GUICCIARDINI, SEGNI, NARDI, VARCHI, AMMIRATO.

[109] ANGELUS M. BENDINIUS, _Petri Victorii vita et clarorum Italorum et

Germanorum epistolæ ad eundem_, in-4. Firenze, 1758.

[110] SERIE DI RITRATTI _degli uomini illustri toscani, con gli elogi

storici dei medesimi_, in-fol. magno, Firenze, 1768, t. II, quasi nel

mezzo del volume non impaginato. «_Da un quadro di casa Vettori._»

BIBL. CASANT. M. II. 10, in CC.

[111] FRANCESCO VETTORI, _Sommario della Storia d'Italia dal 1511 al

1527; e Notizie delle azioni di Francesco e di Paolo Vettori_,

pubblicate per cura di ALFREDO REUMONT. — ARCH. STOR. ITAL., 1848, in-8.

Firenze, app. n. 22, VI, 270.

[112] L'ARCHIVIO PRIVATO DI CASA VETTORI IN ROMA, citato dal MORENI

nella _Bibliografia toscana_, dal LITTA nelle _Famiglie celebri_, dal

RANKE nelle _Vite dei pontefici del cinquecento_, e da altri, aveva fino

al principio di questo secolo, come da uno schizzo d'inventario presso

di me:

«_Due volumi di lettere a Paolo Vettori, capitan generale delle galèe

del Papa;_»

«_Due altri volumi di lettere della Repubblica fiorentina a Francesco

Vettori, nell'anno 1513;_»

_«Tre altri volumi della stessa al medesimo dall'anno 1514 al 1524;»_

«_Un volume di lettere di personaggi illustri ai Vettori dal 1513 al

1519._»

[Dicembre 1513.]

II. — La pronta nomina dell'eccellente capitano, e l'immediato possesso

di lui in Civitavecchia, affrettarono la risoluzione dei risarcimenti

alla darsena, per meglio raccogliervi e ordinarvi le forze marittime

dello Stato. La darsena non è altrimenti una prigione, come alcuni

pensano, ma la parte più sicura e più comoda di un porto, dove il

naviglio militare sverna, si racconcia e si arma. L'equivoco è venuto

nei tempi moderni dall'esservi restati in abbandono i bastimenti da

remo, e con essi le ciurme di catena, o ristrette sulle pulmonarie

galleggianti, o stivate nei prossimi magazzini. Salvo il caso recente,

resta per ogni altro tempo il primo e proprio significato di porto

minore presso un porto maggiore, fornito di scali e di edificî per

servigio dei navigli militari, difeso con buone fortificazioni e ripari

dalle tempeste del mare e dagli insulti dei nemici. Antichissimo fatto:

alla romana dicevasi Angiporto, alla greca Epistio, all'italica

Porticciuolo; e poi, con voce derivata dall'arabo, Darsena[113].

Presso al porto di Civitavecchia una ve n'ha, che può essere annoverata

tra le più belle del Mediterraneo: venticinque migliaja di metri quadri

in superficie, sei metri di uniforme profondità, grandiosi magazzini

all'intorno, e talmente coperta da una cinta bastionata, che niuno la

vede se non siavi dentro. Un documento di questo tempo ci mostra che si

voleva nettarla e ridurla a maggiore profondità. E quantunque la scritta

non porti data, nondimeno deve necessariamente ridursi alla fine del

tredici. Non prima, perchè intestata a papa Leone, eletto nel mese di

marzo dell'anno medesimo; non dopo, perchè agli undici di marzo

dell'anno seguente moriva Bramante, al cui giudizio è rimessa

l'approvazione dei lavori[114]. Ecco il documento[115]:

«Patti e conditioni fatte da Giulio de Maximi, che promette a Leon X di

cavare a certa profondità e tempo il porto piccolo di Civitavecchia. —

Io Julio de Maximi sono contento e prometto a lo santissimo padre nostro

papa Leone X di cavare il porto piccolo di Civitavecchia, incominciando

dalla bocca, e seguitare dentro per tutto, per infino alle mura che

circuiscono il detto porto, con le infrascripte conditioni et capituli:

«1. Di prima che la santità di nostro Signore debba darmi al presente

ducati quattro mila d'oro in oro per prezzo e mercede di tutta l'opera

che havrò a fare in detto porto: et per me pagarli di contanti a Mario

de li Cavalieri, nobile cittadino romano.

«2. Il detto Mario havrà a promettere et obbligarsi a nostro Signore, in

caso che io non osservi di cavare il detto porto, secondo di sotto

prometto, di restituire tutti li danari havrà ricevuti; o vero far

cavare esso il porto, secondo la mia promessa, con quel più breve tempo

si potrà.

«3. Che io sia obbligato cavare il porto con miei ingegni ed arti, in

modo che la bocca stia sempre aperta et patente, come sta ora, per

comodo de' naviganti.

«4. Voglio, cominciando dalle acque comuni, che è il mezzo tra l'altezza

diurna et bassezza delle acque per lo flusso, nel quale mezzo si vede

certa verdura come una linea retta nelli muri et scogli del porto; et

diuturnamente et ordinariamente crescono le acque uno palmo vel circa

sopra quel segno, et viceversa decrescono; et per le grandi altezze et

bassezze extraordinariamente eccedono da ogni banda assai: et da quel

segno in giù voglio cavar tanto che habbia palmi nove di fondo di canna

romana. Eccetto che, se trovassi scoglio o muro, non voglio essere

obbligato a cavare più oltre che esso muro o scoglio.

