V. sopra p. 316.

[533] JOVIUS cit., 285: «_Rostratæ per vices tripartito succederent,

displosisque tormentis, sequentibus locum darent._»

RAYNALDUS, _Ann._, 1535, n. 50: «_Auria disposuit ut rostratæ naves sibi

per vices tripartitæ succederent, displosisque tormentis, cedendo

sequentibus locum darent._»

[534] BOSIO, 148, C.

[535] PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y echos des emperador Carlos Quinto_,

in-fol. Pamplona, 1635, part. II, p. 135: «_El conde de Anguilara,

cavalero romano, con sus galeras y con las de Malta, y otros.... se

habia podido acercar. La bateria fue terrible._»

JOANNES ETROBIUS cit., 553: «_Naves longæ, eæque ingentes, omnibus rebus

ad bellum accomodis instructissime munitæ, a beatissimo patre summo

Pontifice missæe, quibus preærat, genere clarus tum factis strenuus,

Virginius Ursinus Anguillariæ comes._»

[15 luglio 1535.]

IX. — Quando i fuggitivi entrarono in Tunisi, Barbarossa con fiero

cipiglio guardò soldati e capitani; e aggiungendo acerbe parole,

rinfacciò loro la perdita della fortezza e dell'armata. Costoro altresì,

arrovellati di vergogna e di rabbia pei danni privati di ciascuno,

fremevano. Era in Tunisi a vedere quel che sempre e dovunque succede tra

i compagni di sventura, che l'uno all'altro ne rimanda la colpa; e niuno

dall'altro ne vuol sentire rimbrotto. E sarebbero quei furfanti, secondo

lor natura, venuti alle mani tra loro, come già erano a male parole, se

il Giudèo meno avventato degli altri non si fosse volto a Barbarossa

quietamente per tutti rispondendo. Avere essi fatto opera e difesa degna

di uomini valorosi; e tenuto testa, finchè erasi potuto, alle forze

soperchianti dell'Imperator dei Cristiani e dei suoi marinari; dalle

mani dei quali esso stesso il Re di Tunisi, quantunque soldato e

marinaro valentissimo, riputerebbe gran ventura e decoro in simile

circostanza esserne potuto uscir vivo.

Dall'altra parte i cortigiani di Carlo V già si lasciavano intendere di

voler dare l'impresa per finita, senza mettersi altrimenti intorno alla

capitale; allegando la difficoltà di espugnarla, la moltitudine degli

Arabi intorno a difenderla, la disperazione dei pirati, il calore della

stagione, la penuria delle vittuaglie, e la insalubrità del clima per

uno esercito già stanco e solito a vivere in paesi migliori. Nè si

vergognavano costoro di ripetere tale filatessa nel consiglio di guerra

alla presenza di tutti i maggiori capitani e dello stesso

Imperatore[537]. I retori insegnano che non mancano mai argomenti a chi

ne cerca da quelle sedici sorgenti, o luoghi comuni, come essi gli

chiamano, onde gli oratori possono trarre argomenti alle scettiche

proposizioni in pro e in contro. Guai agli uomini, se il buon senso

naturale non vincesse l'arte sofistica! Nell'istesso consiglio l'Orsino

di Roma, informato ai principî di più alta sapienza, e secondo le

istruzioni di Roma[538]; il Bottigella di Malta, e quanti erano quivi

generosi e savi risposero: Doversi l'esercito e l'Imperatore quietare

nelle imprese compiute, non nelle smozzate a metà; via Barbarossa da

Tunisi, dicevano, altrimenti impossibile la sicurezza del Mediterraneo e

dell'Italia: facile con genti vittoriose schiacciare in quel nido la

testa del superbo, già confuso da tante perdite, e conturbato dalla

discordia de' suoi.

Vinse il partito migliore, e la sera dello stesso giorno l'esercito

Cristiano, tenendo sempre la base e i magazzini in Portofarina, marciava

da quella banda rasentando lo stagno per la strada diretta verso Tunisi.

Gli Italiani a sinistra, appoggiati al margine del lago, e condotti dal

principe di Salerno, succeduto all'infelice Tuttavilla, gli Spagnuoli a

destra condotti dal solito Alarcone, nel centro i Tedeschi comandati

dall'Heberstein, appresso le ciurme trainando a braccia i carri

dell'artiglieria, le provvigioni e le bagaglie; e il famoso duca d'Alba,

allora semplice volontario, con quattro o cinquecento cavalli faceva

retroguardo e assicurava le spalle. Il marchese del Vasto, come capitan

generale scorreva da ogni parte e riferiva all'Imperatore, che se ne

veniva inforcando un piccolo barbero di mezzo alle bandiere.

[16 luglio 1535.]

In tale ordinanza la mattina seguente giugnevano a tre miglia da Tunisi

presso a certe colline, dove Barbarossa si era accampato con esercito

tumultuario di Arabi, di Mori e di Beduini, la maggior parte a cavallo,

che alcuni fanno ascendere infino a centomila; tutti diretti dai

veterani della pirateria, e difesi sulla fronte e sui fianchi da

moltissimi cannoni minuti, con ordine che, quando vedessero il bello,

sparassero. Volevano prima metterci in confusione e poscia a macello,

sbrigliando a tempo la cavalleria barbarica.

Il marchese del Vasto ed i nostri capitani non per questo sbigottirono:

anzi già erano sul menare avanti i pezzi di campagna, quando veduta per

una parte la difficoltà del traino, perchè le ruote profondavansi nel

sabbione; e per l'altra visto in tutto l'esercito ardente il desiderio

di venire prestamente alle mani, preludio di certissima vittoria, non

parve loro tempo da indugiare. Però ottenuto il consenso

dell'Imperatore, e fattolo ritirare a suo luogo tra le bandiere, fecero

subito dar nelle trombe; e l'esercito con furore grandissimo caricò sul

nemico.

Non voleva Barbarossa giuocar tutto il suo in quella giornata, nè

mettere capitale, stato, gente, e ogni cosa in un punto a pericolo. Non

essendogli riuscito, secondo i suoi pensieri, il disegno di spaventare i

Cristiani colla mostra di tante forze e di tanta gente, volse l'animo a

temporeggiare, come ogni altro avrebbe fatto nel caso suo. Laonde

seguendo l'orme del Giudèo e di quegli altri che aveva prima rampognati,

voltò le spalle, raccolse le milizie regolari alla difesa di Tunisi, e

lasciò fuori alla campagna la cavalleria leggiera, e le migliaja di Mori

e di Beduini, a molestare da ogni parte il campo cristiano e le sue

comunicazioni col mare.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 161 / 177 题