interrotto.

Il commendator Gabrio si mise a ridere.

— Stasera mia moglie non vuol lasciarti in pace.

— Ma sì, — interpose la signora Clara offrendo in giro le sigarette. —

Lasciatelo in pace. Non viene quasi mai e quando viene lo punzecchiate.

— Oh! — rispose la signora Rachele. — Giacomo non è uomo da confondersi

per così poco.... E in quanto a te, — ella soggiunse alludendo alla

Clara, — in quanto a te, sei come lui.... sei com'eravamo tutti....

Il professore Giacomo alzò gli occhi da un libro che stava sfogliando.

— Converrebbe sapere che cosa tu intenda per religione.

— Che domanda! — ribattè la signora Rachele, imbarazzata più di quello

che non volesse parere.

— Come se tutti non sapessero quello ch'è la religione! Intendo

una serie di dogmi incrollabili, altrettanto sicuri quanto i vostri

teoremi matematici, su cui si possa appoggiarsi come a una norma per la

vita....

— E tu fa conto che questi dogmi ci siano, ch'essi c'impongano di

operare il bene verso amici e nemici, di astenerci da ogni atto basso e

malvagio, e regola di conformità la tua condotta.

— No, no, non basta _far conto_. Occorre la certezza che questi

precetti ci vengono da Dio, che l'obbedirvi ci assicura un premio, che

il trasgredirli porta seco una pena.

— La solita investita di capitali, — pensò il professore. Ma non lo

disse. Disse soltanto: — E tu credi quello che vuoi.

— Ecco come siete, — replicò la signora Rachele, arrabbiandosi. — Lo

so benissimo che posso credere quello che voglio, ma io ho bisogno di

rinforzar la mia fede con la fede degli altri, ho bisogno di un culto,

di un complesso di pratiche in comune.... Gabrio tace, ma è del mio

parere....

— Ah, non hai tutti i torti, — assentì il marito cacciando dalla bocca

il fumo della sigaretta. — Le dottrine materialiste hanno fatto il loro

tempo.

Giorgio Moncalvo, che chiacchierava con sua cugina, nel vano d'una

finestra, non potè reprimere un moto di maraviglia. Gli tornavano a

mente le fiere invettive anticlericali udite da suo zio sette anni

addietro.

La Mariannina indovinò il suo pensiero.

— Oh, il babbo non ha mica più le idee che aveva una volta.... Non c'è

niente di male a cambiare quando si cambia in meglio. _À présent, nous

sommes des gens rangés._

Intanto la discussione continuava più vivace che mai fra Giacomo

Moncalvo e la cognata.

— Dunque, — disse il professore, — tu diventi una conservatrice.... E

da ragazza, se ben rammento, passavi per una ribelle, per un'eretica, e

il tuo nonno....

La signora Rachele fece una spallucciata.

— Tal quale come in casa vostra.... I nonni erano strettamente

ortodossi, come i vostri, attaccati a certe forme antiquate,

ridicole....

— Non senza la loro poesia, — notò il professore.

— Le difendi, tu

— No, le considero spassionatamente, come tutti i riti, come tutti i

simboli in cui l'umanità ha messo una parte della sua anima.

— Ma come possono interessarci quelle storie di tremila, di quattromila

anni sono, dette in una lingua che nessuno capisce più?... Quei

patriarchi, quel passaggio del Mar Rosso, quel Mosè che scende dalla

montagna con le corna in fronte!

— Eh via, ci hanno fabbricato su anche l'edifizio della religione nuova.

— È un'altra cosa, è un'altra cosa, — protestò la signora. — A ogni

modo, per tornare a noi, i nonni erano rabbiosamente ortodossi; la

generazione venuta dopo faceva finta di credere, ma non credeva; noi

della terza generazione non potevamo crescere che come siamo cresciuti.

Il professore annuì.

— Sicuro, la vecchia fede moriva. Tanto più era necessario che ciascuno

di noi si assimilasse quello che vi è di permanente, d'indistruttibile

nelle religioni per dar forza alla legge morale che deve governare la

nostra vita.