«5. Da poi che saranno disborsati li danari, et chiarito il giusto segno

delle acque, a comune judicio di marinari venetiani et genovesi, o vero

a judicio di frate Bramante (al quale del tutto me ne rimetto), voglio

aver tempo due mesi a mettermi in ordine per cominciare l'opera: et di

poi alli duo mesi voglio haver tempo mesi diciotto ad haverlo finito di

cavare.

«6. Che mi sia lecito gittare il fango in quel luogo che mi farà più

comodo.

«7. Che mi sia lecito far tagliare il legname che mi bisognerà in tutte

le selve vicine, in terra di Chiesa, senza alcun prezzo di selvatico o

di altra impositione.

«8. Che io sia accomodato di tutte quelle stanze che mi bisognerà, tanto

in rôcca vecchia quanto in rôcca nuova, e dove la Camera havrà modo di

accomodarmi, senza alcun pagamento.

«9. Che tutte le cose che adoprerò per me, per l'opera, e per i miei

uomini habbiano a essere franche da ogni gabella, così se da Roma, come

se da ogni altro luogo soggetto alla Chiesa, mi bisognerà mandare roba a

Civitavecchia, siano franche da ogni gabella; e similmente quella roba e

artiglieria havrò adoperata alla detta opera, volendola ridurre in Roma,

sieno franche da ogni gabella o datio.

«10. Che tutte le galere et altri legni che sono annegati nel detto

porto, et ogni altra cosa, sia libera mia.

«11. Che andando li miei uomini per macinar grano alli mulini vicini, li

mulinari sieno obbligati posporre ogni altra persona et expedire li

miei, sotto quella pena parerà a Nostro Signore, eccetera.»

I documenti, siano pure intorno a materie di piccola importanza, portano

più lume e certezza alla storia di qualunque discorso, a chi li sappia

intendere. Ecco qui, rispetto alla darsena di Civitavecchia, la bozza di

un contratto per cavarla a certa profondità; ed eccovi insieme la

certezza della sua esistenza anteriore all'opinione de' moderni che

l'attribuiscono a papa Pio IV, senza attendere alle memorie perpetue del

medio èvo, come ho detto altrove, e senza sapere della descrizione

fattane nel quattrocento da Flavio Biondo. Anzi il presente documento ce

la mostra già tanto antica nel pontificato di Leone, e mezzo secolo

prima del detto Pio, che pei rottami di navigli sommersivi da tempo

immemorabile e per la invetrata poltiglia, sarebbesi resa inutile se non

si dava mano a rinettarla. Di più eccovi la speranza di trovarvi

anticaglie e oggetti preziosi, come di fatto si è visto infino ai nostri

giorni, essendosi ripescato colà tra le molte medaglie, bolli, musaici,

ed altri oggetti antichi, quel superbo braccio di bronzo di che si

abbellisce ora il musèo etrusco del Vaticano. Ecco nella eccellentissima

casa dei Massimi, nota agli eruditi per le edizioni romane del primo

secolo, continuarsi lo slancio verso le imprese ingegnose. Eccovi il

teorema della marèa diurna, notissimo anche in quel tempo; e la maniera

di valutarne con pratiche induzioni anche nel nostro mare gli estremi,

tuttochè di poca levata nelle circostanze ordinarie. Ecco la popolare

nomenclatura che allora distingueva la rôcca vecchia dalla nuova; e

questa, che oggidì chiamiamo la Fortezza, già tanto avanzata nella

costruzione, da potervisi alloggiare la brigata e gli operaj di messer

Giulio. Ed ecco finalmente ogni cosa rimessa al giudizio di un grande

artista, come dire di Bramante; il cui nome, introdotto con tanta

sicurezza nel documento, per sè indica la notorietà e frequenza di lui

in quel luogo; dove non poteva essere per altro che per l'opera maggiore

che allora vi si faceva, ciò è dire per la fabbrica della predetta

Fortezza, tutta di suo stile, come altrove più largamente esporrò. Si

noti eziandio l'appellativo di Frate, dato a Bramante; perchè risponde a

capello coi fatti e colla storia; e ricorda la promozione di lui

all'ufficio del Piombo: ricco, geloso e nobile ufficio di suggellare col

metallo dolce le bolle pontificie, secondo che usavano i frati laici

dell'ordine Cisterciense; a similitudine dei quali gli altri piombatori,

cavati dal ceto degli artisti, vestivano in certe occasioni l'abito

consueto dei frati precessori, e si chiamavano Frati del piombo,

camuffati di tonaca e di cappuccio, come si vedono pure ritratti nelle

antiche rappresentanze, quantunque non facessero niuna professione di

vita monastica[116].

Non voglio lasciare questo documento senza venire alla conclusione. La

cavatura in vece di giungere solamente alla profondità uniforme di palmi

nove per tutto il bacino, passò la minima di palmi quindici, e toccò la

massima di palmi venti, come risulta dalla pianta di detta darsena

delineata poco dopo da Antonio il giovane da Sangallo, e coperta con una

rete di scandagli, il cui originale ho trovato io stesso tra i cartoni

di lui alla Galleria di Firenze, e ne ho il facsimile presso di me per

la squisita cortesia del cavalier Carlo Pini, direttore e conservatore

delle stampe[117].

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 60 / 177 题