GIUSTINIANI cit., 276

BIZARUS cit., 454.

[207] BLASIUS DE CŒSENA, _Diaria cæremonialia sub Hadriano_ VI. Mss.

alla Barberiniana, segnato 1102: «_Die XXVI augusti MDXXII et segg.: In

Civiate Veteri, hora prima noctis, venerunt custodes deputati dicentes

se vidisse qualiter velæ numero XVIII aut XX erant in mare ad vistam....

tota nocte stetimus speculando an essent illæ galeæ Papæ, vel

infidelium. Supervenit brigantinus et nunciavit de adventu Papæ et

Curiæ, et quod omnes illa hora quiescerent. Ea nocte fuit ordinatum ut

in aurora archiepiscopus Cosentinus et magistri cæremoniarum irent primo

diluculo ad visitandum Papam in navi, et ad faciendam primam

reverentiam. Deinde prope Arcem, in fine pontis erecti ibi, porrigeretur

Papæ Crux osculanda; et sub baldachino associaretur usque ad ecclesiam a

cardinalibus Legatis._»

[208] IDEM: «_Die xxvii augusti summo mane, Papa descendit de navi, et

super mulam intravit Civitatemveterem cum cardinalibus._»

[209] ORTIZ cit., 399: «_Ibique ad Centumcellas aderant aliquot

Cardinales et nonnulli nobiles romani.... ibique familia pontificis in

palatio ipso Tinellum, ut ita loquar, romanum agnoscere cœpit quo se

familiares vescendi causa conferebant._»

[210] ORTIZ cit., 399: «_Iterea visimus Urbem et Castrum nondum

consummatum, et Cellas centum ut fama erat, et nomen vetus civitatis

adhuc continet. Castrum munitum instrumentis ferreis necnon aquosa

fovea, quod quidem postquam fuerit perfectum inexpugnabile fore

creditur._»

[211] LITTA, _Famiglie celebri_. Della Rovere, e le Tavole delle

medaglie di Giulio II.

BONANNI, _Numismata Rom. Pont._, in-fol. Roma, 1699, I, 157: «_Portus

Centumcellæ — Julius Ligur Papa Secundus._» — «_Julius Secundus Arcis

Fundator. — Civitavecchia._»

VENUTI, _Numism._, p. 51.

[212] «_Julius III Pont. Max._ — _Portus et Refugium Nationum._»

Medaglia in oro prodotta dal BONANNI, p. 243, fig. XVI; e rispondente

alle lapidi di quel tempo e di quel Pontefice in Civitavecchia,

pubblicate dal TORRACA, 50; e dall'ANNOVAZZI, 271.

[213] DIODORO SICULO, _Hist._, lib. XIV: «_Ædificavit multas domos

navium in ambitu novi portus centum sexaginta, quarum quæque duas naves

capiebat._»

P. A. G., _La Storia del Medio èvo_, I, 6, 13, 58, 60.

[214] ORTIZ cit., 400: «_Ostium Tyberis obstitit. Aditus enim nequaquam

profundus, sed prope vadosus est._»

[215] FRANCESCO CANCELLIERI, _I possessi dei romani Pontefici_, in-4.

Roma, 1802, p. 84.

[1520-22.]

XV. — La gelosia di stato fra Spagnuoli e Francesi, come tutti sanno,

impedì la spedizione del soccorso. Checchè sia degli altri, andremo noi

a Rodi per vedere da presso i grandi fatti che vi si compiono. Ce ne dà

ragione l'importanza del subbietto, l'attenenza della nostra colla

marineria gerosolimitana, la partecipazione dei successivi travagli, il

soccorso portatovi nel venti, ed il ragionamento fattone or ora dai due

Cardinali subito terminata la navigazione di Spagna.

