Dov'era andato quel tempo? Dov'erano andate (e pur egli era giovine
sempre) l'elasticità della sua fibra, la sua voglia di saltare, di
ridere, di far del chiasso? Dov'erano andati gli amici, i compagni
coi quali, ai primi rintocchi della campana che annunziava la fine
sospirata delle lezioni, egli volava a Villa Borghese a ruzzare
sull'erba, a giocare alla palla, a esercitarsi sulla bicicletta? E
dov'era la sua mamma che, avvezza a vivere in una tranquilla città
del Veneto, varcava a malincuore l'ingresso della Villa magnifica e
rumorosa e diceva, tentennando la testa: «Sì, sì; sarà un bel posto, ma
troppa gente, troppe vetture, troppo frastuono.... Non mi ci abituerò
mai»?
Giorgio Moncalvo rammentava che i giocondi ritrovi di Villa Borghese
erano stati interrotti in seguito alla malattia e alla morte della
povera donna. Povera, povera mamma! Buona, intelligente, ma nata col
segreto dell'infelicità! Fin che suo marito era stato un professorino
d'istituto tecnico a duemila cinquecento lire l'anno ella lo aveva
assordato con le sue lamentazioni esaltando, per umiliarlo, il
fratello Gabriele che non perdeva le notti sui libri, ma, slanciandosi
arditamente negli affari, accumulava una grossa fortuna e faceva nuotar
la famiglia nell'abbondanza.
— Almeno tu ci procurassi qualche soddisfazione d'amor proprio! — ella
sospirava. — Ma sì!... Con tutto il tuo ingegno resterai a marcire in
una scuoletta di provincia....
Ed ecco che, di punto in bianco, Giacomo Moncalvo era divenuto un uomo
celebre; aveva, coi suoi lavori di geometria superiore, vinto il premio
reale dei Lincei per le matematiche, aveva ottenuto per concorso una
cattedra all'Università di Roma.
— Sei contenta? — egli aveva chiesto alla moglie.
Ell'aveva risposto di sì, e forse sulle prime era stata contenta, ma fu
una contentezza che durò poco. Sopraggiunsero i fastidi del trasporto,
le difficoltà dell'alloggio e quelle anche maggiori di regolar
l'azienda domestica in una città ove tutto costava infinitamente più
caro. Indi nuove e interminabili querimonie.
— Qui si spende il doppio, il triplo.... Valeva proprio la pena di
cambiar stato e domicilio per ridursi a dover guardare al centesimo! E
poi che confusione, che babilonia! È un miracolo se non si va sotto una
carrozza od un tram.... Ah, la mia pace, la mia pace!
La sua pace ella l'aveva trovata, di lì a non molto.... in cimitero,
dopo una malattia breve e un'agonia dolce, che le aveva permesso di
accommiatarsi affettuosamente dal marito e dal figlio e di chieder loro
perdono se, amandoli tanto, li aveva tormentati con le ineguaglianze
del suo carattere cruccioso ed inquieto.
Rivolgendosi a Giorgio in particolare, ell'aveva soggiunto:
— Ah, se la zia Clara potesse venire a star qualche mese con te!
In fatti, al solo annunzio della disgrazia, la zia Clara era venuta
spontaneamente nientemeno che dal Cairo ove abitava già da parecchi
anni con l'altro fratello, Gabriele, quello che aveva il bernoccolo
degli affari. Era venuta ed era rimasta circa nove mesi, riordinando la
casa, facendo sentire a Giacomo e a Giorgio tutto il pregio d'una buona
massaia.
— Perchè non rimani sempre con noi? — le aveva chiesto il professore.
— Non posso.... Tutti di laggiù mi vogliono.
— Che bisogno hanno di te?
— Forse più di voi altri.
E quelli di laggiù, come la zia Clara chiamava suo fratello Gabriele,
la cognata Rachele e la nipote Mariannina, se la portarono via nel
novembre dopo aver passato anch'essi alcune settimane a Roma, di
ritorno dal viaggio che facevano ogni estate nel nord dell'Europa.
Questi parenti milionari che alloggiavano all'_Hôtel del Quirinale_, e
sfoggiavano un lusso da principi, e tenevano carrozza e cavalli, e si
facevano servire i pasti a parte con gran profusione di Bordeaux e di
Sciampagna, avevano allora colpito la fantasia del giovine studente,
trattato da loro con cordialità rumorosa, commensale festeggiato alla
loro tavola, guida desiderata nelle loro visite ai monumenti di Roma.
