NOTE:

[482] JACOBUS BONFADIUS, _Annales Genuen._, lib. II, apud. — GRÆVIUM _in

Thesaur._ I, 1360, A: «_Marcus Ususmarius.... cum sex triremibus

pontificis maximi sibi conjunctis, cum intellexisset prædonum manum ad

insulam quæ Mons-Christi appellatur consedisse, eo celeriter contendit,

et primo statim adventu duas eorum biremes, et paulo post ad caput

Corsum tertiam expugnavit. Prædones ad centum comprehensi atque in

servitutem adducti; ducenti vero Christiani a servitute soluti._»

[1 luglio 1534.]

XII. — Ma perchè voglio conchiudere, torno a Solimano, intorno al quale

oramai scopertamente si raccoglie e cresce per ragion di stato la grande

pirateria. Dopo i rovesci di Corone, caduto in disgrazia prima Omèr-Aly,

e appresso Lufty-Bey, sottentra al governo dell'armata ottomana, come

supremo ammiraglio, il terribile Barbarossa: e l'innalzamento di cotesto

pubblico ladrone ad ufficio e dignità tanto principale nella monarchia

mi conduce a considerare più largamente le condizioni di lui, dei suoi

pari, e la nuova alleanza al culmine, per questi tempi, tra i pirati e

la casa ottomana.

Solimano teneva l'animo alle conquiste; non pure a danno dei Cristiani,

ma anche a scapito dei Musulmani. L'Africa settentrionale maggiormente

solleticava i suoi appetiti, e non è a stupire che anche verso quelle

parti distendesse i capi della sua rete. Vedeavi largamente diffusa per

opera dei Turchi, sudditi suoi, la minuta e la grande pirateria; e

arguiva il vantaggio che pe' suoi divisamenti avrebbe potuto cavarne. I

pirati, datisi alle rapine contro il commercio di levante e di ponente

dalle marine di Rodi e di Cipro, infino alle riviere d'Italia, di

Francia e di Spagna, per necessità avevano dovuto cercar rifugio,

ricetto e protezione nei porti vicini dell'Egitto e di Barberìa; ed i

sovrani indipendenti delle antiche dinastie arabe e berbere non eransi

ricusati di accogliere lietamente i venturieri per dimostrazione di

fratellanza mussulmana, e per ingordigia di guadagni castrensi. Gli

stolti chiamandosi in casa gente strania e ladra, e vedendola ogni

giorno crescere di potenza, di clientela e di prestigio, non prevedevano

doversi attendere a essere una volta o l'altra cacciati. L'occasione

alla lunga non poteva fallire, nè potevano i pirati mancare di un punto

all'occasione. Venne il destro a senno di Solimano: la strada aperta, i

popoli volubili, i ladroni potenti. Egli prese tutti i pirati sotto la

sua protezione, e con un sol tiro seppe rivolgere ogni cosa a suo pro;

crescere tormento ai Cristiani, rimettere a nuovo la sua armata navale,

cacciare i vecchi padroni di Barberìa, e sottoporre l'Africa al suo

dominio. Sapeva bene il tristo, come pei fatti si comprovò, che non

avrebbero potuto da sè soli i pirati occupare tanto paese, e molto meno

mantenerselo lungamente contro i caduti, senza l'ajuto di

Costantinopoli, e senza riconoscere, come egli voleva, l'alta sovranità

del Sultano. Siamo or dunque al compiuto svolgimento di queste tresche

per opera dei maggiori pirati, ed ora fa mestieri chiamarli a rassegna,

secondo l'ordine e i meriti di ciascuno.

A quattro a quattro ci compariscono nei tre periodi della nostra storia

i principali archimandriti della pirateria, traendosi appresso alla loro

fortuna tutto il codazzo dei minori satelliti. I corifei della prima

quadriglia, venutici innanzi, sono già passati fra le ombre. Camalì,

principe di Santamaura, impiccato al suo posto[483]. Gaddalì, gran

capitano di Tunisi, messo in catena alla Pianosa, e non più

riscosso[484]. Curtògoli signore di Biserta, ammiraglio di Solimano, e

principe di Rodi, caduto e decrepito nell'isola[485]. E il quarto, Carrà

Maometto, viceammiraglio ottomano contro i Gerosolimitani, sbranato da

una palla di cannone, durante l'assedio[486].