Non fa mestieri ricordare lo struggimento dei Turchi nel desiderio di

cacciare i Cavalieri dall'Oriente, e di pigliarsi l'isola di Rodi, per

venire avanti sicuri colle conquiste in Germania e in Italia. Gran prova

ne aveva fatto Maometto II l'anno avanti di morire; e poscia a

quell'esempio Bajazet suo figlio, Selim suo nipote, e finalmente in

questi tempi Solimano mostrava aperto l'animo suo di volere illustrare

il principio del regno col sospirato acquisto. Dall'altra parte i

Cavalieri allestivansi alle difese, e in cima dei loro pensieri tenevano

le fortificazioni della capitale e della loro residenza. Sorta la nuova

maniera di fortire, e fattasi sempre più certa l'intenzione dei Turchi

di mettersi all'assedio, toccò in sorte a un Grammaestro della lingua

d'Italia l'introdurre nella piazza l'arte nuova, inventata dai grandi

artisti italiani. Il principe Fabrizio del Carretto, di grande casata

ligure, uomo solerte e provvido, fondato nell'esperienza e nella

ragione, che messe insieme non ingannano mai, prevedeva l'assedio futuro

più terribile degli assedî precedenti; e come cominciò a governare, così

finchè visse stette saldo nel proposito di fortificare l'isola, e più la

città e il porto, con lavori grandiosi e continui dal diciassette al

ventuno[217].

Quattro ingegneri sono nominati dai contemporanei per le opere e per le

difese di quest'ultimo assedio: Basilio della Scola vicentino, maestro

Gioeni siciliano, Girolamo Bartolucci fiorentino, e Gabriele Tadini di

Martinengo bergamasco. Comincio dal primo, il cui nome è ricordato dal

Fontano, cancelliere dell'Ordine gerosolimitano, presente in Rodi per

tutto quel tempo, e scrittore diligentissimo[218]; ed è pur ripetuto più

largamente dal Bosio, storico ufficiale dell'Ordine istesso, con queste

parole[219]: «Deliberato havendo il gran maestro Fabrizio del Carretto

di ridurre la fortificatione della città di Rodi nel più sicuro e

miglior stato che ridurre si potesse, fece andare nel seguente anno 1520

in Rodi Basilio della Scuola, ingegnero dell'imperatore Massimiano, il

quale era il maggior uomo di quella professione che allora vivesse. E

col parer suo, e di molti altri valent'uomini che in Rodi si trovavano,

e particolarmente di maestro Giuenio ingegnero della Religione ci fecero

molti, utili e buoni ripari».

Dunque trovandomi ora colla data certa nel 1520, cioè nel primo mezzo

secolo dell'arte nuova, troppo importante mi sembra per la ragione delle

mie storie il rispondere alla domanda che ogni studioso farà intorno

alla vita ed alle opere di Basilio; postochè infino a questi ultimi

tempi pochi sapevano degli elogi tributatigli dal Fontano e dal Bosio, e

niuno più di loro: anzi il suo nome e i fatti erano ormai quasi

dimenticati anche in Vicenza sua patria[220]. Se non che prima

l'edizione delle lettere di Luigi da Porto pel Bressan, appresso le

inedite artistiche pubblicate dal Campori, e finalmente le reminiscenze

vicentine del Magrini hanno cominciato a diradare le tenebre, e a darci

qualche miglior contezza dell'egregio ingegnero, del quale ora metto

insieme le notizie che ho potuto da questa e da ogni altra parte

raccogliere.

Basilio della Scuola, o Scola, così scrivevano i migliori, così il

Bosio, il da Porto, il Sanudo, il Pagliarino, il Barberano, il

Castellini, e ultimamente il Magrini (non della Scala, come altri stampa

oggidì a rischio di confonderlo con Giantommaso Scala veneziano e

posteriore) nacque in Vicenza circa il 1460, dove la famiglia era

noverata tra le nobili, secondo che attesta il Pagliarino nel novero

delle medesime, dicendo[221]: «Della Scola, famiglia venuta di Verona.

Il primo fu maestro Bonaventura di Tommaso, il quale generò Basilio,

padre di Agostino, dal quale sono nati Leone, Alessandro, e Battista

della Scola; così detto perchè maestro Bonaventura teneva scuola».