Egli era per lo più con le donne; chè lo zio Gabriele, piombato
in Italia durante un periodo d'elezioni generali, aveva avuto la
malinconia di sollecitare una candidatura in un collegio del Lazio e
si recava spesso tra i suoi presunti elettori a sbalordirli con le sue
promesse e con i suoi quattrini.
Le signore disapprovavano questo capriccio costoso.
— Era meglio comperare quel _yacht_ che ci avevano offerto, — diceva la
figliuola, ch'era una vispa ragazza di dodici anni.
E la moglie, bellezza un po' matura dal tipo spiccatamente orientale,
guardandosi le mani bianche e giojellate, si lagnava dell'insolita
tirchieria del marito che non aveva voluto regalarle un anello di
brillanti esposto da Marchesini sul Corso, con la misera scusa ch'ella
ne aveva già troppi.
— Se lo zio riuscisse, — chiese Giorgio una sera, — verrebbero a
stabilirsi in Italia?
— Presto o tardi, — rispose la zia Rachele, — lasceremo certo
l'Egitto.... Ma non c'è furia.... Gabrio intanto, — ella chiamava
spesso il consorte con questo diminutivo — Gabrio potrà andar su e
giù.... È un viaggio così breve!...
Del resto, non occorse pensarvi, poichè Gabriele Moncalvo fu
sonoramente battuto dal suo competitore, ch'era appoggiato dai
clericali ed ebbe buon gioco contro un candidato forestiero, ebreo e
_socialistoide_.
Benchè la sconfitta gli fosse amara, Moncalvo finse di non darsene per
inteso, e si limitò a deplorare che l'Italia fosse sempre sotto il
dominio dei preti, nemici d'ogni progresso. In quanto a lui, doveva
esser riconoscente agli elettori che non gli avevano dato il voto
e gli permettevano così di non distrarsi dal suo lavoro proficuo. E
giacch'era libero da preoccupazioni politiche e s'avvicinava il momento
della partenza per l'Egitto, egli voleva dedicare alle bellezze di Roma
l'ultime due settimane del suo soggiorno in Italia.
In queste peregrinazioni, Giorgio, fresco degli studi classici, era
stato un'ottima guida allo zio, il quale, con meraviglia del nipote,
aveva mostrato più gusto artistico e più cultura archeologica di
quella che non potesse aspettarsi da un uomo d'affari. Lo zio, alla sua
volta, ammirando l'intelligenza pronta del giovinetto, aveva un istante
accarezzato l'idea di associarlo alla sua azienda.
— Vuoi far la tua fortuna?
Giorgio rammentava questa domanda che lo zio gli aveva rivolta a
bruciapelo, appunto a Villa Borghese, nell'atto di montare nella
carrozza che li aspettava all'uscita del Museo.
— Se vuoi far la tua fortuna — erano state le precise parole dettegli
da Gabriele Moncalvo dopo averselo fatto sedere accanto — devi piantar
l'Università, ch'è una fabbrica di dottori inutili, e venire in Africa
con noi.... Stai un paio di mesetti al Cairo come mio segretario
particolare, prendi qualche lezione d'arabo, e in febbraio o in marzo
vai nella nostra casa di Kartum.... Gente nuova, paesi nuovi, ci
s'impara di più che in tutte le biblioteche del mondo.... E, strada
facendo, vedrai delle antichità che non hanno nulla da invidiare a
quelle di Roma.... In cinque o sei anni ti garantisco io che metti da
parte un buon gruzzolo e puoi tornare in Europa a viver d'entrata....
Già fra cinque o sei anni ci torneremo tutti.... Ah, non pretendo che
tu decida subito. Riflettici, consulta tuo padre, e sappimi dir qualche
cosa domani o doman l'altro.
Non s'era concluso nulla. Il professore Giacomo, pur dichiarando al
figliuolo che non voleva vincolar la sua libertà, l'aveva sconsigliato
dall'accettar la proposta, ed egli stesso, Giorgio, non s'era sentito
la forza di abbandonare il suo babbo, la sua casa, la sua patria, i
suoi studi.