Sottentra la seconda quadriglia di maggior comparsa: e ci stanno ora

innanzi, tutti allievi della prima scuola in aria di superare i maestri,

il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli e Barbarossa. Verranno appresso quei

della terza: e nomineremo a suo tempo Moràt, Dragùt, Scirocco e

Lucciali. Ora diciamo dei presenti.

Il Moro, vero africano di schiatta, di colore e di pelo, faceva da

padrone in Alessandria. Di là con molti legni egiziani infestava

l'Arcipelago, quando non era ai soldi di Solimano; nell'armata del quale

lo abbiamo già veduto presso Corone. Costui ebbe il tracollo nell'anno

presente sulle coste di Candia; dove scontratosi con una squadretta di

galèe veneziane, che navigavano in Soria sotto la fede de' trattati,

volle provarsi a rubarle, facendo le viste di non credere alla bandiera

di san Marco. Era o no pirata? Se non che Girolamo da Canale, comandante

della squadretta, avvedutosi del furbo, prese anche esso a fingere di

non riconoscere gli stendardi del Moro: e di buon senno gli corrispose

con tal furia di cannonate, e l'ebbe talmente concio, che mandatigli a

fondo quattro bastimenti, ferì lui stesso, e l'afflisse d'irreparabil

danno, così che d'indi in poi non se ne dice più nulla. Solimano

imperatore non si ardì fare richiamo di ciò, saputo avendo che il Moro

era stato il primo a provocare: anzi mostrò di contentarsi delle scuse

mandategli subito dal Senato veneziano; e laudò il Canale per valoroso

ed accorto capitano. Pensate se a difesa di sfregiato ribaldo voleva

accattar briga coi Veneziani, quando gli cresceva grossa sulle braccia

la guerra per terra e per mare con Carlo imperatore[487].

Il Giudèo, come indica il nome, isdraelita rinnegato di Smirne, a furia

di ruberie aveva acquistato grandi ricchezze, e insieme il dominio delle

Gerbe. Da quell'isola navigava con trentaquattro bastimenti da remo a

ruina della Sicilia, di Napoli e della Spiaggia romana. Egli era cieco

d'un occhio: gli Arabi lo chiamavano Sinàm, i Turchi Ciefùt, e noi col

nome comune di Giudèo l'abbiamo più volte ricordato, specialmente quando

gli togliemmo due bastimenti a Gianutri; e ne diremo più cose appresso

infino al caso rarissimo che gli portò la morte, mostrandolo quale egli

era valoroso al pari di ogni altro pirata; e men di ogni altro pazzo e

crudele[488].

Aidino (etiope, come scrive il Bosio; o smirnèo, secondo l'opinione del

Varchi; o caramano a detto comune), per essere arrisicato e furioso

pirata, non altrimenti nominavasi tra i nostri e tra i suoi conoscenti,

che col terribile titolo di Cacciadiavoli. Costui divenuto famosissimo

nel ventinove, dopo l'uccisione del general Portondo, la strage degli

Spagnoli, e la presa di tutta la squadra che aveva lasciato a Genova

l'Imperatore, non aveva più chi ardisse misurarsi con lui. Di nome e di

fatto spaventoso a tutte le madri e a tutte le spose dei marinari della

Cristianità, sarebbe salito ad altissimo segno tra i novelli signori

dell'Africa, se per un caso di arsura dopo la guerra di Tunisi non fosse

caduto, come tra poco vedremo[489].