Dunque il cognome, qualunque sia stato precedentemente secondo l'origine

veronese, divenne certamente della Scola per la professione vicentina;

nome che tuttavia si mantiene onoratamente nei discendenti, tra i quali

per debito di gratitudine devo ricordare quel fior di cavaliero che è il

baron Giovanni Scola, le cui visite e corrispondenze mi sono state di

gran giovamento per queste ricerche. I primi rudimenti delle scienze,

massime filosofiche e matematiche, Basilio deve aver ricevuto dalla

domestica educazione del padre; e non essere escito dalla nativa città

che per seguire la milizia nelle guerre di quei tempi. Alla calata

dei Francesi in Italia del 1494, egli era già tanto avanti nell'arte

e di sì gran fama, che Carlo VIII lo volle al suo soldo sopra

l'artiglierie[222]: essendo notissimo e di uso comune nei primi tempi,

che l'istesso ingegnere, il quale disegnava le fortificazioni, attaccava

e difendeva le piazze, e governava i pezzi, come si fa manifesto per gli

esempî dei primi da Sangallo, del Martini, dei fratelli da Majano, del

Cecca, di Leonardo, del Martinengo, e di tanti altri. Dopo due anni,

cioè nel 1496, e mese di maggio, Basilio era al soldo dei Veneziani,

soprantendente alle artiglierie della repubblica, colla commissione di

gettare cannoni grossi da batteria cento pezzi; e similmente di

incavalcarli sopra carri fatti a disegno speciale per questa

bisogna[223]. L'anno 1500 doveva essersi rimesso al soldo di Francia,

perché lo troviamo prigioniero degli Aragonesi in Napoli, e liberato ad

istanza dei signori Veneziani; pei quali al principio del 1501 faceva un

modello di fortezza, secondo le nuove forme: modello da mettere stupore

nei riguardanti, soldati, ingegneri, e ambasciatori; e del quale si

scrivevano le notizie per le corti, come di cosa singolarissima. Pognamo

queste parole al duca di Ferrara[224]: «Hozi son stato a vedere uno

modello de rocha, fa fare questa Signoria (_di Venezia_) ad uno Basilio

de la Scala da Vicenza, el quale havea tenuto la maestà del Re di Napoli

in prigione e a complacentia di questa Signoria l'ha relassato. È venuto

qui cum salvoconducto però. Et he una bella opera, e monstra che el

serebe questa rocha, o castello che se sia, inexpugnabile: et a

disputarla cum luy, allega bone ragione de ogni minima cosa. He facto de

legnamo: è piccolo: lì sono di gran ripari di molte offese e difese:

torri in triangolo, quadre, tonde e di ogni sorta, e cum bombardiere con

mantelletti a merli in triangolo.... a V. E. maestro sopra li

maestri.... non dispiacerebbe, per esserli quello bono se fa in Franza

de tali cose, quello se fa in Italia, et maxime al presente per la

maestà del re di Napoli a Castelnovo, quello se fa in Alemagna ed

altrove.» Dunque merli e torri in triangolo, difese a cantoni, puntoni,

e tutto il meglio che si usava in ogni parte d'Italia, in Francia, e in

Germania. Le notizie qui espresse rispondono pienamente allo stile di

Basilio, ed alle opere fatte in Rodi: e più al costume del tempo, quando

i grandi artisti del risorgimento, architetti e ingegneri esprimevano i

loro concetti non solo colla matita, ma con bellissimi edifici di

commesso e di scalpello sul legno; dei quali non pochi sono ricordati

dal Vasari, ed alcuni si conservano ancora, come oggetti degni dello

studio e dell'ammirazione dei posteri. Valga per tutti il gran modello

della basilica Vaticana diretto dal Sangallo ed eseguito da Antonio

dell'Abbaco, che tuttavia si conserva qui in Roma.

Avanti che scoppiasse la tempesta contro la repubblica per la furia

della famosa lega di Cambrè, al principio del 1508, Basilio era

provvisionato con ducento ducati annui dai Veneziani; i quali lo

chiamavano[225] Uomo probo, fedelissimo, conosciuto per esperienza,

accetto al capitan generale, e necessario alle loro artiglierie. L'anno

dopo egli era in giro per le fortezze e città di terraferma a rivedere

le difese, le munizioni, le armi, come si costuma in procinto di

guerra[226].

