CAVALIERE DI MALTA E PRIORE DI ROMA.

[1533-1534.]

[15 marzo 1533.]

I. — Bernardo Salviati, figliuolo di Giacopo e della Lucrezia de'

Medici, nipote de' due pontefici Leone e Clemente, e scritto alla

primaria nobiltà fiorentina e romana, aveva da giovanetto preso l'abito

dei cavalieri di san Giovanni; e pei suoi meriti, e pei rispetti della

famiglia, era prestamente salito ai primi onori dell'Ordine suo: balì

della gran croce, priore di Roma, e capitano generale delle galere, come

lo abbiam veduto l'anno passato all'impresa di Corone[413]. Prode, ricco

e splendido, viveva alla grande: casa aperta in Malta e in Roma,

numerosa famiglia, e intorno alla persona sua in terra e in mare da

sessanta gentiluomini principali e capitani riformati che lo seguivano

in ogni fazione, secondo lo stile dei maggiori comandanti di quel

tempo[414]. Di simili esempî per Marcantonio Colonna e per Carlo Sforza

altrove ho detto e dirò[415].

Tornato però Bernardo di Corone a svernare in Malta, ebbe suo malgrado a

trovarsi involto in una sanguinosa baruffa, della quale non posso

passarmi, perchè entra come causa prossima della sua chiamata in Roma; e

perchè mi dà ragione degli uomini, dei tempi e dei fatti che ho a

trattare. Ai primi di marzo in Malta, un gentiluomo fiorentino, seguace

del Salviati, aveva steso morto in duello un giovane cavaliere della

lingua di Provenza, con grandissima alterazione degli zii e degli altri

parenti ed amici; che molti e prosuntuosi ne aveva l'ucciso nell'isola.

Costoro accecati dalle furie della vendetta, tutti in frotta assaltarono

a tradimento per la strada il Fiorentino: il quale quantunque con alcuni

compagni valorosamente si difendesse, nondimeno toccò la peggio, e a

pena potè ritirarsi grondante di sangue. Qui non finisce: hanno a esser

cinque i ripicchi, e assai peggiori gli altri tre successivi de' due

precedenti. Tutti quei signori a biasimare le superchierie e le

uccisioni; e ciascuno da sua parte inteso a ripetere uccisioni e

superchierie: cioè a commettere i medesimi falli biasimati in altrui.

Tanto è folle la superbia, e tanto è cieca la passione disordinata! I

familiari del Salviati e gli amici del Fiorentino tornarono in piazza,

gridando e bravando contro i Provenzali: e lì una terza puntaglia,

spargendosi dall'una parte e dall'altra di molto sangue. Pareva nella

notte seguente quietato il tumulto: e già il Grammaestro dava corso alla

giustizia contro i religiosi dell'abito, e il Salviati da parte sua

metteva in catena una diecina di gentiluomini, quando i Francesi fatta

secretamente tra loro una conventicola in casa del commendator

d'Orleano, entravano la mattina seguente sotto falsi pretesti a bordo

della capitana, dove spietatamente uccidevano a ghiado quattro di quegli

incatenati. E avrebbero a uno a uno agghiadato anche gli altri, se al

primo rumore non fossero accorsi i soldati, i marinari, e l'istesso

Salviati in persona per frenare quei traditori, e per cacciarli via

senza altro dal bastimento. Ma che? venuto poco dopo in terra, il

medesimo Salviati a richiamarsi col Grammaestro di così grande eccesso,

non era a pena entrato in casa sua, ed ecco l'assembraglia di tutti i

cavalieri francesi, provenzali e alvergnasci a bandiere spiegate venirlo

ad investire: ecco tutta la lingua d'Italia venirlo a soccorrere, e

dagli altri alberghi delle lingue diverse uscir fuori i cavalieri in

arme, e accostarsi chi di qua chi di là per ajutare questi o

quelli[416]. Parrebbero sogni, se non fossero fatti realmente successi!

E dico fatti in plurale, perchè se ne hanno parecchi simili nelle storie

di costoro; ed io, tuttochè per incidenza, ne avrò a ricordare un altro

nel settimo libro. Non prenda maraviglia il lettore: anzi per l'esempio

dell'altrui nequizia guardisi meglio dal disordine delle passioni, ed

alta sopra la ferina mantenga la dignità dell'umana natura. Altrimenti

nel furore trapassano ogni segno e grondano sangue gli artigli delle

belve, gli unghioni dei cavalli, le spade dei cavalieri.

[Aprile 1533.]

In somma dopo una giornata di orribile confusione ebbero a lavorare i

tribunali e il carnefice: cavalieri strozzati, sommersi nel canale,

degradati, cacciati dall'isola. E il priore Salviati, moderatamente

tenutosi sulle difese senza uscir di casa durante il tumulto, la mattina

seguente se ne tornava a bordo: e per levarsi da ogni trista occasione,

scioglieva i canapi e con tutta la squadra se ne veniva prestamente in

Civitavecchia. Allora papa Clemente lo nominò capitano delle galèe

romane, col triplice intendimento di compensarlo in qualche modo delle

ingiurie sofferte in Malta; di dargli giusta ragione a non ritornarvi,

finchè gli umori ardenti dei nemici non fossero freddati; e di riunire

in un sol corpo, sotto lo stendardo papale, sedici galèe; cioè le dodici

di Roma, e le quattro di Malta, per mandarle unitamente contro i Turchi,

secondo i concerti presi col Grammaestro e coll'Imperatore.

[Maggio 1533.]

Così il Salviati, venuto al possesso delle galèe e della castellanìa di

Civitavecchia, pose gli ordini dell'armamento: e poi corse in Roma, ove

era richiesto del suo parere intorno alle cose di Corone[417]. E molto

cadde in concio che al tempo stesso venissero al Papa lettere

recentissime di don Girolamo di Mendoza, governatore delle armi in

quella piazza, il quale diceva trovarsi già strettamente assediato per

terra e per mare, le provvigioni di bocca e le munizioni di guerra

cominciargli a mancare; ricordasse il Doria la fede datagli del

soccorso, e pensassero gli altri principi della cristianità a non

lasciar perdere quella piazza, nè a confondere la fiducia dei Greci, già

tanto esaltati, con che facilmente potrebbesi e in poco tempo ricuperare

tutta la Morèa.

Il Capitano novello confermava pienamente i giudizî del Mendoza; e per

la perizia sua nelle cose di guerra e di mare, e per la cognizione

speciale di quei luoghi, dove aveva due anni combattuto, insisteva sulla

necessità del soccorso con tutta l'armata, altrimenti anderebbe al certo

perduta ogni cosa. Di che facendo gran ressa il Salviati, e con lui i

ministri di Roma, e al tempo stesso anche il Doria da Genova, finalmente

venne dall'Imperatore l'ordine che si dovesse soccorrere Corone con

tutta l'armata; anzi più aggiungervi quelle altre dodici galèe nuove,

che don Alvaro di Bazan aveva fatto costruire nei porti di Spagna.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 125 / 177 题