— Ecco il tuo torto, — saltò a dire il commendatore. E respinse da

sè la _Tribuna_ che aveva preso in mano in quel momento. — Prima di

tutto a varie religioni corrisponde una varia morale.... quella dei

turchi, per esempio, che ha pure le sue attrattive.... Dunque convien

principiare con lo scegliere la religione di cui si vuol spremere il

sugo.... poi, questo sugo sei ben sicuro di conservarlo quando hai

gettato via il frutto?

— Tu mi hai frainteso.... Io non volevo dire che le religioni

siano la sola base della morale.... A formar questa entrano tanti

altri fattori che sono dati dalla razza, dai costumi, dal grado

di civiltà.... Anzi oggi, in alcuni paesi civili, la morale degli

uomini veramente virtuosi è superiore per parecchi rispetti a quella

che le religioni insegnano.... Ma è un fatto che, generalmente, le

religioni rappresentano il massimo sforzo dell'uomo verso un ideale

di perfezione, e che questo sforzo è per sè un elemento di grandezza

morale....

— Ah, lo confessi? — esclamò, trionfante, la signora Rachele.

— Non ho la minima difficoltà a confessarlo. Ciò non toglie che io

m'auguri prossimo il tempo in cui la morale possa reggersi da sola

come un monumento che si regga senza l'armatura. Vedi, la religione è

come il dizionario, ch'è sempre in arretrato quando lo si paragoni alla

lingua viva.

La signora Rachele accennò a replicare, ma il marito le fece segno di

non insistere.

— E qual'è l'opinione del nostro Brulati? — egli chiese rivolgendosi al

pittore che schizzava delle caricature in un album tascabile.

— Brulati non ha opinione, — rispose l'artista. — Non ho voglia di

torturarmi il cervello, io.

— Allora vediamo l'album.

— Non ne vale la pena.

E Brulati stava per riporre il libriccino nella tasca interna del

soprabito. Ma si pentì a mezzo e soggiunse:

— Se mi assicurano di non aversene a male....

Tutti gli furono intorno ridendo di cuore dell'abilità con cui Brulati

sapeva cogliere il lato comico d'una fisonomia.

Il più entusiasta era Gabrio Moncalvo, quantunque fosse il più

tartassato dal caricaturista.

— Insuperabile! Con due tratti quest'uomo vi ammazza.... E non c'è da

sbagliarsi.... Ci si riconoscerebbe fra mille.... l'ho sempre detto.

I quadri di Brulati hanno molto merito, ma ce ne son tanti altri come

i suoi.... Dove non ha rivali è nella caricatura.... In Francia, in

Germania, in Inghilterra, collaborando al _Journal pour rire_, ai

_Fliegende Blätter_ o al _Punch_, farebbe tesori. Noi siamo un popolo

di spiantati.

E il commendatore seguitava a confrontare le varie caricature.

— La mia è il capolavoro, non c'è dubbio. Ma anche tu, Rachele, sei ben

servita.

La signora Rachele sorrise con la bocca stretta.

— Non lo nego. È il genere che non mi piace.

— Hai torto.... Però (non è vero, Brulati?) non si può pretendere che

le belle donne siano contente di vedersi ridotte in questo stato.

— È il destino di tutte le cose belle d'esser messe in parodia, — disse

pronto Brulati.

— Non mi canzoni, — replicò la signora, ammansata dal complimento. — Io

sono ormai un rudero.

— Ce ne fossero di quei ruderi!

— Ed ecco qui mia sorella, — seguitò il banchiere. — È tutta lei....

E pure non c'è che un po' di naso e due puntini per gli occhi.... e

nient'altro.

La signora Clara, ch'era di umore gioviale, e non aveva mai avuto

pretese, disse in tuono scherzoso:

— E giusto.... Non c'è altro realmente.

— Anche Giacomo è tal quale, — ripigliò il commendatore seguitando

la sua rivista. — Un paio di lenti, un ciuffetto sul fronte, e ce n'è

d'avanzo.

— Dev'essere un bel passatempo per lei, — notò il professore

rivolgendosi a Brulati. — Se potessimo far lo stesso quando assistiamo

alle sedute dei Lincei!

— Oltre al professorone ha fatto anche il professorino? — domandò

la signora Rachele, che con questo accrescitivo e questo diminutivo

intendeva designare il cognato e il nipote.

