NOTE:

[494] MARCO GUAZZO cit., 116: «_Del mese di febbraio 1534 morì

Muleì-Mausèt re di Tunisi, lasciando due figliuoli: Muleì-Roscit, e

Muleì-Hasèm._» — (V. sopra, p. 149, e seg.)

[495] BOSIO cit., III, 136, C: «_Barbarossa al Cetraro fece appiccare il

fuoco, abbruciando alcuni Buchi di galere che quivi si facevano, tra i

quali tre già pronti a vararsi per conto di Clemente VII._»

RAYNALDUS, _Ann._, 1534, n. 60: «_Barbarossa Citrarium incendit, et

septem triremes adhuc imperfectas cremavit._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 53: «_Barbarossa bruggiò al Cetrano sei

corpi di galèe._»

HAMMER cit., X, 452: «_Barbarossa assalì San Lucido, prese 800

prigionieri, e lo bruciò. Egual sorte ebbe il Cetraro insieme con

diciotto galere._»

[Settembre 1534.]

XIV. — Ma colui non intendeva a questo: anzi fermo nel doppio disegno,

riuscitagli a talento la prima parte, non voleva indugiarsi a compiere

la seconda. Quindi all'improvviso, rinfrescata nel Tevere la provvisione

dell'acqua, e fatta la legna nei boschi vicini, pigliava la volta; e pel

rombo di Ostrolibeccio tra la Sicilia e la Sardegna gittavasi a golfo

lanciato sopra Tunisi. Muleasse era in festa nella reggia, non attendeva

visite, non sospettava di Barbarossa: anzi da buon musulmano, lodava ai

suoi tunisini i meriti di lui in così belle fazioni, la cui fama ad arte

si era fatta correre in Africa, e per tutto altrove. Pensate se non lo

chiamò esso pure pirata e traditore, quando una bella mattina se lo vide

accigliato venirgli improvvisamente davanti, entrare nella reggia, e

cacciarlo di casa!

Fattosi adunque Barbarossa, per le ladre invasioni sul nostro e

sull'altrui, sommamente odioso a tutti i popoli, non altro era a udire

in Europa che il grido della pubblica indignazione contro di lui: tutti

richiedevano dai Principi, dall'Imperatore e dal Papa che si dovesse

subito subito fiaccargli l'orgoglio.

[23 settembre 1534.]

Era allora nell'ultima infermità papa Clemente: nondimeno i ministri

ordinarono la leva in massa dentro Roma, il rinforzo delle guardie pel

littorale, l'armamento della fortezza di Civitavecchia, l'apparecchio

della squadra navale, e la compra di altre sette galèe commisero al

capitano Paolo Giustiniani luogotenente del Salviati. Ma essendo poco

dopo, addì venticinque di settembre, mancato di vita l'istesso

Pontefice, restarono le maggiori provvisioni riservate al successore,

come vedremo nell'altro libro[498].

[Ottobre 1534.]

Il Salviati intanto, afflitto e pensieroso per la morte dello zio,

rassegnava al nuovo Pontefice i ricchi e nobili ufficî che aveva dal

precessore ricevuti, e tra essi la castellanìa di Civitavecchia e il

generalato delle galèe, perchè ne disponesse a suo piacimento. Accettata

la dimissione, restavasi in Roma col titolo di ambasciatore ordinario e

di procurator generale del suo Ordine gerosolimitano presso la santa

Sede. Dopo qualche tempo, legato come era dai voti solenni della

professione religiosa, e adulto negli anni, lasciò la spada, prese gli

ordini sacri, e si ridusse in Parigi presso la cugina, dalla quale fu

nominato elemosiniero di Francia, e vescovo di Chiaramonte. Finalmente

ebbe il cardinalato da Pio IV, e morì in Roma addì sei di maggio del

1568. Le sue benemerenze si ricordano ancora dai Romani per quel suntoso

palazzo che tuttavia mantiene il nome dei principi Salviati suoi

successori ed eredi, sulla riva destra del Tevere di fronte al porto

Leonino, architettato da Nanni di Baccio Bigio[499]. Palazzo da Bernardo

Salviati con grandissimo dispendio fabbricato in Roma a imitazione di

Andrea Doria in Genova, per onorarvi, se il caso ne venisse, con

splendida accoglienza il Re e i Reali di Francia, come l'altro vi menava

in trionfo l'Imperatore e gl'Infanti di Spagna.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 140 / 177 题