— Me lo immaginavo, — disse Gabriele Moncalvo. — Avete lo scirocco
nelle ossa, come tutti gl'italiani contemporanei.... Il vostro ideale
è l'impiego e la pensione.... E poi tuo padre è un filosofo stoico
che disprezza il danaro.... Pazienza.... Se cambi opinione prima che
finisca l'anno, non hai da far altro che imbarcarti per Alessandria e
telegrafarmi.... Intanto c'imbarchiamo noi con mia sorella Clara, che
avrete la compiacenza di restituirci.
Erano passati sett'anni, e per una serie di combinazioni Giorgio non
aveva più rivisto questi suoi parenti, bench'essi fossero venuti ogni
estate in Europa. Si può anzi affermare che quasi quasi egli li aveva
dimenticati, a eccezione, s'intende, della zia Clara, la cui fisonomia
placida e buona gli era sempre scolpita nella memoria e con la quale
scambiava di tratto in tratto una lettera affettuosa.
«Sarà per me una festa il riabbracciarti, — ella gli aveva scritto
all'annunzio del suo prossimo arrivo a Roma. — Ormai, grazie al cielo,
siamo tornati italiani anche noi e, se Dio vuole, avremo finito di
girare il mondo. Gli zii e la Mariannina ti salutano e sperano che non
farai il prezioso come il tuo babbo che, per dir la verità, è un po'
troppo orso».
La prospettiva di riabbracciare la zia Clara era certo gradita a
Giorgio Moncalvo; non così quella di trovarsi col resto del parentado,
verso il quale egli era stato messo in diffidenza dalle lettere di suo
padre. «Sono immensamente ricchi, — ammoniva il professore, — molto
più ricchi di quello che non fossero sett'anni fa. Non son gente per
noi. Io apprezzo le grandi qualità di mio fratello; non ho nulla da
rimproverare a mia cognata; ammiro la Mariannina ch'è una bellissima
ragazza; ma me ne tengo alla larga quanto è possibile. E ti consiglio
di tenertene alla larga anche tu».
— E un consiglio che seguirò senza fatica, — pensava Giorgio Moncalvo.
E, in vero, se in quei sett'anni i suoi parenti erano diventati molto
più ricchi, egli era diventato molto più serio, molto più schivo dei
piaceri, del lusso, delle allegre compagnie. E quante nuove immagini, e
quante nuove impressioni s'erano sovrapposte nella sua mente e nel suo
cuore alle immagini, alle impressioni di un tempo!
Appassionatosi degli studi fisiologici, e fattosi conoscere per qualche
monografia originale mentr'era ancora all'Università, suo padre
lo aveva mandato subito dopo la laurea a Berlino presso il celebre
professor Raucher, che n'era rimasto entusiasta e lo aveva invitato
ad aiutarlo nel suo gabinetto. Doveva trattenervisi solo alcuni mesi e
vi si era trattenuto tre anni, chiuso, si può dire, fra i quattro muri
del laboratorio, pieno di riverente ammirazione pel maestro insigne che
nella scienza volta al servizio dell'umanità cercava un conforto ai due
gran dolori della sua vita, la moglie morta, la figliola condannata a
morire.
Accolto nell'intimità della casa, Giorgio Moncalvo aveva conosciuto
la bionda e pallida Frida, che parlava con meravigliosa serenità del
destino che l'attendeva, e sapeva di dover rinunziare all'amore e
alla maternità, e pur, nell'anima assetata di affetto, architettava il
romanzo d'un legame puramente spirituale e fraterno.
E vi fu un momento in cui Giorgio Moncalvo s'accorse d'essere divenuto
egli stesso l'eroe di questo romanzo. Frida lo avvolgeva di una
simpatia calda e discreta; quand'egli, ospite desiderato, sedeva
alla mensa dei Raucher, era sicuro di trovarvi, preparate dalla
giovinetta, le vivande ch'egli preferiva; quando la sera veniva a
prendere il tè nel salottino raccolto ove il professore si riposava
dalle fatiche della giornata, ella, pianista squisita, sonava _per
lui_ la musica ch'egli amava di più: Bach, Beethoven, Schumann. Altre
volte invece, con la sua vocina esile e dolce, ella gli recitava le
liriche di Goethe, di Schiller, di Heine, o lo supplicava di leggerle
e di spiegarle una canzone di Leopardi, un coro di Manzoni, un'ode
di Carducci, e stava intenta a sentirlo, affascinata, commossa dalla
melodiosa lingua italiana ch'ell'aveva appresa fanciulla, passando due
inverni a Pisa con la sua mamma, e che pronunziava ancora abbastanza
correttamente e non senza una sua grazia gentile.