— Già; la caricatura mia e di Giorgio non l'ha fatta? — soggiunse con

la sua petulanza la Mariannina, mentre, in punta di piedi, dietro le

spalle del padre, vedeva svolgersi le pagine dell'album.

— Sfido io! — ribattè Brulati. — Erano in ombra perfetta.

— Doveva dirci che ci mettessimo in luce.

— Nemmen per sogno.... Stavan troppo bene così.

Quest'era anche l'opinione di Giorgio, il quale tornò nel vano della

finestra, ove la Mariannina lo raggiunse subito.

Nonostante i suoi fieri proponimenti, il giovine scienziato subiva

il fascino della cugina bellissima che dopo sett'anni gli appariva

tanto diversa da quella d'un tempo. Come s'era aperto fulgido ed

orgoglioso il fiore ch'egli aveva visto nel boccio! Tutto in lei pareva

un incanto: il viso, la persona, la voce, perfino il profumo ch'ella

spargeva intorno a sè. Ed egli, l'austero giovine che, immerso nei

suoi studi, poco o nulla aveva concesso ai piaceri della sua età, oggi

pendeva inebbriato da quella bocca ammaliatrice, da quegli occhi accesi

a volte d'una sùbita fiamma, a volte velati da una dolce malinconia. E

la divina fanciulla gli dava del _tu_ ed egli dava del _tu_ a lei, ed

ella lo aiutava a rievocare il passato e lo ascoltava benevola quando

egli le parlava de' suoi disegni per l'avvenire.

— Le nostre passeggiate al Foro Romano, te ne rammenti?

— Altro! E quelle al Palatino?

— Ti rammenti? Ti rammenti?

— Sicuro.... E come mi confondevi con la tua erudizione! Il poco che so

di storia romana lo devo a te.

— Oh, io ero un pedante.... Noi, uomini di studio, siamo pedanti

tutti.... Avevi più ragione tu che, appunto al Palatino, mentre io

ti discorrevo di Augusto, di Caligola, di Tiberio, stavi incantata a

sentire il cinguettio allegro dei passeri nel folto degli alberi....

— Davvero? Che buona memoria hai!

— E ricordo anche che al Foro Romano i fiori di giaggiolo che

crescevano ai piedi del tempio di Saturno t'interessavano molto di più

delle mie dotte dissertazioni.

— Ero una bimba. Ma adesso la so lunga, dopo che al Foro Romano ho

avuto per guida nientemeno che Giacomo Boni.

— Brava!

La dimestichezza così presto ristabilita fra i cugini non dava ombra ai

coniugi Moncalvo, d'accordo ormai nell'aspirare a un gran matrimonio

per la loro figliuola, ma sicuri che la Mariannina non si sarebbe

scaldato il sangue per uno spiantato; un'inquietudine di diversa natura

turbava invece la signora Clara, che per interrompere il colloquio de'

due giovani rivolse una domanda al nipote:

— Dunque, Giorgio, quand'è che cominci le tue lezioni?

— Quando s'aprirà l'Università.... il mese venturo.... Intanto Salvieni

mi disse d'andar a lavorare nel suo gabinetto.

— Sei assistente di Salvieni? — disse il commendatore.

— Sì.

— Che ha la cattedra di.... di....?

Giorgio pronunziò una parola difficile.

— Già, già.... Non si capisce, ma poco importa. E che paga hai?

— Milleduecento lire.

— Per i sigari.

— Se non fumo! — obbiettò Giorgio.

— Per i minuti piaceri, insomma.... molto minuti....

— E poi mi preparerò i titoli per partecipare a un concorso.

— A qualche cattedra di ginnasio?

— D'Università.... spero.

— E riuscendo entreresti come professore straordinario?

— Naturalmente.

— Con tre mila lire l'anno?

— S'intende.

— Per diventar poi con comodo professore ordinario con cinquemila lire

di stipendio....

— Ci vuol tempo.

— Figùrati se non lo so.... Come ce n'è voluto a tuo padre, il quale

oggi con due quinquenni guadagna la bellezza di seimila lire, meno la

trattenuta. Dico bene?