Le istorie vicentine oltracciò ricordano un altro modello di Basilio per

afforzare maggiormente la loro città; modello approvato in Venezia, ma

non eseguito per l'impedimento delle guerre predette; e pur di sì gran

pregio, che bastò ad ammansare un principe di Anhalt. Costui

coll'esercito imperiale entrando in Vicenza nel 1510, si fece promettere

da quei cittadini, se volevano andare esenti dal sacco e dal fuoco, tre

cose: pagare cinquanta mila ducati, abbassare tutti gli stemmi dei

Veneziani, e costruire a spese loro il castello già modellato da Basilio

della Scola[227]. Ma le vicende della guerra tolsero al principe tedesco

la soddisfazione di beccarsi il castello, come l'avevano tolta ai

Veneziani, e a noi troncano il discorso, venutaci meno da ogni lato

l'esecuzione. Ma non per questo andò giù la riputazione di Basilio:

anzi, dopo la pace, più che mai famoso e pregiato, ebbe inviti alla

corte dell'imperatore Massimiliano, stipendi da Carlo V, e finalmente

richieste del parere e dell'opera sua in Rodi, dove erano maestri,

principi e cavalieri d'ogni nazione. Dunque uomo eccellente nell'arte

sua; fonditore, bombardiero, ingegnere, architetto, a levante ed a

ponente, coi Veneziani, coi Francesi, coi Tedeschi e coi Rodiani. In

somma il protagonista della scuola mista.

Alcuni, scrivendo dei grandi artisti, sembrano solo intenti a narrare i

viaggi, i costumi, i guadagni, le gare, e simili cose comuni a tutti gli

uomini; e lasciano indietro, o vero non dicono a bastanza dello stile di

ciascuno, del genio, delle opere, e delle strade battute per giugnere a

nuove invenzioni. Campo troppo largo, nel quale non posso entrare

adesso: ma per mantenere a Basilio il suo posto, devo ricordare le tre

Scuole, altrove accennate, che io chiamo Sangallesca, Urbinate e

Mista[228]. La prima a parer mio comincia con Giuliano da Sangallo pel

baluardo a cantoni del 1483, tuttora esistente nella rôcca d'Ostia; e

pel compiuto sistema delle casematte nel grosso del recinto primario

della rôcca medesima; continua col pentagono di Antonio in

Civitacastellana, e col quadro bastionato a Nettuno; e termina con

Antonio Picconi, inventore dell'ordine rinforzato, e grandioso

ampliatore delle casematte e delle contrammine nel famoso baluardo di

Roma. La scuola Urbinate comincia con Francesco di Giorgio Martini, al

soldo del duca Federigo; comparisce coi puntoni dell'Amoroso in Ancona e

di Ciro in Puglia, si svolge col fiancheggiamento nelle tavole del

caposcuola, risalta colla mina di Napoli nel 1495, e termina col Genga e

col Castriotto, ordinatori delle opere esteriori in tante loro fortezze.

La terza scuola, cioè la mista, doveva avere alla testa uno che sentisse

di tutti; i cui disegni rilevassero puntoni e fianchi, torri triangolari

e merloni in punta, difese a cantoni, quadrate, tonde, e d'ogni sorta.

Tale comparisce Basilio della Scola: tale per le testimonianze certe

degli scrittori contemporanei, e tale per l'opere fatte e tuttora

esistenti in Rodi[229]. A fianco di Basilio, e per le stesse ragioni, io

metto Leonardo da Vinci; e segno l'ultimo periodo classico della scuola

mista col nome di Michelangelo, il quale nel 1529 portava i terrapieni

fino alle difese supreme dei parapetti; cosa non mai fatta da niuno nè

in Italia nè fuori, prima di lui[230].

Torniamo ora a Rodi, e vediamo sul posto lo stato delle fortificazioni

per quest'ultimo assedio, ed i lavori di Basilio. Avremo la scorta del

Fontano, cancelliere dell'Ordine, e presente a tutti i successi degli

ultimi tempi; e ci daranno ajuto le piante della città, e le memorie che

ne ho appuntate io stesso ne' miei viaggi[231]. Sappia intanto il

lettore, che ora qui e dovunque io mantengo ai luoghi la perenne

nomenclatura italiana, come ci viene dal Fontano, dal Bosio, dai

viaggiatori, dai marinari, dai portolani e dagli atlanti del nostro

paese; senza smagarmi appresso ai nomi arbitrarî o corrotti per nostra

confusione dagli strani singhiozzi e squarcioni degli Inglesi, dei

Francesi, e dei Turchi. Ammiro e lodo la perfezione delle moderne carte

idrografiche, massime dell'ammiragliato britannico; e ciò per la

esattezza dei rombi e degli scandagli, e per l'indizio delle mutazioni

naturali e artificiali sui lidi nel tempo moderno: ma per la storia del

passato, quando il commercio di Oriente e le colonie asiatiche ed

africane, e tutta la navigazione del Mediterraneo era in mano ai

marinari italiani, io non cerco sulle carte i nomi stranieri, perchè gli

ho tutti domestici. Posso dire Costantinopoli in vece di _Stamboul_;

Alessandria, non _Scanderìa_; Bicchiere, non _Bequier_ nè _Abouckir_;

Calcedonia, non _Makrìkui_; Metellino, non _Midillùh_. Similmente,

intorno a Rodi, dirò torre del Trabucco, non _Arab-tower_; torre dei

Molini, non _Kandia-point_; torre di san Niccolò, non _Tower of St.