Di tratto in tratto, in una crisi del male che la insidiava, Frida
rimaneva per tre o quattro giorni nella sua camera, invisibile a tutti
fuori che al padre. E in quei giorni la ruga dolorosa che solcava
sempre la fronte dello scienziato si faceva più profonda, e i piccoli
occhi acutissimi, avvezzi a scrutar la vita segreta dell'atomo, non
reggevano allo sforzo del microscopio.
— Guardi lei, Moncalvo. Oggi non posso.
— Ah, Moncalvo, Moncalvo, — aveva esclamato una mattina il professore,
cedendo a un bisogno subitaneo di sfogo, egli così avvezzo a
padroneggiare le sue emozioni, — se sapesse quello che io provo
quando mi chiamano illustre, quando vantano le mie scoperte!... Io
mi cambierei col primo bifolco che passa per la strada pur d'avere
una figlia sana.... Io darei tutto il mio bagaglio di scienza per lo
specifico d'un ciarlatano che facesse guarir la mia Frida.... E non c'è
speranza.... Uno, due anni forse, e me la vedrò portar via come hanno
portato via sua madre.... Perchè, perchè l'ho fatta venire al mondo?...
Perchè ho sposato una donna affetta d'una malattia che si trasmette
ai figlioli?... Ella, poverina, aveva il diritto d'ignorare.... Ma io,
io, il _grande_ fisiologo?... Creda, Moncalvo, è una colpa che non mi
perdonerò mai.... E se Frida non fosse un angelo, come avrebbe ragione
di maledirmi!... E, a ogni modo, quella sua ferma risoluzione di non
prender marito.... già io stesso non glielo permetterei.... non è una
tacita condanna per me?... Ah, se le cose fossero andate diversamente,
se Frida fosse stata una ragazza come le altre.... libera di ubbidire
alle sue simpatie!... Basta, è inutile discorrere di ciò che non può
accader mai.... Grazie, Moncalvo, grazie delle attenzioni che usa alla
mia Frida.... Non la disilluda.... Le lasci credere che le vuole un po'
di bene, il bene di un fratello ad una sorella.... Frida non le chiede
di più....
Ora Giorgio Moncalvo domandava a sè stesso quali fossero stati, quali
fossero veramente i suoi sentimenti per Frida Raucher. Certo egli
non l'aveva amata d'amore; pure il suo pensiero correva a lei con
una tenerezza fatta di compassione e di gratitudine; pure all'idea
ch'ell'era così lontana, che probabilmente egli non la avrebbe rivista,
egli sentiva le lacrime fargli un groppo alla gola. Com'era bianca e
smorta il giorno in cui egli s'era accommiatato da lei! Come le tremava
la voce quando, sforzandosi di sorridere, ella gli aveva detto: — Era
inevitabile che dovesse tornare in Italia, presso suo padre.... Avrebbe
fatto malissimo a rifiutare l'assistentato che l'è offerto a Roma....
Resteremo amici ugualmente, non è vero?... La nostra affezione non è
di quelle che hanno bisogno della convivenza.... Mi scriverà.... in
italiano.... E le risponderò anch'io in italiano.... Sarà un esercizio
utile.... Non si scandalizzerà de' miei spropositi.... Addio, signor
Giorgio.... e buona fortuna....
La piccola mano umida e sottile che Moncalvo aveva presa nella sua
s'era ritirata dolcemente, i mesti occhi languidi s'eran rivolti da
un'altra parte; con un ultimo cenno di saluto Frida era scomparsa.
Giorgio Moncalvo girellava per la Villa da circa un paio d'ore. C'era
entrato da Porta del Popolo e si dirigeva pian pianino verso l'uscita
di Porta Pinciana, con l'intenzione di dare una capatina nei Quartieri
Ludovisi, abbozzati appena nel tempo ch'egli partiva da Roma. Ma
proprio mentr'egli, rallentando il passo, guardava alla sua sinistra,
sopra un tenue rialzo di terra, il monumento a Goethe, biancheggiante
fra il verde nel nitido candore dei marmi, la sua attenzione fu
distratta da uno scalpitar di cavalli. La cavalcata, composta di
tre donne e di un uomo, veniva dalla parte di dov'egli era venuto e
probabilmente si avviava anch'essa a Porta Pinciana. Le tre donne,
elegantissime nei lunghi vestiti d'amazzoni, erano giovani e belle;
il loro compagno, che mostrava d'esser più vicino ai cinquanta che ai
quarant'anni, aveva aspetto signorile ed aristocratico.
