[1526-1533.]
[Maggio 1526.]
I. — A ridosso di uno scoglio nella Liguria occidentale stavasi quasi
nascosto per questi tempi un capitano eccellente, che aveva a divenire
il più grande e fortunato marino della età moderna, quando papa Clemente
trovandosi in grandi maneggi, nel maggior bisogno, senza capitano di
mare per la improvvisa morte del suo Vettori, volgeva lo sguardo proprio
a quello scoglio che copre il piccol porto di Mentone, e ne cavava
Andrea Doria per metterlo al comando della sua armata navale. Questi
sono fatti e servigi intimi di un Gentiluomo genovese a un Pontefice
romano, di un Doria a un Medici, non c'entra predominio nè di Francia nè
di Spagna, e si tratta bene o male della pubblica salute: però fatti e
servigi al solito dalla comune degli scrittori, anche in Italia, o non
conosciuti o disgradati. Dirò dunque io di Andrea per questi tempi, che
offeso già prima dai ministri cesarei pel sacco di Genova, e poi dai
ministri francesi per conto di onori e di paghe in Provenza, erasi
ricondotto colle sue galere presso il principe di Monaco, dove una volta
l'abbiamo incontrato[319]: e dirò che venendogli da Roma l'onorevole
chiamata, volentieri coglieva l'occasione di rimettersi al largo.
Occasione che, presa di volo, quantunque per breve tempo, doveva far
meglio conoscere al mondo quest'uomo, e menar lui e la sua casa alla
suprema altezza, dove ai privati sia dato giugnere senza diventar
sovrani.
Fin dal principio pregherò i miei critici di non venirmi a confondere
questo notissimo Andrea Doria con nessun altro dei tanti Andrea, suoi
antenati e successori; e specialmente di non confonderlo con quel
Giovanni Andrea figliuolo di Giannettino, cui noi per proprietà e vezzo
della nostra lingua diciamo con sola una parola Giannandrea. Confusione
incredibile! dove nondimeno sono caduti non pochi dottoroni, e
specialmente in Germania lo scrittore di una rassegna intorno alla mia
storia della battaglia di Lepanto; articolo inserito nel notissimo
giornale storico che si pubblica dal Sybel in Monaco di Baviera[320]. Il
Signore della critica avrebbe voluto da me intorno ai campioni della
battaglia di Lepanto maggiori notizie cavate dalla vita di Andrea Doria,
scritta da Lorenzo Cappelloni, e da Carlo Sigonio. Dalla vita di Andrea,
morto undici anni prima di quella battaglia? dal Cappelloni che stampava
la vita sei anni prima del combattimento? Dovrem noi dunque abbattuti in
terra, e sfatati pur delle cose nostre, menar sempre buono il parere di
chiunque presume insegnarci la confusione dei libri, dei tempi e delle
persone? Tanto basti per saggio. Tu però con questo, savio lettore,
potrai far ragione anche di altri censori, che senza studio e senza
cortesia, pigliando l'aria di professori veterani, tanto si manifestano
da sè giudici immaturi e incompetenti (massime nelle cose tecniche), a
distinguere il vecchio dal nuovo, la cronaca dalla storia, e simili,
quanto altri a distinguere il nipote dallo zio.
Volendo più che siami possibile togliere ogni pretesto di sconci
equivoci dalla mente di chicchessia, io metto qui a piè l'alberetto
genealogico[321]; ed insieme ripeto trovarsi spesso, e ritornare sovente
nella casa Doria il nome di Andrea, ora solitario, ora in composizione
di altri nomi, per individui diversi: e specialmente altra essere la
persona di Andrea capitano di Clemente VII e di Carlo V; altra la
persona di Giannandrea capitano di Filippo II, e nipote in quarto grado
laterale dell'altro. Del secondo non abbiamo niuna biografia, come ho
scritto[322]; del primo parlano tutti i dizionarî storici in ogni lingua
e le vite speciali per lui singolarmente composte, dal Cappelloni
contemporaneo suo, infino al Guerrazzi contemporaneo nostro. Dunque
adesso, che siamo nel 1526, e Andrea è vivo nella storia (non pel 1571,
che egli era morto) dobbiamo parlare dei fatti suoi; adesso qui, e non
altrove, gli è tempo di ricercare per certi critici il Cappelloni[323].
Andrea Doria, allievo della scuola romana, come colui che qui in Roma
sotto Niccolò Doria suo zio, nella guardia papale al tempo di Innocenzo
VIII genovese, aveva fatto la prima milizia, era passato poscia a Napoli
in servigio degli Aragonesi; poi la seconda volta in Roma col prefetto
Giovanni della Rovere; appresso coi suoi genovesi in Corsica; e
finalmente, disgustato nella patria degli ostinati disordini tra le
fazioni di Francia e di Spagna, porse di buon grado l'orecchio alla
terza chiamata della prima città. Aveva allora sessant'anni, essendo
nato nel 1466 la notte di sant'Andrea in Oneglia signoria della sua
casa; ma vegeto e robusto dimostravasi uomo capace negli altri
trentaquattro anni della vita di fare cose grandi. Un bello e nobile
aspetto di quella pienezza e gravità che gli antichi hanno espresso
nella immagine di Platone: complesso ed alto della persona, un grande
ovato di volto, fibroso il collo, ampia la fronte, corta la
capigliatura, lunga e distesa la barba, strette e sottili le labbra,
l'occhio intento e alquanto fiero, e il muscolo delle ciglia infino al
mezzo abitualmente corrugato. Fermo nei propositi, sobrio nei piaceri,
parco nelle spese, magnifico nelle utili circostanze, e sempre assegnato
del suo e dell'altrui. Tale ce lo mostrano i fatti, e gli scrittori
della sua vita, e il suo stesso testamento: e tale ancor si rivela a chi
considera l'espressione del suo volto, inciso nelle medaglie, scolpito
nei marmi, e dipinto nelle tele, specialmente nel classico ritratto che
si conserva nella galleria romana de' suoi discendenti, colorito per
mano di Sebastian Luciani, detto dal Piombo, pittore della scuola
veneziana di quel valore che tutti sanno, e massime pei ritratti ai suoi
giorni ed anche oggi riputato eccellentissimo[324].