Elmo_; capo Parambolino, non _Koumbournou_: e perchè scrivo italiano ho

detto e dirò sempre Orlacco, non _Vourlack_; Afrodisio, non _Mahadie_, e

simili. Valgami l'autorità non sospetta dello dotto ammiraglio inglese

Guglielmo Enrico Smith, il quale nella sua opera importantissima,

intitolata Memorie fisiche, storiche e nautiche del Mediterraneo, ha

scritto a bello studio un capitolo per ispiegare agli altri le mutazioni

sue intorno alla nomenclatura dei luoghi ed alla loro ortografia; pur

confessando che molte voci, quantunque false e stranamente mescolate di

vecchio e di nuovo, col franco e col turco; nondimeno sono state incise,

e si leggono stampate nelle carte marine di Inghilterra e di Francia.

Tutto dire! un ammiraglio britannico mi assolve dal rimprovero di

rispettabile amico genovese sul conto dei termini topografici intorno

alla descrizione di Smirne, nella mia storia marinaresca del Medio èvo;

dove ho voluto secondo il mio costume usare i termini dei nostri piloti;

distinguervi il capo Fogliero dalla città delle Foglie vecchie e nuove;

porgli dirimpetto il Calaberno in vece del _Kara-Bouroun_; e poi

l'Orlacco e la Cittadella, in vece del _Vourlack_ e del _Sanjack-Burnù_.

L'ammiraglio, dico, mi giustifica con queste precise parole[232]: «Molti

errori di nomi locali sono stati introdotti, ed hanno preso posto nelle

istesse carte idrografiche del nostro ammiragliato: ne citerò uno solo

rispetto a Smirne. Presso alla città sopra una lingua di terra sporgente

in mare sventolava la bandiera ottomana (_Sanjack_) inalberata sul

mastio della Cittadella. Questo capo, chiamato dai Turchi Sanjak-Burnù,

divenne pei Francesi capo St. Jacques, e pei nostri sapientoni divenne

capo St. James; nome che si leggeva anche recentemente nelle carte del

nostro ammiragliato». Egli continua cercando come togliere sì fatti

spropositi. Intanto io vo innanzi: e senza aspettare che gli levino a

comodo loro quei signori, me li spazzo da me; e n'ho abbastanza coi

nostri storici, marinari, e portolani; pognamo pur coll'Atlante del

Luxoro, illustrato dal Desimoni e dal Belgrano. Io sto con loro, e seguo

gli stessi principî, anche nella descrizione della piazza di Rodi.

Dalla parte del mare le difese principali della città e del porto in

procinto di assedio avevano a essere le catene distese, e le navi

affondate sulla bocca, per impedirne l'ingresso ai nemici[233]; e

insieme le batterie intorno agli scali per rifrustargli. Di più a

guardia della marina tre grandi torrioni, che meglio direbbonsi

castelli, nei tre punti principali del porto; cioè la torre rotonda dei

Molini sulla punta del braccio destro, la torre quadrata e bizzarra del

Trabucco sul gomito sinistro; ed alla punta estrema dell'istesso braccio

sinistro (tra il porto grande e il Mandracchio) il torrione maestro di

san Niccolò; alto, grosso, valido, a più ordini sporgenti e rientranti,

e sommamente riguardevole per le scogliere che lo circondano, pei

macigni che lo compongono, per gli stemmi cavallereschi che lo adornano,

e per le batterie alte e basse che si affacciano anche adesso in punto

ad ogni prova. Imperciocchè oltre al principale torrione rotondo di

mezzo, che gli dà nome e comparsa, tu vedi abbasso ampia cinta di

castello quadrato, simile al risalto del castello dell'Uovo sulla

riviera di Napoli; ma di aspetto più fiero, di colore più scuro, di

macigni più grossi, e di più numerose troniere. Durante l'ultimo assedio

il torrione di san Niccolò restò quasi intatto, e tutta la fronte del

mare poco o punto presa di mira dal nemico, secondo la previsione di

Basilio: il quale però dalla parte del porto non riconobbe necessità di

opere nuove, ne vi lasciò nulla di suo.