I fatti di Barbarossa si legano più strettamente alla nostra istoria,

però voglionsi con maggior larghezza trattare. Un greco rinnegato

dell'isola di Metellino, chiamato Giacopo, e dai Turchi (tra i quali era

assoldato come spahì) detto Jacùb, lasciò morendo due figliuoli, all'uno

dei quali aveva posto nome Urudge, e all'altro Chaireddin,

sopracchiamati dai nostri storici Oruccio e Ariadeno, e quest'ultimo pel

colore del pelame più comunemente Barbarossa[490]. I due fratelli (degli

altri qui non cale) poverissimi essendo, si gittarono insieme a vivere

di rapina corseggiando con una piccola fusta, armata a spese altrui; ed

avendo seguito la squadra di Camali-raìs, guadagnarono tanto con lui,

che vennero pian piano ad infrancarsi la fusta, poi ad armarne due, e

via via salendo giunsero a tante ricchezze e a sì gran pratica del

mestiero, che senza contrasto furono riconosciuti primi campioni della

grande pirateria nel Mediterraneo[491]. Vero è che non sempre la fortuna

andava a versi di costoro; e non di rado toccavano le busse, come ho

detto particolarmente di Barbarossa; quando gli togliemmo in un giorno

quindici bastimenti[492]: ma si rifacevano presto, e tornavano più

arrabbiati e più destri di prima. Il tristo mestiere aveva profonde

radici: la gioventù concorreva numerosa a cercar ventura, la plebe

inciurmavasi per fanatismo, i grandi favorivano per ostentazione, e i

principi agognavano servirsene per ragione di stato. Scoppiata in Algeri

la guerra di successione tra Mesud e Abdallah della famiglia dei

Beni-Hafss, avvenne che l'uno dei pretendenti chiamò Oruccio in ajuto,

per opera del quale cacciò l'altro, e si fece padrone del regno[493]. Ma

non corse gran tempo, come spesso tra simil gente suole avvenire, ed

Oruccio ammazzò il cliente e prese per sè il regno di Algeri,

assicurandone il possesso coll'investitura dell'imperator Solimano. Così

Barbarossa primamente divenne fratello del Re; e, dopo che questi fu

morto combattendo sotto le mura di Orano, divenne Re esso stesso, più

ardito e più crudele del primo. Di pelame rossiccio, di barba folta, di

mediocre statura, di forza erculea, era specialmente sguardevole per un

gran labbro spenzolato all'ingiù, che lo faceva alquanto bleso nel

favellare, e davagli l'aria di vero pirata. Superbo, vendicativo,

spietato, traditore; sapeva nondimeno pigliare le maniere graziose ed

affabili, massime nel sorridere col volto composto a dolcezza. Parlava

molte lingue, a preferenza la spagnola. Coraggioso, circospetto, amico

dei suoi subalterni. Aveva intorno a sè raccolte tutte le schiume:

Assan-agà, rinnegato sardo, per suo luogotenente; Haidino delle Smirne,

soprannomato Cacciadiavoli, per caposquadra; il Giudèo per capo di stato

maggiore; Tabàch, Salech, e Mamì-raìs per ajutanti. Tra i figli di

costoro e degli altri marinari sceglieva a preferenza gli ufficiali

novelli, dicendo che i lioncini diventano leoni. Studiava continuo

intorno alla costruzione navale: da pesante e tarda rendevala leggiera e

veloce, e ripeteva alle maestranze che per raggiugnere i cervi più

valgono i levrieri che i mastini: questi buoni a guardare la casa,

quelli a scorrere per la campagna ed a ghermire la preda. In vece delle

grosse artiglierie rinforzate di metallo, che tormentavano i bastimenti

proprî quasi più degli altrui, faceva imbarcare colubrine di minor peso

e di maggior passata; spiegando ai bombardieri il pensier suo

coll'esempio del braccio che, per cogliere e attrappare chi fugge, giova

averlo più tosto lungo che grosso. Tale era il re dei pirati, che,

avendo fatto scellerate cose contro i Cristiani per le marine

dell'Arcipelago, di Sicilia, di Napoli, di Genova e di Spagna, in

quest'anno mille cinquecento trentaquattro pigliava il comando supremo

della navale armata dell'imperio ottomano. Gli è questo o no il trionfo

della pirateria? Abbiamo o no la guerra coi pirati? Udite i fatti di

costui nell'anno presente.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 136 / 177 题