I.

In un giorno piovigginoso di novembre un baroccio carico di masserizie

era fermo dinanzi all'abitazione del signor Bernardo Mauri, onesto

negoziante della città di***. Intento a ricevere la consegna di quelle

suppellettili stava il signor Bernardo medesimo, e aveva seco una donna

attempatella e piagnucolosa, che ogni occhio esperto avrebbe giudicato

per una di quelle fantesche, le quali dal lungo vivere in una casa

acquistano una certa aria di padronanza insieme con un affetto molto

reale e molto efficace per coloro che hanno servito da tanti anni.

Però la Filomena, come si vedrà, non era fantesca di casa Mauri. In

quel momento ella vigilava lo scarico dei mobili con l'atteggiamento

di generalissimo che vede schierarsi in battaglia un esercito, dava

ammonizioni e consigli ai facchini del baroccio, senza che ciò le

impedisse di parlar continuamente col signor Bernardo.

— In parola d'onore, signor Bernardo, una ragazza d'oro. Così senza

idee, brava in tutto.... Mah!... Ehi, lì, buon uomo, andate piano con

quell'armadio. Io lo diceva sempre alla padrona buon'anima che gli era

poco in sesto, ma lei eragli affezionata come a un vecchio amico di

casa e non voleva staccarsene.... Adagino, adagino, mettetelo lì....

Ma, signor Bernardo, com'è andata quella famiglia!... A Ognissanti

finirono tre mesi dalla morte del povero signor Antonio, suo fratello,

che Dio lo abbia in gloria, e di lì a cinque settimane la signora si

mise a letto, e non si alzò più... Ih! Ih!... Ehi, non vedete quello

specchio come spenzola fuori del carro? Tiratelo giù a dirittura

che non vada in frantumi.... Povera Angelina!... Io che l'ho vista

nascere.... adesso doverla lasciare.... Oh! è una gran fatalità...

meschinella che sono.... —

E la Filomena si mise a singhiozzare con tale un accento di verità, che

il signor Bernardo ne fu commosso e le disse amorevolmente:

— Andiamo, Filomena, datevi pace, verrete spesso a trovarla, la non

è mica fuori del mondo.... E noi non siamo punto il diavolo da farvi

paura.

— Mi guardi il cielo dal pensarlo.... Ma l'è un'altra cosa, non l'avrò

più dinanzi agli occhi da mattina a sera.... non la vedrò più venir su

a poco a poco come un bocciuol di rosa.... Non posso proprio darmene

pace. —

Nel mentre che la Filomena si andava così querelando, una bella e vispa

ragazza di 16 anni era scesa dalle scale insieme con due omaccioni

grandi e grossi che parevano pendere dai suoi ordini.

— Prendete su il pianoforte, — diss'ella con la sua voce argentina, —

chè quando abbiam messo quello, la stanza è in assetto....

— Dio mio, Matilde, come sei trafelata! — esclamò il signor Bernardo

con ansietà.... — Va pianino, mia cara, non c'è poi ragione che tu ci

buschi un riscaldamento.

— Oh! babbo, non son mica smorfiosa io; — rispose sorridendo la cara

fanciulla.

Quand'ecco da un'altra parte dell'androne nascere un gran

parapiglia.... Prima uno strillo acutissimo poi delle grosse risate,

poi un gatto nero sguizzar fuori in istrada scomponendo e atterrando

i mobili, mentre i facchini battendo le mani gli gridavano dietro

— acchiappa, acchiappa — e una bambina settenne tutta sconcertata

aggrapparsi al vestito della Matilde.

— Ah! briccona dell'Amaliuccia, che cosa hai fatto? E dove t'eri

cacciata, chè non ti si vedeva nemmeno? —

La fanciulletta rispose ch'ella era scesa prima senza far rumore,

perchè il babbo non la sgridasse, che si era messa a frugar di qua e

di là, e che finalmente da un canterale era sbucato fuori soffiando e

arruffando i peli quel brutto bestione che le aveva fatta tanta paura.

Il racconto mise l'ilarità in tutti gli astanti, ad eccezione della

Filomena, la quale n'ebbe anzi un raddoppiamento di affanno. — Che

cosa c'è da ridere? — borbottava ella tra sè — povero Micio! povero

Micio! Anche per te l'è finita.... non mi verrai più intorno alle gambe

dimenando la coda, non passerai più le notti tranquillamente sulla

tepida cenere del focolare!... —

Ora se al lettore non ispiace salire due scale, noi seguiremo

la Matilde che, precedendo i due facchini, i quali portavano il

pianoforte, era entrata in una stanza ampia ed arieggiata, ove una

donna di servizio andava spazzolando frettolosamente la mobilia.

— Così va bene, — disse la Matilde con tuono di soddisfazione, quando

vide anche il pianoforte al suo posto.

— Credo anch'io, — soggiunse la serva, — la signora Angelina deve

starci da principessa.

— Eh! lascia andare, Teresa, che nessuno può darle più la sua casa e i

suoi genitori. —

La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una

carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto

d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il

letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel

ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava

mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio

un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce:

— Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che

l'Angelina avrà più piacere così. —

Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le

altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un

piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce,

erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre

riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa

Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che

attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine

sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili

giravolte, e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più

basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie

che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano

i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e

d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio

acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un

convoglio di strada ferrata.

Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine,

le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme

colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento

di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio

socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un

cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno.

Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta

vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di

scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or

ora prepararsi per la nuova ospite.

L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò

nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì

amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna,

sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia

della Matilde, esclamò con voce commossa:

— Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. —

Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in

dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età,

in cui si parla del dolore come di un paese remoto che s'è inteso

nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e

folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia.

L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel

seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote

della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano

un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di

salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro,

un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della

vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e

confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra

gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele

l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un

demone tentatore.

Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva

a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio,

e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia

fantesca.

— Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena?

— Oh! s'immagini, padroncina.... — rispose la povera donna; poi,

abbassando la voce in modo che la Matilde non la sentisse, soggiunse: —

Tutto sta che questi qui di casa mi vogliano. La signora Clara mi pare

una certa donna....

— Zitta, Filomena, — interruppe l'Angelina, mettendole il dito indice

sul labbro e guardandola con un tuono fra la preghiera e il comando.

— Basta, basta, voglia il Signore ch'ella si trovi bene; —

borbottò l'altra. E, rinnovati gli amplessi, si avviò verso l'uscio

singhiozzando, non senza notare in cuor suo che l'armadio non teneva

perfettamente il mezzo della parete, che il letto sarebbe stato meglio

dalla parte opposta, e che il pianoforte era due dita troppo distante

dal muro.

Racconti e bozzetti · 第 22 / 60 题