Nel paese di *** venne a morire, non ha guari, un possidente
ricchissimo, il quale agli ozî beati dell'opulenza prepose l'attività
della vita campestre e, facendosi ammaestratore ed amico de' suoi
coloni, seppe volgere le dovizie al più nobile degli scopi, a quello
cioè di migliorare le condizioni materiali e morali de' propri simili.
Erede d'un pingue censo, egli stimò acconcio di porre sua stanza in
mezzo alle terre che gli appartenevano, e quantunque le fossero in sito
molto remoto, nè vi si vedesse nemmen da lunge il fumo della capitale,
credette però che l'animo e l'ingegno per esercitarsi pienamente
abbiano d'uopo soprattutto d'operosità e che per coloro, i quali
sanno riempiere la stoffa del tempo, il silenzio d'una villa non valga
meno del trambusto d'una città. Era nobile di _petite noblesse_, come
direbbero i Francesi, perchè suo padre, di famiglia gentilizia, aveva
osato insudiciare il blasone sposando un'onesta borghese: contuttociò
era così invalso l'uso presso i suoi aderenti e presso gli estrani
di chiamarlo il conte Alberto, che noi nel farne la biografia lo
nomineremo così, sebbene egli non celasse punto la sua origine mezzo
popolana.
Fu certo un dì memorando per gli abitanti di *** quello, in cui il
giovane signore prese possesso delle sue terre. I servi gallonati,
accorsi in frotta a rendergli omaggio, videro un uomo sul primo fiore
degli anni, di modi schietti, di vestire semplice, al quale parea
pesassero quelle dimostrazioni d'ossequio, e premesse invece assaissimo
d'investigare le condizioni della tenuta, lo stato e l'educazione dei
villici. Ahimè! le vecchie livree use alla famigliare insolenza d'un
patrizio mezzo rimbambito che non solea dimorar nella villa se non
due mesi di autunno, nè d'altro occupavasi che dei cavalli e dei cani,
mostravano gradire assai poco le sottili ricerche del nuovo padrone e
quel suo fare amichevole sì, ma pur decoroso e tanto diverso dai modi
del conte defunto. V'è alcuni signori che trattano il popolo con quel
tuono carezzevole, con cui si trattano i cagnolini, salvo sempre a
pigliarli a calci quando se ne presenti il destro, ed è pur doloroso
che siffatta costumanza incontri favore presso quelli che dovrebbero
esserne offesi: tanto può la consuetudine dell'obbedienza e della
servilità!
Lo stato della tenuta non porse invero argomento di consolazione
al conte Alberto. Essa era divisa in molti affitti, ma a prezzo sì
tenue che la rendita totale era minore assai di quello che avrebbe
potuto e dovuto essere; e d'altro lato i fittaiuoli, avendo a pagare
pochissimo, non si davano alcun pensiero d'introdurre miglioramenti di
sorta nella cultura. L'ignoranza delle cose agrarie era estrema: non
s'era estirpato nemmeno uno degli errori, dei pregiudizî d'un tempo;
aggiungasi a ciò la mancanza assoluta di capitali, il sistema degli
affitti brevissimi, onde i coltivatori non si affezionavano al suolo,
il difetto d'ingrassi, di strumenti rurali, di tutto. Ne' contadini
miseria somma, superstizioni d'ogni maniera, indolenza confitta
nell'ossa in guisa da doversi quasi adoperar la forza per mandarli al
lavoro. Nessun istinto di previdenza, nessuno spirito di associazione,
nulla, alla lettera.
Novanta su cento, a cui fosse caduta in sorte quella eredità, avrebbero
lasciato le cose nello _statu quo_, contentandosi di riscuotere le
rendite sempre laute abbastanza da consentire una vita opulenta.
Ma il conte Alberto era uomo di tempra diversa. Egli aveva radicato
nell'animo due convinzioni, che hanno il merito d'esser giuste e la
disgrazia d'essere impopolari: l'una che i ricchi non debbano starsi
con le mani alla cintola; l'altra che da una fortuna, per quanto
pingue ella sia, s'abbia a trarre il miglior frutto possibile e che
il beneficio vero e durevole recato alla società non venga già dallo
sperpero, ma bensì dall'acconcio uso delle proprie ricchezze. Invero
non era impresa da pigliarsi a gabbo quella di trovare il bandolo
d'una sì scarmigliata matassa. Il sistema degli affitti può parere ed
essere il migliore, come quello che crea in seno alle vaste proprietà
signorili un'industria decorosa ed indipendente, e spinge gli animi
all'emulazione e all'attività. Ma quando lo spirito d'iniziativa
sia morto del tutto, quando i fittaiuoli non abbiano nè danaro nè
cognizioni, ci par necessario, a rimetter le cose sulla buona via
che un padrone di volontà risoluta e d'ingegno illuminato prenda egli
stesso ad amministrare le cose sue, e con l'autorità di chi va dritto
e sicuro allo scopo, introduca le riforme opportune e susciti le
potenze latenti del suolo e l'energia sopita degli uomini. E appunto a
quest'ardua intrapresa s'accinse il nostro protagonista.