[408] BIZARUS cit., 495.
BOSIO cit., 116, C.
[409] VILLIAM H. SMITH rear-admiral. _The Mediterranean_, in-8. Londra,
1854, p. 51: «_The entrance of the gulf defended by two castles of
projecting form, which are distant a mile and a half from each other,
and are known as the Dardanelles of Lepanto_ (_Rhium, and Antirrhium._)»
CORONELLI, _Piante di città e fortezze_, tav. 52, 122, 134, 169: «_Bocca
del golfo di Lepanto, Dardanello di Grecia da Mezzogiorno. Dardanello
Molicrèo. Golfo di Patrasso. Dardanelli di Lepanto. Dardanello di Rio._»
— P. A. G., _Giornali di viaggio_, Mss.
[20 ottobre 1532.]
XVI. — Già il conte di Sarno aveva passato lo stretto per investire
Antirio, e più volte si era affrontato coi nemici di dentro, e coi
cavalli venutigli addosso da Lepanto: ma pel tumulto di Rio e per
l'ammutinamento dei soldati, aveva dovuto tornare indietro a rimettere
la disciplina tra quelle genti, che particolarmente nella sua bontà e
valore confidavano. Quindi tutti insieme tornarono nell'Etolia, e si
fecero lungo la riva due miglia più in su a sbarcare le artiglierie
grosse, per essere ogni altra parte del circondario scoperta e battuta
dal Castello. Qui li aspettava più duro contrasto. Giannizzeri veterani
ed ufficiali risoluti volevano smentire la viltà dei presidiarî delle
altre fortezze.
Cristoforo Doria, uomo di quella fortuna e ardimento che avremo
specialmente ad ammirare poi ad un anno, pigliava il carico di sbarcare
l'artiglieria grossa dalle navi di alto bordo per l'espugnazione. Vedilo
ordire doppi paranchi, di sotto alle gabbie e di punta alle verghe
maggiori, sollevare i pezzi, condurgli dalla perpendicolare interna
all'esterna, riceverli nei barconi, remigarli fino al lido, metterli
sulle palanche e sui curri, incavalcarli su grossi carri, e menargli a
braccia fino al campo già disegnato dal conte di Sarno. Trajano
Cavaniglia, mastro di campo, con trecento sceltissimi archibugeri
attorno di scorta.
[25 ottobre 1532.]
Mentre i nostri apparecchiavansi, i Turchi uscirono da Lepanto in gran
numero di fanti e cavalli: nè però il Conte spaventato punto di tanta
moltitudine venne meno al dover suo; anzi uscì fuori anche esso menando
alla campagna da quattromila fanti, senza sguernire il campo; e
ordinatili in battaglia quadrata colle risvolte agli angoli per cavar
fuori e metter dentro al bisogno le maniche degli archibugeri, andò a
trovare i nemici, coprendo sempre alle spalle l'accampamento suo; e
ordinando dalle trincere buona guardia colle artiglierie volte agli
assediati, specialmente alla porta e alla spianata del Castello, sì che
niuno potesse entrare nè uscire. Ma perchè i Turchi del soccorso non si
arrischiavano contro l'ordinanza del Conte, nè mettevano in fazione la
fanteria, ma attendevano solamente a volteggiare co' cavalli, ed a
scorrere in qua e in là badaluccando, cominciò il Conte a ritirarsi
lentamente, tenendo però addietro il nemico cogli archibugeri, che
uscivano, spiegavansi in cordone, sparavano, e ritiravansi nel centro
del quadrato. Essendo così durata infino a notte la scaramuccia, i
Turchi, affranti dal continuo caracollare della giornata, andarono a
riposarsi in Lepanto; ed i nostri, rinfrancatisi di cibo per turno,
stettero tutta la notte a battere furiosamente l'Antirio da terra e da
mare, non volendo al nuovo giorno essere trattenuti da alcuno, ma aver
finito ogni cosa.
Ondechè rovesciata una parte della muraglia, e uccisi molti di dentro,
quantunque si vedesse il presidio ostinato e valoroso, non si
peritarono, essendo ancor bujo, di spingere due piccole colonne
all'assalto. Marinari e soldati entrarono dentro di primo slancio: nè
per questo i giannizzeri vollero posare l'armi nè arrendersi; ma
disperatamente continuarono a contrastare e a combattere per la piazza e
per gli androni, facendo testa a ogni traghetto, finchè non caddero fuor
di combattimento più di trecento. Allora i pochi superstiti,
ricoveratisi nel mastio, per rendere anche colla morte loro funesta ai
Cristiani la vittoria, e inutile l'acquisto del Castello, appiccarono il
fuoco alla munizione della polvere e volarono all'aria. Estrema
risoluzione, per la quale molti pur dei nostri rimasero infranti al di
sotto, e molte avarie patirono le galèe pei rottami scaraventati da ogni
parte col fuoco.
[Novembre 1532.]
Finalmente vedendo che i tempi cominciavano a rompere, e la stagione a
farsi ogni di più trista, l'armata sciolse dalle riviere della Grecia; e
il Principe, dopo aver visitato un'altra volta Corone, rinforzata la
piazza, e rinnovate le promesse di soccorso in caso di bisogno per
l'anno futuro, rimandò ciascuno al riposo invernale nei suoi porti.
Il nostro Capitano ricondusse in Civitavecchia genti vittoriose, ricche
spoglie, e liete novelle, ricevendo anche da Roma larghe dimostrazioni
di gradimento per le egregie opere fatte nel corso della campagna.
Dispersa dal Mediterraneo l'armata nemica, espugnate quattro fortezze,
presa una nave carica di munizioni, e conseguito pienamente il fine
primario della spedizione, cioè la cacciata di Solimano e degli eserciti
suoi da Vienna e dall'Ungheria[410]. Imperciocchè l'attacco dei nostri
marini alle sue spalle portò di fatto nell'esercito ottomano quello
sgomento e quella solennissima sconfitta che sollevò in quest'anno
l'Europa dall'imminente pericolo della barbarica occupazione. Già più
volte nei secoli precedenti al modo istesso e per simile concorso delle
nostre genti dalla parte del mare erano stati vinti e cacciati i Turchi
dai paesi cristiani, e specialmente da Belgrado[411].
Le quali vittorie, per terra e per mare splendidamente conseguite, vie
più a papa Clemente amicarono Carlo imperatore, il quale riconosceva
averne ricevuto nel maggior bisogno validissimo soccorso. Perciò Carlo
nell'invernata dell'anno medesimo tornò un'altra volta a Bologna per
trattare con lui direttamente, e senza altri mediatori degl'interessi
comuni, e delle provvisioni da fare nell'anno seguente, volendo
continuare la guerra contro il Turco: suprema necessità civile e
religiosa del tempo.
[Gennajo 1533.]
E perchè il principe Doria, accrescendo gli armamenti marittimi,
insisteva e richiamava Antonio per suo luogotenente in Genova, il Papa
non potè a meno di dargliene licenza, e in suo luogo per capitano
generale della squadra, e per castellano di Civitavecchia, pose il
cavalier Bernardo Salviati, come vedremo nell'altro libro. E vedremo
altresì per lunghi anni nei fatti di mare del tempo seguente comparire
Antonio Doria sempre più avanti nelle grazie della corte di Spagna:
marchese di santo Stefano di Aveto in Liguria, marchese di Ginnosa nel
Regno, consigliero di don Giovanni a Lepanto, e gran privato del re
Filippo in Italia, il quale a fondo e di lunga mano conoscevalo, e
sapeva come e dove impiegarlo[412].