Padre e figliuolo si misero a ridere.

— Sei meglio informato dell'agente delle tasse.

— Ho sempre tenuto d'occhio i miei stretti parenti, — rispose il

commendatore. — E in ogni modo, fin che viveva la povera Lisa, era lei

che ci ragguagliava di tutto.... Non è vero, Rachele?

Quest'allusione alla moglie e alla madre morta dispiacque al professore

Giacomo e a Giorgio. Essi non ignoravano che la _povera Lisa_ non s'era

mai adattata serenamente alla sua condizione economica appena modesta,

e se ne doleva nelle sue lettere alla cognata, dalla quale accettava, e

fors'anche sollecitava regali di qualche valore. E se fosse dipeso da

lei non avrebbe esitato un momento ad accogliere le offerte di Gabrio

che, avvezzo a maneggiar dei milioni e liberale per indole, sarebbe

venuto volentieri in aiuto del fratello. Ma guai a toccar questo tasto

con Giacomo! A badare a lui, la sua famiglia non aveva bisogno di

nulla.

— Voi siete filosofi, — riprese il commendatore, per mitigar l'effetto

delle parole pronunziate prima, — ed è una bella qualità ch'io

ammiro.... negli altri.... _Multa petentibus desunt multa_.... Non ho

dimenticato interamente il mio latino.

Il professore completò ridendo la citazione:

— _Bene est cui deus obtulit, parca, quod satis est, manu._ — E

soggiunse: — La Lisa era un angelo.... Aveva l'unico torto di non

voltarsi a guardar quelli che stanno peggio di noi.... Dio buono! Tra

la mia paga e il frutto della sua dote e di quel poco che avevo io,

abbiamo sempre avuto il modo di sbarcare il lunario anche quando io non

ero che un misero professorino di liceo.... Non siamo stati mai più di

tre, e allora Giorgio era un bimbo....

— Pure a non intaccare il capitale in quei primi anni sei stato bravo.

— Voglio esser sincero. L'ho intaccato due anni di seguito per portar

la Lisa e questo ragazzo in montagna.... Grazie al cielo, ho potuto

colmare il vuoto, e alla mia morte Giorgio avrà venticinquemila lire

da aggiungere ad altrettante ereditate da sua madre.... Sarà _quasi_

ricco.

— Non siete esigenti, — dichiarò il commendatore, scuotendo il

sigaro nel porta-cenere. — Ricco senza il _quasi_ egli sarebbe stato

accettando sett'anni fa la mia proposta.

La Mariannina intervenne con una frase che per lei non aveva

importanza, ma che produsse una viva impressione sul cugino:

— Se diventerà celebre si consolerà di non esser milionario. La gloria

vale la ricchezza.

— La gloria, la gloria! — borbottò il commendatore, — A ventanni tutti

la sognano.... quanti poi la raggiungono? A ogni modo, anche la gloria

ha le sue ingiustizie.... Perchè dev'essere riservata agli scienziati,

ai poeti, agli uomini di Stato, ai guerrieri?... Credete che ci voglia

meno ingegno a concepire e a condurre a buon fine le grandi operazioni

finanziarie che a fare una scoperta, o a scriver dei versi, o a

governare un paese, o a vincere una battaglia?... Uomini come Morgan,

come Carnegie....

— Io preferisco Marconi, — saltò su la ragazza.

In quella il domestico sollevò la portiera e introdusse un signore di

età matura, ma di bella presenza, nel quale Giorgio Moncalvo riconobbe

il cavaliere elegante ch'egli aveva visto a Villa Borghese in compagnia

della Mariannina.

— Come va, _donna_ Rachele? — chiese il nuovo arrivato chinandosi a

baciar la mano che la padrona di casa gli tendeva amichevolmente.

— Mio fratello Giacomo, mio nipote Giorgio, il conte Ugolini Ruschi,

— disse il commendatore Gabrio a modo di presentazione. — Ma forse con

Giacomo si sono già incontrati.

— Col signor professore?... Sicuro.... Qualche mese fa, — rispose il

conte.

— È professore in erba anche mio nipote, — soggiunse Gabrio Moncalvo.