Moncalvo s'era tirato sul ciglio della strada per lasciar passare il
gruppo che s'avanzava al buon trotto; ma qual fu la sua meraviglia
quando una delle cavallerizze, e precisamente quella che gli era parsa
la più bella e la più giovane, fece un gesto festoso di riconoscimento
e si staccò dagli amici gridando forte:
— _Go on; I'll soon be with you._
Indi la stessa voce, rivolta a lui, continuò in perfetto italiano:
— O Giorgio.... non si conosce?... non si saluta?
La bella incognita si chinò sulla sella e, tenendo la manina
inguantata, soggiunse con un lieve accento d'impazienza:
— La Mariannina, via... Tanto ci vuole?...
Finalmente Giorgio Moncalvo la ravvisò.
— Mariannina!... Scusi.... È tanto mutata....
— Ma che _scusi_?... Ma che cosa significa quell'_è tanto mutata_?... O
che mi daresti del _lei_!
Egli arrossiva, balbettava, stillandosi invano il cervello per mettere
insieme due parole, umiliato al pensiero della misera figura che egli
faceva con questa cugina non riveduta da sett'anni; ella però seguitava
a sorridergli incoraggiante, benevola, paga dell'ammirazione ch'ella
sentiva d'avergli inspirata.
— Verrai a trovarci, s'intende, — ella disse palpando il collo del
suo magnifico sauro dalla fronte stellata che s'agitava fremente e
raspava la terra col piede. — Aspetta.... Stasera no, che siamo fuori
di casa.... Domani sera alle sette e tre quarti, a pranzo.... Riceverai
l'invito per te e per lo zio.... Palazzo Gandi, via Nazionale,
quasi dirimpetto alla Banca d'Italia.... Il tuo babbo potrebbe aver
dimenticato l'indirizzo.... Ma domani non si salva, neppur lui.... A
domani.... senza fallo.
E volò via in un nembo di polvere.
Giorgio Moncalvo rimase alcun poco immobile, con la fulgida visione
negli occhi. Quella era dunque la Mariannina ch'egli rammentava con
le sottane corte, leggiadra forse, ma in quel periodo critico nel
quale la più bella fanciulla del mondo ha nel volto, nella persona
qualche nota stridula ed aspra che turba ed offende e arresta, anche
sul labbro compiacente dei familiari, i pronostici dell'avvenire? Era
quella oggi così affascinante nella mirabile armonia delle membra,
nella misteriosa profondità dello sguardo, nella massa corvina dei
lucidi capelli ondulati, nel sorriso ammaliatore, nella voce vellutata
e soave che ricercava le segrete fibre dell'anima? Come pareva fuggire
e sciogliersi in nebbia, dinanzi alla superba creatura piena di forza
e di vita, il tenue fantasma esangue della malinconica Frida! In che
vaporose lontananze di sogno si perdeva il piccolo mondo ov'egli, sordo
al frastuono e insensibile alle lusinghe di una grande città, aveva
vissuto tre anni nella pace degli studi!
— Sono uno sciocco, — disse il giovine scienziato scrollando le spalle.
— Sono uno sciocco.... Nonostante la parentela, che può esserci di
comune fra la Mariannina e me, fra la ragazza più volte milionaria e il
povero assistente con milleduecento lire d'assegno?... L'ho incontrata
oggi per caso, sarò domani a pranzo da lei.... e poi me la caverò con
una visita a ogni morte di papa.... E se cominciassi col non andare
al pranzo?... Ma che pretesto addurrei?... Dovrei confessare che ho
paura!... Paura di che?... Sciocco! Sciocco!
E s'avviò lentamente. Dall'alto del suo capitello corintio la statua
di Goethe guardava Roma; alla base del monumento, Mignon appoggiata
all'arpista sembrava mormorare la canzone patetica ripetuta così spesso
da Frida:
Kennst du das Land wo die Citronen blühn,
Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glühn...?