Volgiamo adunque verso terra per la cinta già fortificata all'antica,

come si è visto nell'assedio dell'ottanta, e troveremo alta e grossa

muraglia di pietra viva, e più ordini di batterie, e attorno profondo ed

ampio fossato. Di più troveremo di mezzo, aggiuntivi da Basilio, sette

baluardi; cinque grandi e due piccoli. I primi denominati dalle lingue

di Alvergna, di Spagna, di Inghilterra, di Provenza e d'Italia; gli

altri due distinti col nome del sito e del fondatore; cioè l'uno

chiamato Cosquino, perchè rivolto a tale villaggio; e l'altro

Carrettano, perchè levato su alle spese del grammaestro Fabrizio del

Carretto[234].

La voce Baluardo comparisce tra noi dopo l'invenzione dell'artiglieria

da fuoco, e prima dello svolgimento della moderna architettura militare:

voce più volte ripetuta nel quattrocento, in significato di riparo

interno, munito di batterie, e principalmente ordinato dietro alle

brecce delle antiche muraglie contro l'assalto[235]. L'origine della

parola è del latino classico e medievale, come già disse il

Galilei[236]: e si conferma per le varianti Balláuro, Balluàro,

Baloardo, Belvardo, Belloguardo e Belliguardo; voci tutte insieme

derivate dalla stessa bèllica radice, però esprimenti Guardia di guerra,

cioè guardia e difesa della guerra; perchè nei combattimenti il baluardo

è la principale piazza d'arme delle fortezze. Al modo stesso, e dalla

istessa radice, deriva l'antico Ballatojo, che era la piazza suprema

delle torri, o vero dei castelli navali, non mica per le danze, ma

acconcia ai combattimenti, e per ciò latinamente chiamata

_Bellatorium_[237]. Dunque non abbiamo a cercare troppo lontano nè a

correre oltre i monti, nè a spremere da ignote favelle le voci

dell'architettura militare: le abbiamo da presso e domestiche in casa

nostra, dove son nate. E qualunque possa essere l'apparente simiglianza

dell'italico Baluardo col nordico _Bullwerck_, io ho sempre pensato che

non si abbiano a dire congiunti di parentela nè ascendente nè

collaterale; ma che ciascuno di essi faccia casa e famiglia da sè nel

suo paese.

Quando la nuova maniera di fortificare bandì gli angoli morti e pose il

teorema della difesa radente, perché ogni punto del perimetro avesse a

essere visto e fiancheggiato da un altro, allora la torre antica si

abbassò, prese figura pentagonale, volse il sagliente alla campagna,

spianò di qua e di là in lungo due facce, e si munì di fianchi, con

leggi matematiche e proporzionali nella misura dei lati e degli angoli;

leggi fondate sulle ragioni dei poligoni iscritti e circoscritti al

cerchio. In somma la piazza pentagona divenne membro principale della

fortezza: e fu detta Baluardo, quando era murata di calcina, di mattoni

e di pietre; fu detta Bastione, quando era imbastita di pali, di fascine

e di terra; e finalmente, fatto il connubio dei due metodi, e messi

insieme i muraglioni e i terrapieni, fu detto tanto baluardo che

bastione per l'istessa cosa, anche nel linguaggio dei grandi maestri;

usandosi tuttavia più spesso quest'ultimo vocabolo che non il primo;

perché col bastione abbiamo il verbo Bastionare, e i verbali e i

derivati; di che l'altro manca.

