[22 luglio 1537.]
XV. — In un momento per tutto l'Adriatico corse il rumore degli
apprestamenti ordinati alla Vallona per assaltare Corfù e gli altri
possedimenti della repubblica, standovi l'istesso Solimano in persona a
sollecitare e a dirigere l'armamento; e là raccogliendo gli avanzi delle
forze materiali e personali che avevano campeggiato nella Puglia. Però
levati a maggiori speranze, e certi ormai di avere in ajuto contro i
Turchi la numerosa e bellissima armata di Venezia (infino allora
tenutasi neutrale), continuavansi più che mai diligentemente i nostri a
solcare di giorno e di notte quei mari, pigliando lingua da ogni parte,
specialmente dagli Albanesi. Tanto meglio, che erano testè venute di
rinforzo le quattro galere di Malta condotte da Lione Strozzi, colle
quali l'armata nostra saliva al numero di quarantadue galere, montate da
gente numerosa, prode, esperta e capace di fare buoni effetti, massime
per lo sbandamento dei nemici. Da indi a quattro giorni, parlamentando
con una barca levantina, seppero di certe galèe nemiche, capitanate da
Aly-Zelif, uomo di molta autorità tra gli Ottomani, che dovevano passare
pel canale di Corfù conducendo i migliori uomini di cavalleria della
guardia imperiale, chiamati di gran fretta alla Vallona attorno alla
persona di Solimano, con ordine di lasciare ad altri la cura dei
cavalli, perchè a mano agiatamente gli conducessero per la via di terra.
Laonde i nostri di notte e celatamente andarono a mettersi sul passo
agli agguati presso le Merliere, che sono quattro isolette, chiamate
dagli antichi Ericusa, Elafusa, Marate e Multace; dove spartitamente e
con buone guardie aspettando, scoprirono di fatto la sera del ventidue
le dodici galere, che facevano la strada predetta. Levaronsi per
incontrarle, e durante la notte essendo già plenilunio e chiarissima
luce, non dubitarono punto di investirle e di combatterle. I Turchi,
quantunque meno apparecchiati, valorosi tuttavia e dilicati sul punto
d'onore, vennero subito ai ferri, e non ismentirono la riputazione del
corpo, sostenendo l'arrembaggio a corpo a corpo con tanta costanza che,
dopo tre ore, non ostante il gran numero dei morti e dei feriti, il
combattimento durava come era cominciato. Quando poscia la cieca
mischia, cominciatasi nella notte, comparve meglio a grado a grado
rischiarata dal sol nascente, allora i nostri capitani conobbero il gran
rischio, nel quale si trovavano per le avarie dei legni proprî, e per la
grande rovina della gente; non vedendosi altro nelle corsie e sui
castelli che corpi morti, mutilati e feriti; e le acque del mare intorno
piene di rottami e di cadaveri, torbide e tinte di sangue.
[23 luglio 1537.]
Ripetuto l'assalto generale con maggior vigore e gagliardissimo slancio,
senza poter rimettere pur uno dei legni nemici: tenendosi fermi al posto
quei Turchi, che pel valore e pel numero non lasciavano far progresso a
nessuno, ma trucidavan sulle rembate, sulla palmetta, al piè
dell'albero, o ricacciavano indietro mal concio chiunque si presentava:
nè anche più potendosi maneggiare l'artiglieria di prua, per essere i
legni di amici e nemici tutti confusi gli uni sugli altri, e i Turchi in
mezzo prolungati a contrabbordo: in somma ridottosi il combattimento
all'uccellare di archibuso o di spuntone per abbattere o infilzare
dovunque si vedesse la minima particella di un corpo fuor dei pavesi,
fosse di turco o di cristiano; finalmente si parve il vantaggio di chi
studia nei libri, anche intorno alle cose di milizia e di marina: il
vantaggio di chi sull'esempio degli antichi non lascia di tenere da ogni
parte del suo bastimento, anche a tergo e sui fianchi, macchine e
strumenti di offesa e difesa. Le galèe nostre, secondo gli inventarî
ufficiali, portavano cannoni alle bande: due pezzi da dodici sui
fianchi; e similmente quattro smerigli alla mezzanìa, ciò era altri
quattro pezzi da sei laterali[556]. Al modo istesso le galèe di Malta,
come dice espressamente il Bosio, solevano portare un mezzo cannone
dall'una e dall'altra parte della mezzanìa sul posticcio; pezzi acconci
sulla conveniente piattaforma al di sopra dei banchi[557]. I quali mezzi
e quarti cannoni e smerigli facilmente si potevano mettere in batteria,
o ritirare nella stiva, secondo le occorrenze del navigare e del
combattere, per mezzo dello affusto a scalone, che per sua snodatura
faceva piano inclinato, attissimo a rimaneggiare il pezzo, come altrove
si è detto[558]. Le palle laterali, devo ora io dire, provaronsi di buon
peso la mattina del ventitrè per decidere la sorte dell'ostinato
combattimento: ed il fuoco dei Romani e dei Maltesi fece traboccare a
favor dei Cristiani la bilancia. Come si cominciò dai fianchi a giuocar
coi tiri di ficco, tantosto parve ai Turchi disperata la difesa. Anzi
più, veduta una delle loro galere per quei colpi sfondata e sommersa,
tutti abbiosciarono. Posero giù le bandiere, gittarono al mare le
scimitarre, che avevano bellissime di acciajo damaschino; e salutando
inermi colla mano alla bocca, alla fronte ed al petto, conforme l'uso
nazionale, si arresero. Undici galèe guadagnate, una sommersa, duemila
cinquecento morti, ottocento prigionieri, sessanta cannoni. Vittoria
pagata a caro prezzo, restandovi i vincitori presso che disarmati per la
moltitudine dei morti e dei feriti, messi insieme infino a mille
cinquecento persone.
Quei che considerano la ragione dei fatti possono per molti esempi
intendere, quanto talvolta in mare, più del numero dei navigli, valga la
bravura e il numero dei combattenti[559]: che certamente nel caso
presente dodici legni furono a un pelo per vincerne quarantadue. Anzi
comunemente si disse che le cose sarebbero andate a rovescio per noi se
nell'azzuffamento di quella notte fossero sopraggiunti sol quattro o
cinque legni in ajuto dei nemici, e se i nostri non avessero potuto
giuocare a tempo coi pezzi di traverso[560].