— Malattia ereditaria.... Arriva fresco fresco da Berlino, ove ha

completato i suoi studi di fisiologia.... Ora è assistente di Salvieni.

— Berlino! — esclamò il conte. — Che città!.... Ci fui dieci anni

or sono per le nozze di mio cugino Wartenburg.... cugino in terzo

grado per parte di donne.... Non ha avuto occasione di frequentare i

Wartenburg?... No?... Gran famiglia.... famiglia che riceve....

— Oh, io vivevo così ritirato, — notò Giorgio.

— Dai miei parenti vanno molti professori, — riprese Ugolini. — E mio

cugino è una specialità in araldica. Sa anche benissimo l'italiano....

Si rivolse alla signora Moncalvo e soggiunse:

— Se mi permette, _donna_ Rachele, glielo farò conoscere la prima volta

che verrà a Roma per una seduta dell'Ordine.

Ugolini alludeva all'Ordine di Malta di cui era cavaliere anche lui.

— Sarà un onore, — balbettò tutta confusa la signora Rachele. — Ah,

quella loro villa sull'Aventino! E pensare che non ci vanno mai!... Se

l'avessi io!

— Ci torneremo, _donna_ Rachele. Ci torneremo quando sarà qui mio

cugino.

Il conte Ugolini Ruschi vi aveva un giorno accompagnato le due

Moncalvo, madre e figliuola, e la visita aveva lasciato, sopra

tutto nell'animo della madre, un'impressione profonda. Una specie

d'esaltazione mistica s'era impadronita di lei, mentre il cavaliere di

Malta la guidava tra le fitte siepi di bosso che limitano i sentieri

rettilinei del non ampio giardino, le mostrava nella chiesa le tombe

degli antichi Gran Maestri, le sedeva accanto nella splendida terrazza

a' cui piedi scorre il Tevere e da cui l'occhio abbraccia tanta parte

di Roma.

— San Pietro domina tutto, — aveva detto con enfasi il conte additando

la cupola di Michelangelo. — Tutto è piccolo al paragone.... E San

Pietro resterà. San Pietro continuerà a dominare su tutto.

Così, in mancanza di Turchi da combattere, il cavaliere della fede non

s'era lasciato sfuggir l'occasione di magnificare in cospetto delle

due reprobe le glorie del cattolicismo. E da allora in poi, anche per

ragioni d'indole diversa, le effusioni religiose del conte Ugolini

avevano trovato, specie da parte della signora Rachele, benevolo

ascolto.

— Beato lei che crede! — ella sospirava sovente.

E ne' suoi colloqui con la Mariannina levava a cielo il perfetto

gentiluomo che univa tanta grazia mondana a tanto fervore di pietà.

La Mariannina conveniva ch'era stata una fortuna l'aver conosciuto

Ugolini, per mezzo del quale ell'aveva potuto assistere alla

canonizzazione di due Santi ed esser ammessa a un ricevimento del

Pontefice che non aveva sdegnato di abbozzar sul suo capo d'eretica

un vago segno di benedizione. Tuttavia gli sdilinquimenti materni le

parevano eccessivi e richiamavano sul suo labbro un sorrisetto ironico

o una smorfia dispettosa.

Quella sera la prospettiva di tornar alla Villa sull'Aventino a fianco

di due cavalieri dell'Ordine entusiasmava addirittura la signora

Rachele.

— Ah Ugolini, com'è amabile, com'è gentile!... Hai sentito, Mariannina?

— Ho sentito, ho sentito, — replicò la ragazza con mal celata

impazienza. — Ma, a proposito, conte, ha rivisto miss May dopo la

nostra cavalcata di ier l'altro?

— Non l'ho rivista, ma mi ha scritto, mandandomi uno _chèque_ di cento

sterline per le nostre _pericolanti_.

— Appunto, sapevo che aveva quest'intenzione.

— Ha mandato fino da ieri, e come può credere ho risposto subito. È

d'una generosità quella signorina!

— Suo padre ha un miliardo, — borbottò il pittore Brulati.

— E lo fa fruttar bene, — soggiunse Gabrio Moncalvo.

— È permesso? — chiese dalla soglia una vocina insinuante.