Ciò posto, vien chiaro il lavoro e il merito di Basilio in Rodi. Esso

non era chiamato a demolire, nè a gittar nuovo di pianta il fondamento

di una cinta compiuta di fortificazione regolare: anzi fondatore della

scuola mista, anche per sistema proprio, doveva meglio di ogni altro

sapersi acconciare alla varietà richiesta dal sito, dagli uomini, dai

precedenti e dall'economia. Esso pertanto lasciava in piè, com'erano,

tutte le torri che vi trovava, e le convertiva in cavalieri di nuovi

baluardi alla maniera sua; cioè irregolari, misti, senza proporzione

determinata, e con poco riguardo alla continuità della radente, legando

con lunghi allineamenti di barbacani e di contragguardie il vecchio col

nuovo perimetro, il quale perciò in più luoghi piglia l'aspetto di cinta

doppia. Ma a un batter d'occhio l'osservatore diligente distingue il

nuovo dal vecchio: perchè dove l'antiche muraglie cadono a piombo, senza

fascia e senza ornamenti, appuntate soltanto di merli all'antica, a coda

di rondine semplice o doppia; per lo contrario le muraglie di Basilio

scendono tutte a scarpa, tutte col risalto di grosso cordone in pietra

al piano delle batterie, e tutte col parapetto difeso da merloni

massicci di pianta quadrilunga e di sezione triangolare: proprio come si

legge del modello suo nella lettera al duca di Ferrara, ove si parla dei

mantelletti e dei merli in triangolo[238]. I quali merloni rettangoli,

acconciati a sesto di squadra coi due cateti sui piani della muraglia e

del parapetto, volgono l'ipotenusa all'aria, lasciando aperta tra

merlone e merlone la strombatura pel pezzo. Vedete nel venti le difese

supreme di Basilio ancora di pietra e di muro. Terrapienate le cortine,

i fianchi, le faccie vecchie e nuove; ma infino al piano delle batterie,

non fino ai parapetti. Degno di speciale menzione fuor della porta che

volge alla sinistra del molo di san Niccolò devo ricordare quel puntone

solitario e senza fianchi, collegato colle vecchie mura presso a due

torri, e rivolto col sagliente al Mandracchio, che evidentemente

appartiensi a Basilio, avendo tutti i caratteri distintivi delle opere

sue; e richiama al pensiero i lavori simili dell'Amoroso. Il Bosio

proprio a questo propugnacolo dà il nome di «Baluardo piccolo, detto san

Pietro, che guarda la torre del Trabucco sopra il molo di san Niccolò;»

ed il Fontano lo chiama «Baluardo Carrettano»[239].

Di più Basilio cavò maggiormente i fossi, e murò la controscarpa,

chiamata da alcuni terza cinta[240]. Niuna opera esteriore, cosa di gran

diffalta nell'assedio: chè sarebbero stati utilissimi, a tener più

lontano dalla piazza il nemico, alcuni ridotti sulle alture circostanti.

Poscia visitò il castello Sampiero in Asia, il forte di Langò, e le

difese degli altri luoghi ed isole soggette all'Ordine gerosolimitano.

Stette in Rodi sino all'anno seguente, sempre in compagnia del Gioeni: e

con lui lavorò di rilievo tutto il modello delle fortificazioni, da

essere per saggio mandato al Papa[241]. Finalmente morto il Grammaestro

suo protettore, e pressato dai richiami dell'imperatore Carlo V, prese

licenza da quei signori, ed ebbela con molti ringraziamenti e regali,

più quattrocento ducati pel viaggio, senza che niuno più dica verbo di

lui, nè per la vita nè per la morte. Ma le tanto onorevoli

testimonianze, ed i lavori lasciati in Rodi basteranno a salvare il suo

nome dall'oblio: imperciocchè, all'infuori del raffazzonare i castelli

del porto e del risarcire le brecce di terra, i Turchi non hanno

aggiunto nè mutato nulla in quella piazza, restandovi ogni cosa come era

quando vi sono entrati; compresa l'artiglieria bellissima di bronzo, che

ancora si affaccia dalle antiche troniere. Ho veduto io stesso le

sentinelle ottomane presso ai pezzi guardare, senza comprendere, sugli

orecchioni e sulle maniglie gli stemmi dei cavalieri, le croci a otto

punte, e le figure di gran rilievo a imagine dei nostri Santi. Una sola

novità puoi aspettarti colà, dalla quale devi esser destro a schermirti,

se non vuoi passar la notte all'addiaccio: ciò è dire la chiusura

immancabile di tutte le porte, subito che tramonta il sole, infino alla

levata del giorno seguente. Tanto per lunga tradizione dura tuttavia

l'antica paura nel petto dei moderni guardiani!

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 79 / 177 题