[308] AMMIRATO, BEMBO, e gli altri al lib. III, cap. VIII
[309] DOCUM., §19, 20.
[310] BOSIO cit., III, 29, A.
[311] COLA COLEINE, _Diario romano dal 1521 al 1561_, inedito. — _Codice
Chigiano_, n. 1020; N. II, 32. — _Codice Barberin._, XXVIII, 22, n.
1103. — _Codice Vaticano_, 6389. (Breve scrittura di ricordi, per lo più
di promozioni, feste, giostre, carnevali e conviti, e non si allontana
dalle mura di Roma. Non mi ha dato nulla per la marina, e lo ricordo co'
simili una volta per sempre).
[25 febbraio 1525.]
XXIII. — Perocchè grandi cose precipitavano in Italia, ed i politici
davansi faccende per acconciare gli affari propri e gli altrui in mezzo
allo scompiglio generale. La mattina del venticinque di febbrajo
all'alba i capitani di Carlo V avevano vinto la grande battaglia di
Pavia; e il re Francesco in mezzo al rotto suo esercito era caduto
prigioniero. Carlo, trovato l'emulo ritroso a sottoscrivere i patti
impostigli per la riconciliazione, voleva domarlo: per ciò lo faceva
tradurre sotto buona scorta da Genova per la via del mare in Catalogna,
e poscia nella torre di Madrid.
Niuno dei principi di Europa volle allora restarsi in disparte; anzi
tutti a gara, chi per questo chi per quello, si offersero mediatori dei
trattati, e delle grazie, e di sè stessi. Pensate il Grammaestro di Rodi
nella bella ed onesta occasione di entrar paciero tra l'Imperatore ed il
Re, a beneficio di quei principi, e della Cristianità, e dell'Ordine suo
per la desiderata cessione di Malta, come si dimenava per essere tra i
primi in Madrid: e papa Clemente per le stesse e più gravi ragioni,
approvando il divisamento di lui, si risolveva di mandarvi insieme il
cardinal Salviati, come legato straordinario; e ciò senza che in
pubblico se ne parlasse prima del fatto.
[25 giugno 1525.]
Ondechè un bel giorno, che fu il venticinque di giugno, comparvero in
Civitavecchia il Grammaestro e il Cardinale: dove, essendo le galèe
delle due squadre già pronte, si imbarcarono; e senza dilazione tutti
insieme tirarono a golfo lanciato fino a Marsiglia[313]. Colà ebbero a
trattenersi alcuni giorni, dovendo intendersi colla regina Madre,
reggente del regno, e insieme aspettare la duchessa d'Alansone sorella
del re, che desiderava con loro passare in Spagna per consolare il
fratello prigioniero e malato. Indi colla stessa felicità navigarono a
Barcellona, donde il Legato, il Grammaestro, la Duchessa e tutto il
corteggio mossero alla volta di Madrid, adoperandosi poscia ciascuno
secondo le commissioni e i pensieri suoi nei trattati che si terminarono
l'anno seguente.
Le due squadre al ritorno non ebbero altra novità che la perdita di un
cavaliero di Rodi, morto a bordo di sua infermità; e l'incontro nella
riviera di Genova presso Levanto col famoso duca di Borbone, ribello di
Francia, il quale avrebbe voluto violentare il Vettori e l'Airasco, e
rimenarli verso Barcellona, se non fossero stati destri a
liberarsene[314]. Già costui cominciava a mestare nelle cose nostre, e
si disponeva a quelle maggiori violenze che gli fruttarono la morte sui
prati di Castello presso di Roma.
[Gennajo 1526.]
Intanto si riposavano quei signori di Madrid, essendosi al principiar
dell'anno seguente, nel giorno diciassette di gennajo, conclusa la pace
tra l'Imperatore ed il Re. Francesco riacquistava la libertà, cedendo
alla fortuna di Carlo i suoi diritti sui regni di Napoli e di Sicilia,
sui ducati di Milano e di Genova, sui contadi di Fiandra e d'Artoà[315].
Ma come uscì della prigione, e tornossi a Parigi, si fece sciogliere
dalle promesse: e confortato dai principi italiani (cui pesava trovarsi
alla mercè di Cesare), strinse una lega, chiamata sacra, con papa
Clemente, coi Veneziani, coi Fiorentini e col duca di Milano, e ripigliò
la guerra contro l'Imperatore[316].
[26 maggio 1526.]
In quella volendo papa Clemente spedire in Francia un uomo di somma
fiducia, che, sotto specie di congratularsi col Re della sua
liberazione, vedesse secretamente gli affari della lega di Cognac,
spacciò il suo fidatissimo Paolo Vettori, generale delle galèe e
castellano di Civitavecchia, come era già previsto nei capitoli pel caso
di missione straordinaria[317], e più volte aveva praticato al campo di
Lombardia ed altrove, senza smettere per questo l'ufficio di capitano
del mare. Paolo, avvegnachè corresse le poste in grandissima diligenza,
non oltrepassò Firenze, poichè in quella città improvvisamente pose fine
ai viaggi di questo mondo, e giunse ai termini dell'altro, lasciando
nella massima costernazione gli amici[318].
La nostra squadra si mise a duolo: negre gramaglie, stendardi a
mezz'asta, fiamme col velo, e cannonate a lunghi intervalli. Intanto i
pensieri di tutti volgeansi alla novità che avrebbe a portare in quei
paurosi giorni l'elezione del nuovo Capitano, come vedremo nel libro
seguente.