E un pretino che aveva più di cinquant'anni ma ne mostrava assai meno

si avanzò nel salotto.

— Oh, monsignor de Luchi, — dissero in coro il commendatore e le donne.

— Che buon vento?

— Ecco, signora Rachele. Passavo di qui e vedendo le finestre

illuminate ho pensato fra me e me: I signori Moncalvo sono in casa.

Andiamo a salutarli.

— Bravo!

Non erano ancora finite le presentazioni e i saluti, che già entravano

altre persone, tutte in _frac_ e cravatta bianca; un segretario del

Ministero degl'interni, un deputato della maggioranza, un consigliere

d'una grande Società d'assicurazioni, un alto personaggio degli esteri.

Quest'ultimo cercò istintivamente con gli occhi la poltrona ov'egli

soleva fare il suo pisolo, e vedendola occupata rimase un momento

perplesso. Ma la vigile signora Clara ne spinse verso di lui una di

simile.

— Qui, qui, commendatore.

— Oh, signora Clara.... Mi crede proprio un sibarita, — disse il

diplomatico affrettandosi però a sdraiarsi nel comodo seggiolone. —

Ed ella crede anche ch'io dorma, — egli soggiunse. — Scommetto che lo

crede.

— Nemmeno per idea, — ribattè la signora. — Ella finge di dormire per

non lasciarsi scappare i segreti della Consulta.

— Proprio così, cara signora, proprio così.... Lei almeno capisce

a volo.... Non lasciarsi sfuggire i segreti propri e cercar di

sorprendere i segreti altrui, ecco l'alfa e l'omèga della nostra

professione....

Mentre il consigliere della Società assicuratrice discorreva d'affari

con Gabrio Moncalvo, il deputato della maggioranza e il segretario del

Ministero degl'interni si sforzavano di accaparrar l'attenzione della

Mariannina che li teneva a bada tutti e due senza trascurare il cugino

Giorgio. La signora Rachele intanto, seduta fra il conte Ugolini Buschi

e monsignor Paolo de Luchi, accoglieva con visibile compiacenza certe

comunicazioni fattele da quest'ultimo.

A un tratto ella non potè trattenersi dal chiamare sua figlia.

— Mariannina! Mariannina!

— Son qui.... Che cosa desideri?

La signora Rachele fece segno alla ragazza di avvicinarsi.

— Lo sai? — ella le disse piano. — Io firmerò il manifesto per la Fiera

di beneficenza subito dopo la principessa Oroboni.

— Che onore!... Del resto, sei quella che ha dato di più.

— Ma son l'unica che non abbia un nome patrizio.... E sono anche

l'unica.... mi intendi?...

— Sì, la gran macchia d'origine....

— Diceva poi il nostro don Paolo che nella settimana ventura potremo

andare insieme con lui a vedere il palazzo e il giardino.

— Oh, oh! Si degnano!

— I padroni non ci saranno.... Saranno a Loreto.

— Allora! — fece la Mariannina con un gesto sprezzante.

— Non entra nessuno nemmeno quando non ci sono in casa i padroni, —

spiegò monsignore. — Ho ottenuto io il permesso.... per loro....

— Ma sì, — riprese la signora Rachele. — È una preferenza della quale

dobbiamo esser grati.

Giacomo e Giorgio Moncalvo si alzarono.

— Di già? — chiese il commendatore.

— Siamo gente selvatica, — rispose il fratello, sorridendo.

— Vi aspettiamo presto.... A prima sera siamo sempre soli.

— Io voglio una visita tutta per me, — dichiarò la zia Clara al nipote.

— Da mezzogiorno alle quattro sei sicuro di trovarmi in casa.

— E se telefoni in tempo, trovi anche me, — soggiunse la Mariannina

accompagnando i parenti fino all'uscio. — Voglio mostrati i miei

acquarelli.

— Dipingi?

— Sicuro. Studio con Brulati.... Andiamo qualche volta insieme in

automobile nella campagna romana.... T'inviterò una mattina.

— Grazie.

Il professore Giacomo abbreviò i saluti.

— Buona sera. — Spìcciati, Giorgio.

I Moncalvo · 第 11 / 32 题